L’ “appassionata speranza”- Incontro con Giorgio Bàrberi Squarotti (II Parte).

perìgeion

a cura di Silvia Rosa

2016-10-15-17-08-53-1

[…] Io non
vedo nulla, vecchia anima talpa che così poco scava dentro di sé, e
preferisce le voci d’altri i libri d’altri i cataloghi gli archivi […]”

da Tre soli anni, 1974
in La quarta triade (Spirali , Milano 2000)

Il tempo in cui s’acqueta a poco a poco
la luce, muta in modo insensibile colore,
c’è una linea nera in mezzo a quello spazio,
il ramo diritto che trema a un vento immaginato,
a tratti, scrive un breve arco d’ombra:
quella è tutta la vita, tutta la storia, tutti
i possibili eventi, e lo sguardo li specchia
in questa idea che perfetta li compendia.

L’idea, 1992

in La quarta triade. Poesie (Spirali, Milano 2002)

“[…] contempla, prima che mescoli il vento
la folla, gli autobus, le vie affannate,
le acque del fiume maculato, i primi
eventi del dolore, le colombe

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9 aprile 2017: la scomparsa di Giorgio Bàrberi Squarotti. Un ricordo di Marco Onofrio

Del cielo stellato

OLYMPUS DIGITAL CAMERA Giorgio Bàrberi Squarotti presso la sede della casa editrice Edilazio (22 ottobre 2012)

Due giorni fa è morto nella sua Torino Giorgio Bàrberi Squarotti, l’ultimo decano della critica letteraria novecentesca. EdiLet ha avuto l’onore e il piacere di pubblicargli due libri: le poesie de Il giullare di Nôtre-Dame des Neiges (2010) e i saggi critici Pascoli, la bicicletta e il libro (2012). L’ho conosciuto personalmente grazie ad Aldo Onorati, che me lo presentò a Roma, in un caffè all’aperto di Piazza Navona: era il già lontano autunno del 2009. Ho avuto con lui altre tre occasioni di incontro: due a Roma (ricordo in particolare le presentazioni dei suoi saggi pascoliani all’Università “Tor Vergata” e ai Licei “J. Joyce” di Ariccia e “I. Newton” di Roma, nonché un memorabile convivio in un ristorante sul lungolago di Albano, dove ebbi modo di apprezzare anche le sue doti di gourmet) e una…

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Ivano Mugnaini. Recensione al libro di poesia “Echi e sussurri”, Polistampa “Sagittaria”, Firenze 2015

ECHI E SUSSURRI safe_image[4]

 

Il titolo del libro contiene un primo segno, un’indicazione, una rotta per orientarci in un mondo multiforme, fatto di zone geografiche interiori ed esteriori, epoche e luoghi diversi e un sistema speculare e sofisticato che consente di osservare un medesimo punto da diverse angolazioni, confrontando i lati di una stessa luna, individuando analogie e confronti, spostamenti di asse, rotazioni e rivoluzioni. Alla fine, dagli accostamenti e dalle sovrapposizioni di un’ampia gamma di istantanee, simboli, metafore e oggetti del vivere concreto, ricaviamo una visione d’insieme, un quadro in cui ogni singolo attimo è, simultaneamente, se stesso e una progressione diacronica, realtà e simbolo, verità e poesia.

Gli echi a cui fa riferimento il titolo rappresentano la persistenza, i sussurri la lievità. Il riferimento a una dimensione acustica richiama l’atto e potremmo l’arte dell’ascolto, l’esercizio del sentire, e non è un caso che il verbo “sentire” connoti sia la percezione di suoni e voci sia l’interiorizzazione delle sensazioni e degli stati d’animo. Così come il suono percorre lo spazio e ne assume la forma e la consistenza, così, allo stessa maniera, i versi di questo volume riassumono e ricalcano cadenze, ritmi, canti, e quindi liriche antiche, trasportandoli prima nel mondo interiore dell’autrice poi facendoli riecheggiare, mutati, resi attuali, nel presente. In un sussurro che è espressione della volontà di non profanare la sacralità della poesia, le radici antiche della melodia, e, al contempo, ricerca di intimità, di un’espressione  raccolta, sincera.

All’ingresso del libro, sulla porta, a darci il primo saluto e a far da viatico, troviamo Rilke, e, al suo fianco, Orfeo. L’epigrafe, tratta dai Sonetti ad Orfeo, ci ricorda che siamo orecchi che ascoltano, e il riferimento alla dimensione acustica è ulteriormente ribadito, ma aggiungendovi la concretezza vivida di un corpo lacerato, le bocche che divorano le membra del sacro, del divino. Orfeo è il canto, la poesia. Il tempo, il dolore, la ferocia, lo fanno a pezzi. Questo libro, come ogni libro di versi scritti con autentica partecipazione, è, in fondo, un progetto di ricomposizione, una ricucitura paziente. Le parole sono carne lacerata, tessere di un mosaico che, per confronti e scarti, vanno ricollocate nella posizione adeguata.

I primi strumenti utilizzati da Giorgina Busca Gernetti, la lente e il compasso, sono il linguaggio e il modello. Il mondo classico è il punto di riferimento privilegiato. Sia per gli studi dell’autrice, per la sua attività di insegnante, ma anche e soprattutto per sua naturale inclinazione. Ben lungi da essere una fuga dalla realtà, o un’improbabile ricerca di un’Arcadia, la classicità qui diventa un metodo di confronto e di esplorazione, una bussola antica per muoversi nelle acque del presente, dell’oggi. La prima lirica, “Alla sera”, è indicativa in quest’ottica: vi sono echi e cadenze foscoliane, a loro volta radicate in arcipelaghi di suoni a cadenze elleniche, ma alla fine il discorso è del tutto individuale, così come la collocazione nel distico finale delle parole scritte in corsivo: sull’orme/ che vanno al nulla eterno. Ineludibili, perentorie. Il sussurro si fa grido, negazione assoluta. Porta chiusa, come accadrà regolarmente in questa sezione iniziale del libro, a speranze e illusioni. La sera sfocia, qui, nel nero uniforme della notte. Poco più avanti, nella poesia “La clessidra”, si ha l’impressione di ascoltare versi tradotti dal Monti, i grandi poemi omerici riecheggiano, per accenti e cadenze. Ma è negato spazio, qui ed ora, perfino alla speranza ultima dea, non c’è nemmeno l’attesa di un intervento benevolo di qualche nume che abbia simpatia o pietà per i dispersi tra le onde e nei gorghi. Il viaggio ha come sbocco: “un baratro oscuro, un nero abisso”. E, staccato, isolato anch’esso, solo e abbandonato, il verso finale: “Abisso che sprofonda in un abisso”. Possente, assoluta privazione. In questa prima parte del libro non c’è luce, porto o terraferma su cui sbarcare, non c’è fato che possa mutare gli accadimenti in bene. Neppure la poesia  può fare da riva o da sponda su cui gettarsi per salvarsi. La poesia è nell’abisso, qui. Anzi, è l’abisso. Eppure, per ritrovarsi, ha bisogno di perdersi, di annegare. Senza sconti, né scorciatoie retoriche.

Vi sono nel libro alcuni vocaboli ricorrenti. Fanno da chiave di interpretazione e da pietre miliari. Li ritroviamo nelle diverse fasi, nei capitoli ideali di questo racconto in versi. E in ogni sezione sono identiche e mutate, come se ciascuna racchiudesse in sé il momento in cui viene pronunciata ma anche il prima e il dopo, gli eventi e i mutamenti che ne costituiscono, momento per momento, l’essenza. Tra queste parole chiave ne emergono una serie: “luce”, “solitudine”, “silenzio”, tanto per citarne alcune, considerando sempre, assieme ad esse, tutta l’area semantica coinvolta, i sinonimi e i contrari. I chiaroscuri, è il caso di dirlo, le tonalità, le ombre, i riflessi, gli sprazzi di chiarore si oppongono al buio.

Nella lirica “Abisso”, sempre contenuta nella prima parte, la luce viene definita “ingannevole”, aggiungendo una connotazione che nega, o almeno sposta l’asse verso risvolti psicologici, non meramente visivi. Nella lirica accanto, solo un passo oltre, una considerazione perentoria: “Essere soli. Averne il coraggio”. Itaca è lontana. Qui è ancora chimera, porto puramente immaginario. Ciò che persiste, e che l’autrice annota senza edulcorarlo, è “Silenzio intorno, buia solitudine”. A differenza di molte liriche consolatorie di vari poeti di diverse epoche, la Gernetti trova il coraggio di descrivere l’assenza, darle voce e corpo: “Non c’è finestra nel muro del carcere./ Solo un’erta parete invalicabile”. Il “no” montaliano, qui è più assoluto, non mitigato neppure dalla consapevolezza amara della coscienza dell’inesprimibile. Qui l’espressione esiste, ma solo nella funzione della descrizione del vuoto. Un vuoto privo di sbocchi vitali. La sola consistenza è quella del muro che opprime.

Entra in scena, nella pagina a fianco, un altro compagno di viaggio dell’autrice, Cesare Pavese. Rilke fa da padrone di casa, in questo libro, aprendo con la sua riflessione in versi ciascuna delle sezioni che lo compongono. Cesare Pavese è un’altra figura di riferimento, specchio nello specchio di parole e immagini, ricordi e dimensione onirica. “Ho dato poesia agli uomini”. È questa la frase di Pavese che l’autrice pone a sigillo della sua lirica dal titolo “La tomba”. L’accostamento è di per sé emblematico. Un grido muto, eppure lacerante. Con Pavese l’autrice identifica una fratellanza profonda, manifestata in modo sobriamente addolorato, come forse lo stesso scrittore piemontese avrebbe gradito. “Un uomo solo verso un altro solo”, è la fulminante sintesi. Quasi un epitaffio che accomuna il trascorrere crudo del tempo, “la scorza rugosa, gialliccia, increspata/ come ingiallita pagina”. Il poeta non dissemina parole, il poeta è le sue parole. Quindi così come la sua vita è la sua pagina, la sua tomba è scorza ingiallita. E, alla fine di tutto, ogni ricerca di senso sfocia in silenzio e solitudine. Perché la vera domanda, la ricerca più costante di Pavese è stata l’amore. Mai realmente trovato, enigma mai risolto. Da qui il buio, l’oscurità della vita che conduce dopo migliaia di corse e rincorse solamente nel gorgo dove si scende, muti. Luce, voce e significato dell’esistere qui ancora latitano. Prevale il loro contrario. E neppure guardandosi alle spalle si vede qualcosa. Perfino ieri è un vocabolo spento. Non c’è neppure una leopardiana o pascoliana consolazione in una favolosa fanciullezza, del mondo o dell’individuo.

Da qui la riflessione dell’autrice che arriva a pensare che sia auspicabile anche per lei un silenzio eterno. Viene negato quindi anche l’atto stesso del dire, fosse pure per negare, per manifestare il nulla. Contraddizione di termini di sicuro interesse: per poter negare il senso della parola e perfino della stessa poesia necessitano parole e versi. La negazione nega se stessa. E da qui, da questo corto circuito, prende vita, nella lirica di pagina 29, il primo varco, una fessura nel muro: l’accettazione di una condivisione, fosse pure la condivisione del dolore: “dolente anima mia/ sola non sei in questa sofferenza/ di tormentati esuli”.

Il “cupio  dissolvi”, è un passo ulteriore e necessario. L’esplorazione del mondo del sogno è una tappa fondamentale: l’essere diventa impalpabile, si perde la dimensione corporea, il corpo è “veste/ vuota” e lo spirito “vaga libero/ oltre le bianche nuvole”. Il muro invalicabile è superato, seppure nell’ambito dell’irrealtà, dell’esistere immaginario. Si ragiona, nelle liriche di pagina 32 e 33 sul legame tra sonno e sogno, con gli innumerevoli rimandi letterari tra cui spicca l’immenso Amleto, la sua meditazione sulla volontà e la paura di inoltrarsi nel più ignoto dei territori. La risposta è una non risposta, coerentemente: domina, con una ricorrenza ossessiva, quasi un mantra al contrario, la parola “silenzio”.

La prima sezione si chiude con omaggi a odi memorabili, “Alla luna” e “Alla notte”. Spazia, l’autrice, in diverse epoche e nazioni. Ma ogni riferimento è rivissuto e attualizzato, non è mai meramente estetico o esornativo.

Nella sezione successiva un Angelo, con la sua presenza tangibile, con il suo corpo, muta di colpo la notte in luce. Gli stessi oggetti, potremmo dire le stesse parole -oggettivate che un istante prima erano e trasmettevano oscurità qui si e ci rischiarano. E compaiono, all’istante, vocaboli prima ignoti, impensabili: sereno, chiaria, risveglio, lieve, rugiada. La luce è impegnata in un duello con la notte che ancora vorrebbe persistere, e con lei, il dubbio, e il nulla. È, questa, la fase dei contrasti, delle lotte, dei chiaroscuri: “Io sono tutto e nulla”, osserva la Gernetti, e, con cadenze che assumono ritmi da rito religioso di passaggio, dà voce ad un salmo di purificazione, come se il buio, gradualmente potesse e dovesse essere lavato via. E quando ritorna Pavese, l’invocazione a lui è diversa: “Cesare mio. Riprendo la mia penna/ la parola che sboccia nel mio animo/ vibrante a nuova vita”. La sezione si chiude con un accostamento di termini che prima sembrava impensabile: la poesia, come pioggia, torna ad irrorare “amorosi sentimenti”.

Da qui si può ripartire, il viaggio diventa reale, i luoghi concreti. Ma l’incontro con il mondo impone nuove domande, dubbi, incertezze. Riemerge il punto interrogativo. Perfino nella bellezza della natura, di fronte al mare di Capo Palinuro, viene fatto di chiedersi “Solo nel buio luce?”. Torna anche la consapevolezza che ogni luogo, dentro e fuori, è duplice, bifronte. Come la Maremma, terra di morte e bellezza, resina odorosa e malaria. La vita, qui e ovunque, è fiore ed è roccia. Il mutare della luce porta di volta in volta a intuizioni e sensazioni contrastanti, e, nel momento descritto, a “l’amore per la vita, pur se effimera”. Luce e tramonto, il mare nero, e una citazione petrarchesca “solo e pensoso”. La poesia qui si abbandona alla comprensione dei contrasti, ossia del non comprensibile, se non nella irriducibile duplicità. La musica è quella del vento sul mare: contiene innumerevoli voci e suoni, amore e lamento.

“Tutta di verde mi voglio vestire”, scriveva D’Annunzio. E, seppure per qualche istante, anche l’autrice si abbandona al vento e alla musica, una sensazione panica accompagnata dalle note di Das Lied in Grünen di Schubert e dai colori degli iris di Monet. Qui è Penelope, che, per un po’, si abbandona all’ebbrezza del naufragio, scordando tutto, perfino Ulisse. E il suo sogno diventa meridiano, ad occhi aperti. Resta la nostalgia per la terra dell’infanzia, ma l’animo aspira a fondersi con l’infinito.  In questi frangenti il ricordo dell’autrice va ai papaveri dell’infanzia. “Li componevo”, scrive, ed è un abbinamento con la poesia in grado di dare corpo e colore alla memoria. Un ricordo che qui può farsi lineare, quasi fanciullesco, nei versi dedicati agli animali con cui si è instaurato un dialogo basato su una naturalezza atavica, lontana dalle miserie dell’età adulta.

Nella sezione “Immagini elleniche” la Grecia descritta è patrimonio di ricordi e miti, ma anche e soprattutto punto di riferimento costante, pane quotidiano, della mente e del cuore. È patria elettiva, non solo per gli studi e per gli infiniti spunti letterari e filosofici. La Grecia è una voce che sussurra e chiama a sé, ed è meraviglia la sensazione di non sentirsi stranieri. I personaggi della Storia si affiancano a quelli del Mito e tutti diventano figure familiari, parenti, fratelli, consolazione e ferita dell’animo, in un dialogo immaginario eppure vivissimo. “Vita e morte, rinascita e ancor morte”. È la sintesi dei secoli del mondo classico, ma è anche un sunto delle varie zone ed epoche emotive di cui è costituito questo libro: luce e buio, sogno e veglia, morte e rinascita costanti. Non è un caso, che solo qui, nel suo amnios ideale, nel mondo ellenico, l’autrice incontri una certezza, sola come un’isola in un vasto mare: “un’aureola di luce/ risplende nella gara contro il Tempo/ che le cose distrugge e non può spegnere/ la voce del poeta”.

Tutto ciò a dispetto (o forse proprio in virtù) della consapevolezza dell’assenza ineluttabile di certezze: “Vorrei avere anch’io una mia Itaca,/ una meta sicura del mio vivere,/ del mio vagare senza rotta certa/ alla deriva verso oscuro abisso”. Itaca è solo un’ipotesi, come la luce, come il mare, come il tragitto. E, quasi senza dolore, l’autrice si rivolge alla mitica poetessa greca dicendole: “Anch’io, dolce mia Saffo, vorrei essere morta!”.

Come in una composizione ad anello la sezione finale si ricollega alla prima. Confermando anche l’elaborato complesso di contrapposizioni a cui si è fatto cenno sopra, e il gioco di chiaroscuri che illuminano per preziosi istanti attimi di comprensione e di verità. “Il canto di Orfeo” apre e chiude il libro. Nel canto, nell’ascesa, un nuovo inizio. Il silenzio, il segno, la metamorfosi. La voce, sembra  sussurrarci con vivida forza Giorgina Busca Gernetti nelle liriche di questo suo intenso libro, può spegnersi nel fitto buio di una notte eterna, ma, nel sangue di Orfeo, nella lotta per la bellezza di un libero poetico canto, c’è un urlo di trionfo. Nonostante tutto, “Ovunque è poesia. Eterno è Orfeo”.

 Ivano Mugnaini

 

Giorgina Busca Gernetti, Echi e sussurri, Edizioni Polistampa, collana Sagittaria, Firenze 2015

Ivano Mugnaini è eccellente critico, narratore e poeta

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Maria Grazia Ferraris. Recensione a “Echi e sussurri”

ECHI E SUSSURRI safe_image[4]

 

L’ultimo ricco e significativo libro di poesia di Giorgina Busca Gernetti (64 poesie), dal titolo Echi e sussurri ( stampato dalle edizioni Polistampa nel 2015), si articola in cinque sezioni ( Fiori della notte, Alba dell’anima, Seduzioni, Immagini elleniche, il canto di Orfeo) : un arco di emozioni, riflessioni, ricordi, sentimenti, canti lirici che si inseguono nella memoria, nello spazio e nel tempo e che muovono dal biografico (in particolare le prime due sezioni) per allargarsi alla originale rielaborazione del paesaggio (vicino e lontano, quotidiano e onirico) e del mito greco, fino a culminare con la meditazione su Orfeo: la eterna poesia. Un vero itinerario spirituale.
Fa da guida ad esergo di ogni sezione una citazione di poesie di R.M.Rilke: fascinosa dotta presentazione del libro che diventa quasi una prova di costruzione strutturale per la colta scrittrice. Accompagnano- le belle citazioni- tutto l’itinerario, segnando l’alveo culturale nel quale si muove la sua nuova poesia.
Un esempio: “Tutto seduce. L’uccello più minuto. il fiore cerca spazio…e quante cose non esige il vento?”, posto all’inizio della sezione SEDUZIONI oppure “ Orfeo canta! ..E tutto tacque. Ma anche in quel tacere/ fu nuovo inizio, segno e metamorfosi”, ad esergo de IL CANTO DI ORFEO.
Già le prime poesie della raccolta fanno esemplarmente da apripista al mondo e ai sentimenti della poetessa: la sera, l’inverno gelido, il buio: sentimenti melanconici e desolati che si allargano via via fino ad includere il tema esistenziale della fragilità, del dubbio, della solitudine, del silenzio, del tempo inesorabile, fino l’abisso nero che ci aspetta.
In questo itinerario c’è l’espressione consapevole della ricerca conoscitiva dell’autrice, corroborata dalle citazioni colte (in primis il Foscolo, di Rilke si è detto): “Quando scendi invocata/o cara sera amica… sulla mia sorte, nel vagar sull’orme/ che vanno al nulla eterno”, e dallo stile piano, metricamente curato, che ci fa dotti delle sue letture e frequentazioni classiche, anche nel gusto della sobrietà, nella scelta privilegiata dell’endecasillabo, della misura, della parola controllata, dell’armonia che allontana ogni rischio di enfasi: “Essere soli. Averne il coraggio,/ resistere, serrati dentro a un carcere,/ alle lusinghe del mondo…”. E via con citazioni rielaborate e condivise che accarezzano il cuore di chi frequenta le case dei Poeti: “Solo e pensoso sulla rena d’oro/il mare viola il poeta contempla…(Il poeta esule), “Riluce il tremolar della marina/ dinanzi a me…” (Le voci del silenzio), “Per l’antico tratturo verso valle/-erbal fiume silente-/la lunga schiera soffice discende…(NOSTALGIA DELLE GREGGI). Difficilissima operazione quella di mutare in versi la cultura, la conoscenza, la ricerca metafisica se non si possiedono saggezza e umiltà, studio e consapevolezza autocritica. Qui l’operazione è debitamente riuscita.
Lo sguardo si allarga, si stratifica sfrondando l’inutile e il contingente per raccogliere con orecchio allenato il particolare, le sfumature, le voci segrete, i brividi, i misteri e per elevarsi, elisa ogni interferenza troppo umana, sfuggendo ai baratri spaventosi dell’umano sentire, ad orizzonti ampi, forse irraggiungibili di metafisiche meditazioni (in particolare nelle poesie di Immagini elleniche). La musica e l’armonia, la spiritualità e la cultura, i colori e i sogni svelano con discrezione il mistero del poeta, il seduttore musico dell’arcano e del canto orfico.

Una scelta di poesie ad esempio:

ALBA DELL’ANIMA

Nel lucore dell’alba
l’anima lieve si libra nell’aria
– tenera foglia danzante nel vento –
candida e pura, dall’ombra mondata
degli angosciosi tormenti di ieri.

Fresca rugiada sull’erba, sui rami
dei meli in fiore, dei mandorli e peschi,
tutto ristora, disseta, risveglia,
rafforza e fiero vigore v’infonde
per la lotta del vivere.

Rugiada scende limpida nell’anima
– puro lavacro in sacrosanto rito –
e pace effonde, luce più serena,
intima forza ad affrontare il giorno
senza tetri timori.

LA MIA PIANURA

Amara nostalgia della mia terra
piana, per vaste lande senza limiti,
senz’orizzonte certo, mai immobile
per essere raggiunto dallo sguardo.

Sconfinata pianura dell’Emilia
distesa al sole, invasa dalla nebbia,
lambita dal maestoso lento fiume
con silente carezza alla sua sponda.

Dorata dalle spighe di frumento
-musica serenante delle reste
ondeggianti nel vento carezzevole-
quando l’estate viene a offrire doni.

Mare di spighe, di vigneti ed alberi
di frutti variopinti, profumati,
gioielli di bellezza inimitabile.
Snza mai fine la pianura fertile.

Con lei mi fondo, anch’io senza orizzonte
certo, ben definito, teso l’animo
all’infinito vago, irraggiungibile,
unica meta per il mio vagare.

TYRRHENUS

Il dio Tirreno m’accoglie paterno
tra le sue sacre braccia cristalline.
Ecco di nuovo i pesci a me d’intorno
guizzanti senza tema
del corpo mio di terrestre creatura.

Nel giorno torrido della Canicola
improvvisa una gelida corrente
per donarmi frescura m’accarezza
nell’azzurro tepore dell’abbraccio
di Tirreno divino.

Acqua, mia amica limpida e fedele,
eccomi nel tuo grembo
più sicura e serena che tra gli uomini
sulla terra, creature indifferenti,
incuranti di chi vive tra loro.

Nel tuo grembo materno, acqua, ritrovo
il caldo affetto troppo raramente
goduto per gli abbracci degli umani
nella mia triste infanzia solitaria,
muta di luce e amore.

IL PIANTO DI ORFEO

Che fare solo, dove mai andare
dove mai trascinarsi senza lei,
due volte a lui rapita, amata sposa?
Fredda, già navigava nella lieve
piccola barca stigia verso l’Ade.
Orfeo si lamentò per sette mesi
sotto una aerea rupe presso l’onda
del solitario Strìmone, negli antri
gelidi, con la lira e il triste canto
tigri ammansendo e trascinando querce
con l’angosciante, arcana sua poesia
di sciamano che incanta e smuove pietre.

Come dolente un usignuolo piange
nell’ombra fitta d’un frondoso pioppo
i figli suoi perduti, ancora implumi,
rapiti da un crudele zappatore
che li scoprì nel nido, i becchi aperti
in attesa del cibo e della madre;
essa piange la notte sul suo ramo,
di giorno il canto doloroso e il pianto
rinnova e riempie ogni luogo dintorno
di lamenti, così l’affranto Orfeo,
della lira le corde accarezzando,
canta dolente una mesta poesia.

L’ETERNO CANTO DI ORFEO

Ovunque è poesia. Ovunque guardi
con animo commosso ed occhio attento
al più piccolo fiore tra le pietre
sbocciato a stento, ma con vital forza
d’aprirsi un varco, d’innalzarsi al cielo,
c’è poesia fiorente intorno ai petali
come intenso profumo in primavera.

Orfeo risorto, non mai morto Orfeo.
Perenne il canto suo nella natura,
nel cielo, nelle stelle, nella luna
piena, calante, oppure nuova e tacita
nella valle, o crescente sopra i colli
come sottile falce all’orizzonte.
Ovunque è poesia. Eterno è Orfeo.

*

Maria Grazia Ferraris

Pubblicato nel Blog del Poeta Prof. Nazario Pardini Alla volta di Leucade

http://nazariopardini.blogspot.it/2017/02/maria-grazia-ferraris-su-echi-e.html?spref=fb

 

 

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Paul Celan e Ingeborg Bachmann – Il tempo degli amanti impossibili, di Maria Grazia Di Biagio

LA PRESENZA DI ÈRATO

bachmanncelanteaserPaul Celan e Ingeborg Bachmann si conobbero a Vienna nel 1947. Lei ventenne, studentessa in filosofia, figlia di un nazista, lui ventiseienne ebreo rumeno scampato ai campi di sterminio, di passaggio a Vienna, diretto a Parigi. Tra i due nacque un amore impossibile da vivere ma che li terrà legati l’uno all’altra fino al suicidio di lui nelle acque della Senna, il 20 aprile 1970, tragico epilogo di una esistenza afflitta dalla schizofrenia. A Parigi, Paul aveva sposato la pittrice Gisèle de Lestrange, Ingeborg, a Vienna, ebbe una relazione sentimentale con lo scrittore Max Frisch, ma il legame fra i due restò costante e simbiotico per tutta la vita, al punto che, alla morte di lui, la Bachmann ebbe un crollo psichico che la portò alla dipendenza da alcol e droghe e a diversi ricoveri in clinica. Gli sopravvivrà solo tre anni, morendo a seguito di un incendio nel suo…

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Divagazioni leggendo Celan, di Narda Fattori

LA PRESENZA DI ÈRATO

celanLa memoria trattiene e cuce con filo inestricabile gli eventi della nostra storia, eventi che per essere ancora presenti e interagenti strutturano significati e come tante piccole mani aprono varchi al nostro sguardo , costruiscono il puzzle della nostra identità. Perdere la memoria è perdere se stessi; lo fa una malattia così infame come l’Alzheimer, alla quale possiamo solo sperare di scampare , ma di frequente lo fa la nostra volontà perché la memoria è spietata e trascina con sé quanto di bello e di buono ci è toccato e quanto di tragico ci è piombato addosso; non basta, la memoria specchia le nostre deficienze, i mali coltivati, le piccole miserie quotidiane. Eppure non ci sarebbe la poesia senza memoria: possiamo scrivere solo del vissuto ; l’immaginato ne è un figlio covato in un nido spesso malevolo. Paul Celan ha dovuto fare i conti con una tragica memoria del tempo…

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Tre poesie di Paul Celan da “Sprachgitter”

LA PRESENZA DI ÈRATO

ozkok_1963_paul_celan-e145207890049740739Il terzo volume di poesie pubblicato da Paul Celan nel 1959 porta il titolo Sprachgitter tradotto in “Grata di parole”, che in tedesco letteralmente sta a significare la grata attraverso cui avviene il dialogo in un confessionale o nel parlatorio di un convento di clausura. L’editore prima di procedere alla stampa della raccolta suggerì di sostituirlo ma Celan si oppose in ogni modo sentendo quella parola radicata profondamente nel suo animo. Questa grata è qualcosa che fissa un limite, un diaframma di separazione, un parziale impedimento all’attuazione di un dialogo, di un contatto umano. In sostanza si allude fin dal titolo a quello che è il tema dominante della raccolta: la difficoltà insuperabile di porsi in contatto con il mondo dei dannati, quelli i cui poveri occhi sbucavano dalle feritoie dei vagoni ferroviari piombati in una inesorabile marcia verso i campi di sterminio nazisti. Già nei primi versi della poesia…

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I poeti elegiaci greci: Solone

LA PRESENZA DI ÈRATO

ignoto_c-d-_solone_replica_del_90_dc_ca_da_orig-_greco_del_110_ac-_ca_6143Solone è stato un legislatore e poeta greco ( Atene 640/630 a.C. – ivi 560/559). Eletto arconte a partire dal 594-593, elaborò,  secondo la tradizione, una nuova legislazione per ristabilire l’ordine turbato da violenti conflitti economici e sociali. Intervenne nell’agricoltura limitando il dominio dei nobili, con un provvedimento che aboliva le ipoteche fondiarie, concedendo anche l’amnistia agli esiliati e ai condannati politici. Per questa sua politica fu considerato il fondatore della democrazia greca, ma in realtà eliminò quelle che erano le aberrazioni del vecchio ordine, mantenendo inalterata la struttura basata sul censo e incanalando la pressione popolare con l’istituzione del Consiglio (bulè) dei Quattrocento. Di Solone ci sono pervenuti frammenti in versi, dodici dei quali  in forma di Elegie, di  stile oratorio, permeati di un profondo moralismo che influenzerà a lungo la prosa attica.

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Araldo dell’amabile Salamina,
non porto discorsi, ma una bella canzone in versi.

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Sandro Gros-Pietro, prefazione al libro di poesia “Asfodeli” di Giorgina Busca Gernetti, Genesi Editrice, Torino 1998.

asfodeli

Il titolo del libro di Giorgina Busca assume un significato simbolico in grado di rappresentare compiutamente tutte le poesie contenute nella raccolta, come bene viene disvelato già fin dall’inizio, cioè dalla prima poesia eponima, Asfodeli: Ci incammineremo / insieme / tenendoci per mano / verso i Campi Elisi. Si tratta di una studiata e solenne, ma, nel contempo, conviviale formula di introibo alla cerimonia liturgica che si principia con l’avvento del poeta, il quale si manifesta al lettore per evocargli la meta destinale dei Campi Elisi. Tenendolo per mano, il poeta accompagna il Lettore – che può anche essere l’alterego ovvero l’Anima Amata o più barbaricamente una rifrazione della realtà, cioè un senhal: oggi, forse, si direbbe una realtà virtuale. E lo accompagna alla prova destinale, assoluta e inappellabile, al gesto di ritrovamento del supremo amore, cioè lo conduce verso i campi di asfodeli, che, nella simbologia antica, erano i campi degli alimenti, destinati ossia ad alimentare le anime dei morti e riservati in unica prerogativa agli uomini giusti, il cui peso metafisico, sgravato in negativo dei peccati non compiuti, doveva rivelarsi leggerissimo, [ … ] nudo, / innocente, / puro come l’acqua / d’una sorgente.
Dunque, ci troviamo di fronte ad una poesia che usa la compostezza ieratica e la scarna essenzialità edonistica che è teorizzata dalla classicità: nulla è concesso sul versante dell’emotività visionaria od impressionistica come nulla viene concesso sul versante della creatività fantastica e dell’invenzione barocca. Al contrario, il discorso viene sempre ricondotto a un distillato di essenzialità, che vuole funzionare come ricerca di ciò che è destinato a rimanere e, quindi, come ricognizione intorno ai luoghi e ai modi di essere dell’eternità. Il retroterra di una tale ipotesi di poetica altro non poteva essere che il Mito: l’evento esemplare, elevato ad idea categorica e astratta, in corrispondenza o in partecipazione di una eccezionale valenza della fantasia o della religione. Il mito è sempre bifronte: ha un’anima fantastica e ha un’anima religiosa, indissolubilmente legate insieme in una comune e amalgamata proiezione verso il metafisico. Talvolta, trionfa il fantastico, come è nella mitologia classica. Talvolta, trionfa il religioso, come è nella ripresa in età successive della mitologia classica. Ciò detto, chiariamo subito che a Giorgina Busca interessa sviluppare un’ipotesi classica del mito: una visione laica, quasi areligiosa se non atea, del divinum. La ricognizione, allora, diviene per un lato un discorso di psicologia antropologica e per 1’altro un viaggio nella memoria letteraria costruita dall’uomo sulla ricerca dell’al di là. E sono proprio questi due, in fondo, i fuochi che sottendono il discorso ellittico della Busca sugli asfodeli, cioè sul nutrimento della nostra anima, tanto per usare compiutamente le metafore del poeta: il primo fuoco è la memoria letteraria; il secondo fuoco è la psicologia umana. E la ricognizione è mirabilmente circolare: il poeta diviene un viator che compie il suo iter perfetto, in quanto il viaggio si rivela un’orbita perfettibile e, quindi, eterna, ossia indefinitamente ripetibile e sospesa nel tempo, in una dimensione poetica di rifratta e sublimata metafisicità. Al termine del libro, ci ritroveremo allo stesso punto propiziatico dell’inizio, in una sorta di estasi deliquiale in cui si realizza il dolce naufragio leopardiano. Nel testo, il dolce naufragio funziona come agnizione di un luogo topico della memoria letteraria, ben individuato nell’esercizio stilistico di almeno quattro generazioni di poeti, ma con radici e con ascendenti che risalgono alla classicità e, appunto, che si rifanno ai Campi Elisi, i quali fanno da correlativo oggettivo dei campi di asfodeli o dei campi di canne o delle altre forme morfologiche del mito. Ma, sempre nel testo, il ‘dolce naufragio’ assume anche la valenza dell’evocazione di una lirica rimembranza; cioè, è la vibrazione ed è lo specchio di un io-poeta che si confessa e che si consegna all’analisi psicologica, e che fa della sua vicenda umana un simbolo e un fatto reificato d’arte, cioè che consustanzia il suo sangue di uomo con l’inchiostro dell’artista. Dunque, nel ‘dolce naufragio’ si perfeziona il viaggio; e anche in ciò si rinnova indefinitamente un’orbita perfetta ed esemplare di vita, che sempre si rinnova nelle forme codificate, una volta per tutte, dall’artista nella sua liturgia celebrativa e nei suoi cerimoniali di propiziazione.
Tutto ciò demanda ad una visione e ad una rappresentazione in chiave mitologica dello svelamento del vero poetico: azione che è demandata a compiersi al poeta. Se però approfondiamo l’analisi, vedremo che il poeta della Giorgina Busca è contagiato inguaribilmente di romanticismo, e, quindi, è un classico improprio; è un classico a metà strada, perché è leopardianamente devastato dal dolore di dovere vivere, anziché illuminato dalla gioia di essere: la sua non è una levità, ma una tragedia dell’esistenza. Insomma, c’è tutto lo spessore moderno – e decadentista – di una robusta teoria del pessimismo, con i corollari esistenziali di disadattamento e di evanescenza dell’identità e dell’io narrante. Fino a sfiorare l’aspetto terragno dell’esistenza, senza per altro mai addentrarsi nell’indagine poetica di dispersione nel quotidiano, nella piccola realtà, nel minimale, alla ricerca dei brandelli di identità perduta del poeta.
Proprio in questa drammatica discrasia tra l’assunto classico e l’approdo contemporaneo si gioca la più valida carta di attualità e di valore della poesia di Giorgina Busca: nel suo incedere da un’evocazione di età dell’oro e nel suo conciliarsi con un’età del dollaro c’è la sua straordinaria capacità di reinvenzione e di adattamento delle misure del discorso poetico tradizionale alle necessità e alle forme del tempo attuale. Ma anche le lievi e dolcissime rappresentazioni della natura, in forme e misure trasognate e mitiche che rimandano a visioni botticelliane; anche i Canti delle stagioni, che assumono quasi timbri gioiosi e cristallini di eco vivaldiana; anche le devote ricostruzioni mentali di appartenenza ad un’anima antica e, anzi, antichissima di memoria dell’umanità; anche l’ingentilita eco di rammemorazione con la quale è chiamata a testimonianza una figura umana amica, un compagno, un affetto velato, un’esistenza troppo cara per essere messa a nudo nel racconto e nella prosa: tutto ciò fornisce la chiara dimensione di confine e di territorialità di una poesia in cui, oltre al mito classico, hanno diritto acquisito di cittadinanza i tremori, i dubbi, le inalienabili incertezze e le speranze che formano il meraviglioso bagaglio dell’uomo moderno e dei Suoi approdi reali o semplicemente aspirati di coesistenza con la natura e di ricerca del bene dell’umanità.
Il libro di Giorgina Busca, Asfodeli, si prefigge di sviluppare in versi un’ipotesi di compromesso dignitoso tra l’astrattezza e la realtà e di fornire un formulario di alto stile sui casi e sulle occasioni di meditazione che la vita può e deve offrire ad ogni essere umano al fine di essere spesa in modo consapevolmente direzionato verso un fine che possa appagarci di tutti i dolori, i sacrifici di noi stessi, la grande carica di solitudine e di rinuncia che siamo chiamati a pagare per vivere; ma, alla fina, la presunta neutralità descrittiva ed evocante del poeta sembra risolversi in una partigianeria sottile e, proprio per ciò, più delicata e riflessiva, verso lo spettacolo di ineffabile bellezza e di inenarrabile assurdità della vita, il cui mistero resta velato anche nelle parole del poeta.

Sandro Gros-Pietro

 

Giorgina Busca Gernetti, Asfodeli, Genesi Editrice, Torino 1998
Prefazione di  Sandro Gros-Pietro

 

 

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Per i 130 anni dalla nascita di Georg Trakl (3 febbraio 1887-3 febbraio 2017): Furio Durando traduce e commenta “L’orrore”

LA PRESENZA DI ÈRATO

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L’orrore

(1909)

Mi vidi andar per stanze desolate.
Sul fondo blu danzavano pazze le stelle,
e dai campi ululavano fortissimo i cani,
e tra le foglie in alto il favonio frugava furioso.

D’un tratto: silenzio! Sorda una vampa febbrile
dalla mia bocca fiori velenosi fa sbocciare,
dai rami piove come da una piaga
rugiada povera di luce, e cade, e cade come sangue.

Dall’illusorio vuoto di uno specchio
lento si leva, e come fosse incerto,
un volto dall’orrore e dalla tenebra: Caino!

Lievissima la tenda di velluto dà un fruscío,
dalla finestra, come dentro un vuoto, la luna s’affaccia,
eccomi solo con il mio assassino.

(Traduzione di Furio Durando)

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DINO CAMPANA, VISIONARIO ALLA RIMBAUD

LIMINA MUNDI

La poesia di Dino Campana costituisce un unicum nel panorama letterario del primo Novecento. Anche se al fondo della psicologia e dell’arte c’è un sentimento lacerante di esclusione e di disarmonia vicino a molti altri poeti della sua generazione, nel disadattamento e nello sradicamento di Campana viene perseguito con insistenza un ideale di reintegrazione dell’io nell’armonia profonda delle cose.

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Non stupisce, perciò, che Campana insegua una concezione alta e sublime della poesia come momento assoluto di verità: è questo il senso dell’aggettivo orfico che ricorre nel titolo della prima e unica raccolta pubblicata in vita dal poeta ( Canti orfici, 1914). I poemetti in prosa presenti nei Canti Orfici, come Sogno di prigione, si pongono come ” illuminazioni” frammentarie di carattere onirico e visionario, in cui immagini slegate fra loro sono unificate da richiami fonici, ripetizioni e formule iterative che intessono tutto il componimento di una fitta trama di richiami…

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Il diario segreto della fanciulla: Anna Frank

LA PRESENZA DI ÈRATO

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Anna Frank nasce nel 1929 a Francoforte sul Meno. Trasferitasi ad Amsterdam nel 1933, alla presa del potere da parte di Hitler, vive nascosta in un appartamento della città dal 1942 al 1944. In questo periodo scrive in olandese un diario e alcuni racconti e fiabe, prima di essere presa e deportata nel campo di concentramento di Bergen Belsen, dove muore nel 1945. Il Het Achterhuis (1947; Il diario di Anna Frank, prima edizione Torino 1954), fatto pubblicare dal padre, unico sopravvissuto della famiglia, nel 1947, è un eccezionale documento umano, non privo di valore letterario, della reclusione, delle ansie e delle speranze di un’adolescente nel tragico contesto dello sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Il diario ha inizio il 12 giugno del 1942.

Spero che ti potrò confidare tutto,
come non ho mai potuto fare con nessuno,
e spero che sarai per me un gran…

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“Minotauro” di Giorgina Busca Gernetti

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 I miti greci, come spesso anche quelli di altre civiltà, sono giunti fino a noi grazie ai vari poeti o eruditi che li hanno tramandati, talora con lievi varianti nella narrazione degli eventi. Basti pensare alle diverse versioni dell’abbandono di Arianna addormentata sull’isola di Nasso da parte di Teseo durante il ritorno da Creta ad Atene.
Su un punto, però, le narrazioni coincidono: la mostruosità del Minotauro, figlio di Pasifae, moglie del re di Creta Minosse, la quale, innamoratasi dello splendido Toro bianco donato da Poseidone allo stesso Minosse, per congiungersi a lui si camuffò da vacca. Da questo connubio disgustoso nacque il Minotauro, umanoide ma con istinti prevalentemente ferini, tanto che si cibava di carne umana.
È nota a tutti la vicenda in cui compaiono l’architetto Dedalo, il Labirinto nel cui centro era rinchiuso il mostro, l’eroe ateniese Teseo che voleva ucciderlo, Arianna, figlia di Minosse e sorellastra del Minotauro, che se ne innamora e lo aiuta, il “filo d’Arianna”, l’uccisione del mostro e l’uscita dal Labirinto di Teseo vincitore.
Ma quante colpe, quanti sacrilegi in questa vicenda in cui, per tradizione, il personaggio negativo è il Minotauro, mentre Teseo è l’eroe positivo che libera Atene dall’orribile tributo di giovani da offrire in pasto al Minotauro?
Pasifae era figlia di Helios, cioè Phoibos, il Sole luminoso, quindi il Minotauro era nipote di Febo-Apollo. Pasifae si congiunse con un toro: nessun commento se non che si trattava del Toro luminoso di Poseidone, quindi il Minotauro era in un certo senso nipote anche del dio del mare. Minosse era figlio di Europa e di Zeus, tramutatosi in toro per rapirla e amarla. Il Minotauro era dunque nipote anche di Zeus. Non un mostro, quindi, ma un discendente luminoso delle maggiori divinità.
Arianna aiutò il nemico Teseo tradendo il padre e concorrendo all’uccisione del fratellastro. Forse lo fece per amore, forse per altri motivi, ma il tradimento resta evidente.
Chi è, allora, il personaggio negativo, il colpevole sacrilego e chi la vittima?
Se si potesse far parlare quello che nella tradizione è il personaggio muto, il Minotauro, forse si udirebbe una versione tutta diversa da quella tramandata da secoli.
L’uomo dalla testa di toro si chiama Asterione (luminoso figlio degli astri); ha una duplice natura, umana e divina, ma gli dèi, per nascondere la ferinità esistente anche in loro, hanno lasciato che Asterione fosse considerato un essere solo bestiale dagli istinti ferini: un mostro.
Asterione, invece, è la vera vittima degli dèi e degli uomini,
Il Minotauro, se potesse parlare, metterebbe a nudo la sua umanità e alluderebbe sempre alla luce che in lui splende persino nel nome, Asterione / Asterio, benché lo abbiano rinchiuso nel buio del Labirinto.
Egli è figlio della luce e solo con la morte, cui non si oppone cedendo a Teseo, può svestirsi del corpo mostruoso, degno di vivere rinchiuso nell’oscurità, e risorgere come essere luminoso e immortale.

*

Immagine dal web: Minotauro

Kylix, circa 515 a.C., Museo Arqueológico Nacional de España, Madrid

pittura a figura nera

pubblicato in Facebook nel Gruppo “Amici della Cultura Greca e… non solo antica”

 

 

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Anna Gertrude Pessina. Recensione a “Echi e sussurri”, Polistampa, “Sagittaria”, Firenze 2015

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GIORGINA BUSCA GERNETTI, ECHI E SUSSURRI

Edizioni POLISTAMPA, Firenze 2015

 

Unatra solitudine patitaun carcere la  vitanellabisso dellanimo straziato… aspre  scaglie aguzze, di voragine / scure come feriteSarò un nulla nel Nulla? sono, in Echi e sussurri di Giorgina Busca Gernetti, indicatori di una  condizione  esistenziale sofferta, tanto più  lacerante  quanto più la poetessa avverte il disagio di questo tempo in cui  ragione e  sentimenti sono  rinnegati  dalla demenzialità dell’uomo copernicano, attratto dalle suggestioni della belva.

È il caos / trionfo della mera bestialità e della dissacrazione della spiritualità.

 In tale aberrante e diroccato contesto chi, come  Giorgina  Busca Gernetti, ha il privilegio di essere dotato di una interiorità ricca e pensosa, si riscatta dal peso dell’estraneità rifugiandosi nel santuario intimistico. Lì, la teologia  positiva  del ri-crearsi e  rinverginarsi, pur  osteggiata  da inquietudini  e amarezze congenite, dà ricetto ad interrogativi su  dove  andiamo, dove  corre la  nostra  complicata esistenza, dove conduce la meta finale: Ade, Nulla eterno o verso qualcosa che sfugge all’umano intelletto: limitato non si appaga del quia, aspira a varcare le soglie di un Oltre, chiarificatore delle acquisite, metabolizzate incertezze.

 Sono meditazioni di taglio filosofico: investono il problema gnoseologico con una percezione che dal sistema  astrattivo plana e degrada sul  contingenziale e ne  legge  pravità, ignavia, indifferenza,anaffettività, ingresso e portale nel baratro dell’apatia e del lasciarsi vivere.

  Ma il lasciarsi vivere non tange le corde di Giorgina Busca Gernetti: l’innata determinatezza e la volitività fungono da antemurale all’autocompiangersi e al vittimismo disfattistico. Il vuoto amaro in cui la  poetessa si  dibatte da  virago  è… un’ erta parete protettiva, invalicabile, ai  mostri che popolano quest’età di ritornato oscurantismo; è il luogo ideale per il  dipanarsi di un soliloquio ser-rato su  ciò che  accade  dentro e fuori  di  sé, e  che, da  ribollente  magma etneo, si converte in  parola.

 La parola, magica architrave del pensiero, nella silloge in predicato, si  carica dei  moti  dell’io, ne diventa mezzo e strumento di rigenerazione, salvataggio dalle secche dell’abbandono, àncora  salvi-fica per non annegare nel gorgo della nullificazione, forza sinergica, linfa e alimento della scrittura versale. Essa, nel paesaggio desolato della psiche, è antidoto a non morire. Non scrivere è la morte esplica, in forma paradigmatica, Giorgina Busca Gernetti, donna ed intellettuale di ampia e variegata cultura, abile a contemperare, in un abbraccio empatico ed osmotico  le più  significative  e sempreverdi istanze romantiche con le peculiarità del Decadentismo e con le esperienze  estetiche  della Prima Avanguardia del secolo scorso, tutte  convergenti  nella solitudine, anche esasperata dell’ io, nella pena del vivere, nell’ufficio orfico della parola.

In Echi e sussurri, suffragati da frequentazioni e dimestichezza  con le  correnti  nazionali e internazionali fine  Ottocento / inizio Novecento, la lirica è intensa e stimolante, musicale e icastica, essenziale e forbita, spoglia  di compiacimenti  oratori, dilettantismo  anacronistico, manierismo decorati-vo, in base al principio che poesia e ragione, lungi dall’antagonizzarsi, si compendiano e si unificano, identificandosi nella dimensione dell’Oltre, lontana dalle nubi torbide degli spazi  infiniti. È lì che l’animo respira aure consolatrici, sgombro da costrizioni.

 Sofferenze da  esule il cieco carcere del vissuto, un’enclosure in cui, per uscire di pena, l’io si finge la schermatura del sogno. Il risveglio, però, triste per lo spettacolo delle  foglie  d’autunno accartocciate a terra come coltre / di ferale sudario?, è all’istante rabbuiato dal quesito  senza risposte su un  tutto che, dalla finitudine della  vita, trascorre alla morte e da  questa, per le teorie meccanicistiche, ad altre forme di vita.

 In dissenso  con la vaghezza nostalgica della Sehnsucht, che attribuisce ai transferts onirici un  ruolo evasivo, Giorgina Busca Gernetti concepisce il  sogno  come obliodellanimo dolente,  come distacco momentaneo e sospensione datra vita, di cui una  singola scheggia potrebbe  inesorabilmente colpirla.

  La difficoltà di intendere il reale si ammanta di sconforto e smarrimento che solo la poesia, amica nei giorni buî del… disinganno, può lenire, irrorando lanimo / di sereni, armoniosi sentimenti.

 Sentimenti di portata panica: includono amore per le creature del regno animale, di cui tenero esponente è il canarino Lillo. Visitando, in sogno, la  poetessa, il monello le addolcisce il  cuore al  pari, sebbene la diversità della situazione psicologica, del passero di Lesbia, che all’inconsolabile Catullo  tristis animi levare curas.

Aleggia dal corpus della silloge, suddivisa in cinque sezioni, corredate in esergo di passi estrapolati da Poesie alla notte e Sonetti a Orfeo di Rainer Maria Rilke, un velo di  palpabile  pessimismo, scaturito da una certa propensione alla mestizia dell’animo delicato della poetessa e dall’osservazione di un contingente sbrecciato da precarietà e azzeramento di afflato umanitario. L’amarezza del giorno, muto, ostile, tormentoso è la costante letteraria e  psichica di  Giorgina Busca  Gernetti; è, come nel prediletto Pavese, scorza che non si rompe neanche quando, turista  innamorata  della  classicità, siede  tra due  colonne,… nell’ombra / del bianco  sacrosanto  Partenone. Il fascino di  una civiltà millenaria; le statue di perfetta bellezza; i ruderi che pulsano e  cantano storia; vita  e morte  di  Re e  di eroi non smorzano, pur immergendosi nel loro passato, ansia e affanni della visitatrice. La circondano nell’ Ellade ventosa, antropomorfizzati  e  umanizzati, Ifigenìa sacrificata per placare Artèmide; Clitemnestra con il pugnale già pronto  nella  mano; la  dolce  Saffo  dalle  trecce / viola; Euridice che sullerba alta  correva / per sfuggire al pastore, alle sue brame; Orfeo  disperato  Euridice, Euridice, mia Euridice !  echeggiava  dolente nella selva. L’aureola di serenità e di falsa felicità con  gradualità scema e dissolve: avanza  inaspettata e disattesa, la realtà, mai  fossilizzata, del  quotidiano, come quello della poetessa e dei comuni mortali, appenato di inganni e  disinganni, intrighi e  rivalità, vittorie e sconfitte, gloria e  codardia, amore e  disamore, esternazione e suggello di  una  in-felicità  che  il  canto dei  poeti  ha, forse  volutamente,  sottaciuto. Come  per  magia, sensibilizzati dalla  presenza della straniera, reputata Ombra come  loro, gli  eroi  si  raccontano e  rappresentano con  la veracità della loro maschera tragica, non  più  occultata da fraintese letture e  interpretazioni.

Così, senza mistificazioni apologetiche, Menelao si svela / ……. nel bel vólto dolente  per  il  tradimento di Elèna, rapita dai costumi leziosi e le carezze / del Priamìde.

Il clima è di confidenze e confessioni. Anche gli eroi dell’Ellade hanno assaporato stagioni buie, di lotte e sopraffazioni; anch’essi sono legati a  maglie di  interrogativi  irrisolti. Come  tutto  il genere umano e come Giorgina Busca Gernetti. In quel infinito di morte-vive cose, in  quel cimitero a cielo aperto di Re, eroi, tuniche bianche, di porpora  tinte, fanciulle / lievemente fasciate  da  preziose /  vesti  adornate di simboli  sacri, anche lei, inseparabile dalla  sua  maschera  tragica, svela il dolore, mai sopito, per la morte prematura del padre, in guerra nel fiore della gaia giovinezza, per il pianto inconsolabile della madre.

 Non vi sono, purtroppo, nel regno del Fato, dolori da alleviare, misteri da rivelare. Il  Fato  rimane Fato e le fatalità storiche, le congiure di circostanze non hanno risposte logiche e razionali.

 Allora, come rompere la scorza?  unico sollievo per la poetessa è  dimenticare, sia pure  per  attimi fuggenti, la disarmonia / della…oscura vita / nell’armonia divina dell’Acropoli  per perdersi nel favoloso Mito. Sogno possibile o il Mito, rinverginato si sintonizza con  pene e  patemi della turista straniera?

 Mentre gli eroi si narrano con polifonia di  voci  distoniche, la  poetessa sembra  perdere  ogni consistenza materica e trasmutarsi in Ombra di una gente che  forse è Ombra, ma in eterno vive, come lei, di triboli che nessun tempo e nessuna epopea storica potranno mai abradere e cancellare.

                                                                                                              Anna Gertrude Pessina

Giorgina Busca Gernetti, Echi e sussurri, Polistampa, collana Sagittaria, Firenze 2015, pp 214, € 10

inviata per e-mail

Ora in La Recherche, pubblicata come articolo di altro Autore da me proposto, secondo le regole dell’Associazione

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Rainer Maria Rilke. La prospettiva di Euridice

Themadjack

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In un capitolo de “Lo spazio letterario”, intitolato “Lo sguardo di Orfeo”, Maurice Blanchot  interpreta la vicenda mitologica di Orfeo e Euridice.

Il mito di Orfeo è raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi. Euridice, giovane sposa, viene morsa da una serpe mentre attraversa la campagna insieme a un gruppo di Naiadi. Orfeo scende agli Inferi ove prega Ade e Persefone di riportare in vita la moglie: “non è un dono quello che vi chiedo ma un prestito. Se poi i fati non vogliono essere indulgenti con la mia consorte, ho deciso di non ritornare in vita nemmeno io; due saranno i morti: godetene.”

Blanchot descrive il momento centrale, reso celebre dal mito, della discesa di Orfeo agli Inferi. L’arte è la forza potente che spinge Orfeo ad attraversare l’oscurità del mondo precluso e la salvezza di Euridice è il culmine della sua arte: il lato oscuro del desiderio, riprodurre la…

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