Cesare Pavese. Itinerario verso il 27 agosto 1950

 
RICORDO DI CESARE PAVESE NEL CENTENARIO DELLA NASCITA
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ITINERARIO VERSO IL 27 AGOSTO 1950
 
Può sembrare curioso, persino contraddittorio ricordare il centenario della nascita di un grande scrittore (9 settembre 1908) con la data della sua morte volontaria in una stanza d’albergo a Torino, la sua città, in un’angosciosa solitudine infranta solo dalla presenza dell’amato suo ultimo romanzo, La luna e i falò, pubblicato nell’aprile del 1950, e dell’opera forse ancora più cara, Dialoghi con Leucò, edita nel 1947.
È cosa nota che, nella notte tra il 26 e il 27 agosto 1950, sulla prima pagina dei Dialoghi, lasciati poi sul comodino, egli scrisse a penna quelle poche parole che denotano il lucido e fermo convincimento di ciò che stava per attuare, ma nulla che ne riveli la ragione. Eppure dicono molto quelle parole, forse quasi tutto su di lui.
 
«Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi
 
Pare che il vizio assurdo, come lo definì egli stesso nella poesia Verrà la morte e avrà i tuoi occhi e lo riprese poi come titolo dell’opera biografica il suo grande amico Davide Lajolo[1], fosse per lui l’ombra minacciosa della morte che lo perseguitò per tutta la vita e che puntualmente ritornava in tutte le sue opere, in una trasfigurazione lirica di grande efficacia pur nell’estrema essenzialità espressiva. Tale vizio si presentava come solitudine tragica, disperato bisogno d’affetto mai soddisfatto, amaro senso di vuoto, angoscia esistenziale, senso di fallimento[2], d’inadeguatezza alla vita di cui si sentiva solo spettatore, mai veramente partecipe, nonostante i molti tentativi di prendervi parte attiva, sempre irrimediabilmente falliti o deludenti. Guardava scorrere la vita restandone al di fuori[3].
In una poesia[4] composta il 4 gennaio 1927, inviata per lettera[5] all’amico Mario Sturani, compagno di liceo trasferitosi a Monza per seguire studi artistici, Cesare Pavese, dopo aver evocato un’esperienza di un «tragico voluto», cioè lo sparo verso terra di un colpo di rivoltella in una stradicciola di campagna una sera di dicembre, prosegue con le parole: «(…) Così, andando / tra gli alberi spogliati, immaginavo / il sussulto tremendo che darà / nella notte che l’ultima illusione / e i timori mi avranno abbandonato / e me l’appoggerò contro una tempia / per spaccarmi il cervello.»
In una lettera di qualche mese dopo (8 aprile 1927) ritorna sulla poesia sopra citata e scrive all’amico: «Dunque devi sapere che io non scriverò più. Non scriverò più, ne sono quasi certo. Non ne ho più la forza, e poi, non ho più niente da dire. Dopo arrivati ai versi della rivoltella non c’è più che posare la penna e procedere ai fatti. Sono tre mesi che ho vissuto in passione continua: tira, molla; lo faccio, non lo faccio. Fa una paura tremenda quello sconquasso sanguinoso del cervello molliccio e della scatola cranica. Con l’ultimo innamoramento, quello della ballerina, mi era parso di essere giunto definitivamente al punto, ma non ne ho avuto il coraggio.». Sembra la prima stesura di un copione che si ripeterà, anzi, che andrà in scena ventitré anni dopo in modo meno raccapricciante, ma certamente risolutivo: essersi innamorato ed essere stato tradito dalla donna amata, non voler scrivere più, compiere il gesto estremo.
«Pavese è morto.» scrive poche righe sotto, dopo aver confidato fantasticherie su altri modi per annullarsi. «Almeno così ci sarebbe l’esaltazione di una fine grandiosa!». Non è da sottovalutare che Cesare appena diciottenne scriva: «Pavese è morto.», quasi fosse un presagio del suo destino o l’espressione di un proposito già ben definito.
In un’altra lettera (scritta in marzo ma ricopiata l’otto aprile e spedita insieme alla precedente) Cesare confida all’amico il suo stato d’animo tormentato, la lotta quotidiana contro la malinconia, l’inerzia, lo sconforto, la paura, ma al tempo stesso la consapevolezza che il suo è un «dolore operoso». Afferma, infatti: «Questa lotta questa sofferenza che mi è insieme dolorosa e dolcissima mi tien desto, sempre pronto, essa insomma mi trae dall’animo le opere.».[6]
Giacomo Leopardi, il grandissimo poeta da lui profondamente amato e certamente il preponderante tra i suoi ascendenti letterari, ha dimostrato nei suoi scritti, sia i Canti sia le Operette Morali, che la sua poesia non nasce solo dal suo senso d’inadeguatezza alla realtà, dalla consapevolezza della sproporzione tra reale e ideale, ma anche da un dolore che è scintilla originaria del fare poetico, dolore universale e insieme profondamente intimo e personale. Allo stesso modo il giovanissimo Cesare Pavese è già convinto che il dolore non sia sterile, bensì fecondo d’ispirazione autentica, fonte di scritti non “accademici”, come era solito definire i versi composti solo grazie all’abilità tecnica, ma nati dal profondo dell’animo e consoni alla sua concezione della poesia. In una lettera del 21 febbraio 1925 aveva infatti affermato: «Tu dici: ‘Essa (la poesia) è il sentimento della bellezza’. Non solo. Essa è il sentimento di tutto, del bello, del brutto, del buono, del cattivo, del giusto, del falso, di quel contrasto tra bene e male che è la vita. La poesia è dappertutto. Un qualunque sentimento è poesia. E questo dono divino è l’unica cosa veramente nostra. (…) La poesia è la regina del mondo, direi che è Dio (sempre parlando soltanto rispetto all’uomo)».[7]
Gli stralci di lettere citati bastano a delineare la complessità dell’indole di Pavese, in cui si scontrano drammaticamente, già in età giovanissima[8], stati d’animo opposti: l’orgoglio per la propria cultura, sensibilità artistica e vocazione letteraria da una parte, il desiderio d’annientamento dall’altra, poiché si sente sopraffatto da una profonda malinconia ed è convinto che «nessuna gioia supera la gioia di soffrire».
Nella sua opera biografica[9] Davide Lajolo giustamente pone in risalto questo dramma interiore del liceale Pavese, riconoscendo in lui il “suicida per ora immaginario, nella poesia della rivoltella.” Si sofferma con amare riflessioni sulla frase perentoria «Pavese è morto.», affermando: “Il terribile è che questo sarà non solo una dichiarazione fatta in un momento di sconforto, ma rimarrà la ragnatela nella quale s’impiglierà la sua vita. E se subito torna a dichiarare di dover tornare alla lotta è soltanto per dedicare tutta la sua vita alla poesia. La sua lotta – egli lo spiega – consiste esclusivamente nel perseverare per raggiungere la «solitudine dei geni». Non bastano «i pugni e i calci» alla rassegnazione; e per questo motivo nelle ultime poesie, comprese nel rivelatore epistolario liceale, torna ad essere protagonista la morte.”. Quella stessa morte alla quale si immolerà invocandola ancora negli ultimi desolatissimi versi:
 
«Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo.»[10]
 
Alcune vicende tragiche di quello stesso periodo, dal 1926 in poi, s’impressero indelebilmente nell’animo di Cesare come ferite inguaribili, acuendo e rinsaldandogli nella mente il suo vizio assurdo.
Il compagno di studi e caro amico Elico Baraldi, sicuro di sé, vivace, intraprendente con le ragazze tanto da conquistarle con molta facilità, fortunato e certamente felice, si uccide in modo più che tragico. Recatosi con la fidanzata nella casa paterna a Bardonecchia con l’intenzione di uccidersi entrambi per amore con due colpi di rivoltella, Elico mantiene l’impegno mentre la ragazza si salva poiché egli riesce solo a ferirla. Nel 1938 Pavese farà narrare una vicenda analoga al protagonista del racconto Suicidî [11], con la sola differenza che nello scritto i personaggi sono due giovani amici legati da grande amore e desiderosi di darsene una prova reciproca. In entrambi i casi, quello reale e quello narrato, uno solo dei due compie quel gesto verso di sé mentre l’altro, forse per mancanza di coraggio, non esplode il colpo, oppure resta solo ferito. Due suicidî per amore, comunque, e il rispecchiamento delle emozioni ed esperienze personali nei personaggi delle sue opere letterarie.
Il suicidio del compagno spinge Cesare a compiere tre giorni dopo un gesto inconsulto, dettato dalla disperazione più profonda. Sale sulla collina per darsi la morte con la rivoltella come il compagno, seppure per motivi opposti. Baraldi si era ucciso per amore insieme con la fidanzata, almeno nel progetto, mentre egli, che non ha una fidanzata, lo deve fare per dimostrare a se stesso di avere altrettanto coraggio. Estrae la rivoltella ma il coraggio gli manca forse perché la volontà di vivere è ancora più forte ed esplode tutti i colpi contro una pianta: proprio presso una pianta si era accasciato l’amico suicida. Torna a casa pieno di vergogna per la sua viltà e ancora più angosciato.
Un altro suicidio lo sconvolge in quegli anni: un suo coetaneo, il figlio del professor Predella, si toglie la vita. E molti altri ancora avvengono a Torino in quel periodo incerto e difficile per le coscienze dei giovani più sensibili. Pare che la tentazione del suicidio come soluzione definitiva alle proprie angosce, al fallimento serpeggi ovunque.
Dunque Pavese già negli anni liceali, che dovrebbero essere spensierati e sereni, è tormentato da questo vizio assurdo che si è insinuato in lui come una malattia subdola e inguaribile contro la quale, come asserisce lo stesso Lajolo, “vale solo la poesia e la donna”. Ciò sarà dimostrato chiaramente dalla gioia irrefrenabile e dall’entusiasmo fecondo di scrittura nel corso della sua vita: a una donna profondamente amata e, almeno apparentemente, appassionata nel ricambiarlo corrispondono opere poetiche, racconti o romanzi scritti talora in breve tempo, quello dell’amore. Alla scoperta del tradimento, alla separazione, all’indicibile delusione per la sua virilità offesa si risveglia puntualmente quel tragico pensiero di morte che interrompe il potere consolatorio e conoscitivo della poesia.
La donna che momentaneamente può guarirlo dalla malattia non è solo un grande amore come quello per «la donna dalla voce rauca»[12], la prima, indimenticabile e, in effetti, mai dimenticata, oppure per l’attrice Constance Dowling[13], «un’inaspettata allodola [arrivata] dall’America», l’ultima illusione durata quanto la primavera prima della sua morte, l’ispiratrice delle ultime poesie pubblicate postume[14].
Avrebbe potuto guarirlo anche una giovane ex allieva al liceo “Massimo D’Azeglio” come Fernanda Pivano[15] che dal 1940 frequentò ogni giorno per cinque anni senza chiederle mai il permesso di baciarla, pur essendone innamorato, perché in lei, bella corteggiata, elegante, felice, colta, sperava di trovare il modo di uscire dalla solitudine e sentire quel calore che a poco a poco lo avrebbe portato a crearsi finalmente una famiglia, ad avere una casa e soprattutto a generare un figlio, il suo massimo desiderio. Purtroppo Fernanda rimase solo amica e confidente fedele ma respinse due volte la domanda di matrimonio di Cesare; le date 26 luglio 1940 – 10 luglio 1945 precedute da due croci, segnate sul frontespizio della raccolta di racconti e saggi sulla teoria del mito e dei simboli, intitolata Feria d’agosto (1946), sono il ricordo indelebile delle due domande e delle risposte negative, quindi la prova del fallimento totale anche con Fernanda, per la quale aveva composto nel 1940 alcune finissime poesie d’amore[16] di cui bastano alcuni versi per dimostrare il valore poetico delle parole e delle immagini:
 
«Sei come una nube
intravista fra i rami (…)
Tu non sei che una nube dolcissima, bianca
impigliata una notte fra i rami antichi» (Notturno).
 
Avrebbe potuto anche una donna come Bianca Garufi[17], definita in una lettera con queste parole: «La Donna è fonte d’amore e soprattutto di poesia e Bianca è un po’ amore e un po’ musa[18]». È lei infatti la Leucò dei Dialoghi[19] e l’ispiratrice delle nove poesie di La terra e la morte[20]. Dal loro incontro nasce in Cesare l’amore e la subitanea richiesta di matrimonio, mentre in Bianca quasi solo l’interesse letterario e il profondo desiderio di “vedersi” nel Dialogo con la maga Circe, personaggio omerico che amava molto. Lorenzo Mondorievoca[21] una scena, descritta dalla stessa Garufi,[22] che dimostra quanto Cesare l’amasse. “Entrò con il braccio teso sventolando trionfante alcuni fogli e dicendo, con voce anch’essa trionfante, un po’ fra rimprovero e dispetto: « Eccoti qua! Ti ho fatto Circe. »”. Mariarosa Masoero invece, nella prefazione al romanzo di cui sotto, riporta lo scambio di battute tra i due quando Bianca lesse i Dialoghi, con dedica “A Bianca-Circe-Leucò”, e li giudicò con parole molto tiepide, certamente deludenti per l’autore. Nel 1946, quando la loro relazione dopo soli due mesi stava per finire, si accinsero alla stesura del romanzo Fuoco grande[23], scrivendolo in collaborazione con una tecnica originale, un capitolo ciascuno, quasi per risvegliare il loro rapporto. Rimasto incompiuto, il romanzo fu pubblicato postumo da Einaudi nel 1959 con la firma di entrambi.
Poteva guarirlo e per breve tempo lo guarì una giovane collaboratrice come Maria Livia Serini[24], che lo ascoltava affascinata mentre egli parlava per ore e ore della sua poetica, dei suoi progetti letterari o lavorativi presso l’Einaudi, cui dettava in ufficio le pagine de Il compagno[25], cui leggeva la sua opera più cara ormai terminata, Dialoghi con Leucò, ventisette brevi conversazioni a due che analizzano le eterne angosce degli uomini, affrontando temi fondamentali come il dolore, la morte, il destino e le imperscrutabili leggi che li governano. I protagonisti dei dialoghi sono sempre dèi ed eroi della mitologia greca, tra cui Leucotea (il cui nome è troncato in Leucò), una Nereide protettrice dei naviganti il cui nome per i Greci significava “dea bianca”, ma nell’opera pavesiana è grecizzazione del nome Bianca, come si comprende dal periodo di scrittura (1945-1947) corrispondente all’amore per la Garufi. «Ho trovato il titolo collettivo dei dialoghetti: Dialoghi con Leucò» scrisse Pavese a un’amica il 27 marzo 1946; privilegiò dunque Leucotea, interlocutrice di Circe, per dar nome a tutta l’opera, dimostrando ancor più che il suo pensiero, allora, era costantemente rivolto a quel nome.
Avrebbe dunque salvato Pavese una donna che lo comprendesse, lo apprezzasse per i suoi veri valori e lo amasse, nonostante il carattere schivo e spesso “musone”, come lo definì nell’ultima telefonata di Cesare, la sera del 26 agosto 1950, una giovane donna conosciuta in una sala da ballo che, nella loro breve relazione, si era aspettata da lui ben altro e, invitata per telefono ad uscire, si rifiutò di trascorrere con lui “quella” sera[26].
Di nessun aiuto spirituale potevano essere invece le numerose altre donne da lui frequentate, talora in modo fugace, specialmente quando era ormai un personaggio noto e ricercato appunto per questo motivo. Molte delusioni invece ne derivavano e si rafforzava in lui il timore che lo aveva tormentato fin dalla giovinezza, il sospetto di «non valere alla donna», di non essere un “uomo”, cosa assai grave poiché la sua ambizione era appunto di «valere alla penna e alla donna», per usare le sue parole.
Nel primo campo ebbe quasi subito le soddisfazioni che potevano fugare i suoi timori, soprattutto come traduttore degli scrittori americani, ma nel secondo pensava persino di dover dar prova agli altri, non solo a se stesso, d’essere normale, virile, al punto che, ormai studente universitario, al professor Augusto Monti, suo docente al liceo “Massimo D’Azeglio” e negli anni successivi amico paterno, confidò che frequentava “quelle case”. Sarebbe un ignobile pettegolezzo, proprio di quelli che egli esortò a non fare nel suo ultimo messaggio, insinuare che fosse impotente. Dimostrano il contrario i suoi amori “importanti”, il primo e l’ultimo, che non erano certamente platonici. Piuttosto si può supporre che nell’atto amoroso non avesse quel fuoco che le donne amate avrebbero desiderato, che insomma non fosse un maestro nell’ars amatoria e che lasciasse un po’ deluse o insoddisfatte le sue amate.
Sarà stato causato da questo motivo il tradimento e l’abbandono da parte della «donna dalla voce rauca»? Chi era questa donna di cui Pavese, per la prima volta, tenne nascosto il nome persino agli amici più cari per difendere il suo grande amore?
All’inizio degli Anni Trenta Pavese vive i momenti migliori con «la donna dalla voce rauca», come lui la chiamava. Era fisicamente non bella, forte e volitiva come un uomo, laureata in matematica e fortemente impegnata nella lotta antifascista: a lui opposta, dunque, e forse proprio per questo amata. Per tutto il tempo in cui egli sentirà d’essere ricambiato, d’averla accanto a sé a proteggerlo e a dominarlo, sarà un uomo felice, vivo, semplice, pieno di entusiasmo, pronto a quel colloquio umano che invece negli anni della sua adolescenza gli era stato precluso da forze più grandi di lui.
Per lei compose alcune poesie: Incontro (1932), Piaceri notturni (1933), Un ricordo (1935), Paternità (1935), Tradimento (1936), La voce (1938), alcune incentrate sul dolore per la sua lontananza o sul ricordo della sua voce, di lei non più sua: «E la voce è la stessa, che non rompe il silenzio, / rauca e uguale per sempre nell’immobilità / del ricordo»; «Per sempre il silenzio / tace rauco e sommesso nel ricordo d’allora».
Esempio di somma valenza poetica è la lirica ispirata dall’incontro avvenuto “allora”, in cui appaiono le amate colline e quindi, idealmente, il ritorno all’infanzia:
 
«L’ho incontrata, una sera, una macchia più chiara
sotto le stelle ambigue, nella foschia dell’estate.
(…)
Era intorno il sentore di queste colline
più profondo dell’ombra, e d’un tratto suonò
come uscisse da queste colline, una voce più netta
e aspra insieme, una voce di tempi perduti.» (Incontro)
 
Ingenuamente Cesare, per non contrariare la donna amata, accetta di far giungere al proprio domicilio lettere molto compromettenti sul piano politico, a lei spedite dall’ex fidanzato Altiero Spinelli, iscritto come lei al partito comunista e detenuto nel carcere romano. In seguito all’arresto di vari intellettuali aderenti al Movimento “Giustizia e Libertà” (Leone Ginzburg era già in carcere dall’inizio del 1934), a causa di un’ignobile delazione viene fatta una perquisizione nella sua casa in via Lamarmora, durante la quale, tra le sue carte, viene scoperta una di tali lettere. Egli è arrestato il 15 maggio 1935 ma non rivela il nome della donna; viene perciò incarcerato con l’accusa di antifascismo e sconta due mesi di detenzione alle Nuove di Torino, poi a Regina Coeli di Roma. Subisce il processo in cui viene condannato a tre anni di confino da scontare nel piccolo paese arretrato e sperduto di Brancaleone Calabro, pena che gli viene notificata il 15 luglio 1935. Dopo un viaggio in treno estenuante, durante il quale sosta nel carcere di Poggio Reale[27] a Napoli, arriva nel paesino sulla costa dello Jonio il pomeriggio del 4 agosto 1935. I tre anni inflitti dalla sentenza si riducono a meno di uno per richiesta di grazia. Gli è notificato il condono il 15 marzo 1936.
Pavese dunque torna dal confino e arriva nella sua città il 19 marzo, ma la felicità di quest’agognato ritorno a Torino, alla civiltà e agli affetti dopo mesi di solitudine in un paese che gli pareva un «castigo», è subito spenta da un’amara delusione: l’abbandono della donna e il suo matrimonio con un altro, quindi la consapevolezza di essere stato usato, non amato. Da quel momento in poi ogni donna sarà considerata nei suoi scritti solo come un «frutto di carne» o tutt’al più come l’espressione dell’indifferenza e dell’infedeltà.
In questo tradimento e abbandono non pare che s’insinui il problema cui si accennava prima poiché la donna ebbe una relazione amoroso-sessuale con Cesare, ma evidentemente non lo amava davvero, al punto che si servì di lui per salvare se stessa senza preoccuparsi delle gravi conseguenze che gli avrebbe procurato.
L’esperienza prima dell’arresto e del carcere, poi del confino immeritato e l’indescrivibile delusione per il comportamento ignobile della donna amata, proprio nel periodo del maggior bisogno di sostegno spirituale e di sicurezza del suo amore, concorrono a farlo sprofondare in una crisi grave e profonda, che per anni lo terrà avvinto alla tentazione dolorosa e sempre presente del suicidio. Si chiude in un pericoloso isolamento in cui lo aiuta solo la sua febbrile attività di traduttore dall’inglese di testi americani, successivamente di narratori stranieri e la stesura di racconti[28], seguiti dal romanzo Il carcere[29] tratto dall’esperienza del confino.
A Brancaleone, il 6 ottobre 1935, inizia a scrivere un Diario, cui darà il titolo molto significativo Il mestiere di vivere[30], in cui annota i suoi pensieri fino al 18 agosto 1950, riflettendo sulla propria attività letteraria e sulla vita, quasi in un confronto tra il Mestiere di poeta[31] e il difficile mestiere di vivere, da apprendere con grande pena e spesso senza risultati. «Ho imparato a scrivere, non a vivere», quindi l’arte appare come un sostituto dell’esistenza se «quando scrivo sono normale, equilibrato, sereno».
Alla delusione amorosa si affianca quella letteraria poiché la prima edizione del suo libro di poesie Lavorare stanca[32] è stata accolta con indifferenza dalla critica, nonostante lo stile fortemente innovativo, oppure proprio per questo stile oggettivo e narrativo, dal verso lungo anche 14 o 16 sillabe, incurante della metrica tradizionale, in un periodo in cui fioriva lo stile ermetico e resisteva quello crepuscolare.
Eppure proprio in questa raccolta poetica Pavese ha espresso temi profondi, fondamentali affinché il lettore comprenda la sua concezione della vita, la sua tragica solitudine[33], spesso voluta[34]; la problematica contrapposizione tra campagna e città, tra contadini e operai, tra infanzia e maturità, tra il ragazzo ingenuo, creatore di miti, e l’uomo che ha compreso: «Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo»[35]. Inoltre il ritorno all’infanzia, alle Langhe[36] in cui è nato e cresciuto; soprattutto l’ideale della donna che lo sposa e lo attende a casa[37], del figlio[38] da mettere al mondo con lei: «(…) quest’uomo vorrebbe lui averlo un bambino e guardarlo giocare».
Questo avrebbe voluto dalla donna amata in quegli anni, «la donna dalla voce rauca», da cui ebbe invece, per bocca dell’amico che lo accolse alla stazione di Torino, la notizia che si era sposata con un altro proprio in quei giorni.
(…)
                                            «Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze sono vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena d’essere solo per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti uno parla da solo.
(…)
                                    Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
(…)
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa». (Lavorare stanca)
 
Dopo una delusione così grave che distrusse il suo ideale di donna e lo portò quasi al suicidio (alla stazione di Porta Nuova a Torino si illudeva che ci fosse lei a riceverlo e svenne quando l’amico gli disse la verità), non c’è da meravigliarsi che i personaggi di molti suoi racconti e romanzi scritti in quel periodo fossero lo specchio dei suoi stati d’animo, sentimenti, opinioni. Una certa misoginia fa sì che l’uomo tratti la sua fidanzata, moglie, amante quasi con crudeltà e sadismo per umiliarla, farla soffrire, spingerla persino al suicidio, quest’ultimo ricorrente in varie opere, uno proprio in una stanza d’albergo, come farà lui un anno dopo la pubblicazione di Tra donne sole[39], in cui Rosetta tenta di uccidersi appunto in una stanza d’albergo per un amore fallito, ma viene salvata; quando tutte le amiche credono che abbia ormai superata la disperazione, tenta di nuovo il suicidio in una stanza d’affitto, arredata con una sola poltrona rivolta verso la finestra, e muore per il veronal ingerito.
Nel racconto già citato Suicidî [40], oltre a ciò che si è detto sul gesto tragico di un ragazzo tanto simile a quello dell’amico di Pavese Baraldi, si nota un’altra analogia tra il comportamento del protagonista, narratore in prima persona, e l’atteggiamento misogino dello scrittore, che per di più attribuisce alla giovane amante Carlotta una “semplicità” che probabilmente era sua. «Era una troppo semplice amante e forse già il marito l’aveva tradita per questo» pensava il protagonista, che tuttavia la frequentava come sfogo sessuale e se ne andava in fretta subito dopo, dichiarandole più volte perché non si facesse illusioni: «Siamo un uomo e una donna che si annoiano, e stiamo bene nel letto. E non c’è altro». Niente di più avvilente e offensivo per una donna innamorata.
Dopo mesi di umiliazioni inferte alla giovane, come restare tutta la sera seduto sul divano con il viso accigliato senza dire una sola parola, il protagonista diradò le visite e infine sparì. Un mese dopo (se non il rimorso, la curiosità lo aveva portato alla casa di lei, non avendola più vista nel caffè dove lavorava come cassiera) seppe dalla portinaia che proprio un mese prima Carlotta era stata trovata morta a letto con il gas acceso.
Si comprende la ragione del plurale nel titolo di questo racconto, che raddoppia il gesto estremo o per amore o per una delusione d’amore. Il personaggio narra: «Quando conobbi Carlotta uscivo da una burrasca che per poco non m’era costata la vita»; tutto a causa di una donna. Si manifesta allora nei fatti narrati la veridicità di questo suo pensiero espresso poche righe sotto: «Avendo sofferto un’ingiustizia, ricambiavo di quest’ingiustizia, come avviene in questo mondo, non la colpevole ma un’altra». Pavese, dunque, si vendicava dell’offesa ricevuta da parte della «donna dalla voce rauca» sui suoi personaggi femminili, facendo subire loro ciò che egli aveva subito.
Sarebbe molto lunga la serie di figure femminili dei racconti e dei romanzi su cui lo scrittore attua letterariamente la sua vendetta umiliandole, maltrattandole persino con crudeltà, dimostrando loro il suo disprezzo anche se, in vari casi, “usa” il loro corpo, per dimostrare che appunto questo è la donna: un corpo su cui sfogare i propri istinti sessuali, un corpo finalizzato a mettere al mondo figli e nulla più, una specie di bestia, benché proprio una di queste “bestie” («la donna capra»[41], di nome Concia) susciti il suo desiderio perché selvaggia, forte, quindi protettiva, capace di dominarlo.
Una vittima della “vendetta” di Pavese è la moglie nel racconto Viaggio di nozze[42], umiliata e maltrattata dal marito con atti e parole di un sadismo premeditato. La raccolta di cui fanno parte i due racconti citati è significativa, oltre che per il valore intrinseco, perché ha in sé temi, personaggi e vicende che saranno ripresi e sviluppati nei romanzi, come il confino, narrato nel racconto Terra d’esilio e nel romanzo Il carcere, e varie figure femminili o maschili che, nel loro disagio esistenziale, nell’incapacità di vivere riflettono la complessa, tormentata e talora contraddittoria indole di Pavese, che è senza dubbio presente nelle sue opere, quasi si specchiasse nei personaggi.
Altre vittime sono le due ragazze nel racconto La draga, una violentata, entrambe annegate nel Po, dove avevano fatto una gita in barca, senza che i due giovani sulla draga movessero un dito per salvarle. Anzi, ridevano di loro e si rammaricavano di non aver violentata anche l’altra, cosa che per loro doveva essere abituale quando capitava l’occasione di trovare una donna indifesa: la donna solo come corpo da possedere.
Passando ai romanzi, Elena ne Il Carcere ed Elvira ne La casa in collina[43] sono rispettivamente due donne che amano un uomo, che lo ammirano, subendo il fascino della sua cultura e del suo intellettualismo aristocratico, che sono disposte ad aspettare che egli le scelga e che, invece, lui o disprezza o ignora: emblema inquietante di quella misoginia malamente mascherata, di quella disperata ricerca di amore che invece non c’era, nella sua vita, e forse non ci sarebbe stato mai. Al contrario, nel secondo romanzo il protagonista apprezza Cate, un amore del passato, anzi, una donna “usata” e abbandonata, cui era nato un figlio che chiamò Corrado / Dino come il presunto padre (cui peraltro assomiglia molto fisicamente, non nel carattere). La donna, mentre anni prima era debole e sottomessa, ora è forte e decisa soprattutto nelle scelte circa la partecipazione alla Resistenza, al contrario del prof. Corrado / Cesare che è ed ha la consapevolezza d’essere un inetto, un debole, un vile che non osa partecipare alla vita.
Una donna vittima della “bestialità” maschile è Gisella nel romanzo Paesi tuoi[44], violentata incestuosamente dal fratello Talino, che infine la massacra per folle gelosia conficcandole nel collo un tridente. Non è una “vendetta pavesiana” analoga alle altre citate, tuttavia è la raccapricciante descrizione della violenza cieca di un uomo che considera la donna, anche se sorella, come un oggetto suo, di cui può fare ciò che l’istinto gli detta.
Di natura ben diversa, invece, la sorte delle tre sorelle Irene, Silvia e Santina nel capolavoro di Pavese, La luna e i falò [45]. Sono signorine eleganti e ben educate, figlie del padrone della fattoria “Mora” in cui Anguilla, il protagonista, viveva e lavorava da ragazzo ammirandole come esseri superiori, mentre in realtà erano fragili e indifese di fronte alla vita. Al suo ritorno ai luoghi dell’infanzia, ormai quarantenne e carico d’esperienza fatta in America, Anguilla viene informato che tutte e tre sono state sacrificate dalla vita stessa, in modi diversi ma egualmente crudeli (un matrimonio infelice, un aborto segreto e la vendetta dei brescianini che la credevano una spia dei fascisti). Per loro lo scrittore prova umana pietà, risparmiandole dalla sua misoginia, cosa che non fa per le donne-bestia che si sfiancano di fatica nei campi, nella vigna e vengono uccise appunto come bestie, come il cane alla catena, dal padre di Cinto, il Valino impazzito che dà fuoco al casotto di Gaminella e poi si uccide.
Il significato di questo mirabile romanzo è il ritorno di Anguilla / Pavese ai luoghi dell’infanzia per ritrovare se stesso, le proprie illusioni e i propri miti. Fuori tema sarebbero stati personaggi e fatti in cui rispecchiare il proprio astio per le donne. Piuttosto è significativa la frase, tratta dal Re Lear di Shakespeare, posta come epigrafe del libro: Ripeness is all, come dire che è impossibile tornare all’infanzia e ai suoi miti poiché, una volta sopraggiunta l’età adulta, si deve essere pronti alla morte, in cui tutto s’esaurisce come il fuoco di un falò, di cui resta solo una macchia nera. Maturità è saper sopportare l’uscita così come la venuta[46].
Facendo un passo indietro, se Elena ed Elvira, di cui s’è parlato sopra, amavano l’uomo ma attendevano silenziose che lui le cercasse, di ben altra indole era l’attrice americana Constance Dowling che, affascinata dall’ormai celebre scrittore innamorato di lei, rinato alla vita per questo amore che credeva ricambiato, capace ancora di sognare per una donna, intrecciò con lui una relazione amorosa riuscendo persino a trascinarlo con sé a Cervinia (meglio sarebbe dire che lo “sfoggiava” accanto a sé nei luoghi alla moda). Il loro amore durò una sola primavera: Constance tornò in America senza una spiegazione. Pavese, che a poco a poco aveva capito, scrisse nell’ultima delle dieci poesie che costituiscono la raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi [47]:
 
«’T was only a flirt
you sure did know
some one was hurt
long time ago.
 
All is the same
time has gone by-
some day you came
some you ‘ll die.
 
Some one has died
long time ago-
some one who tried
but didn’t know.»
 
La poesia, intitolata Last blues, to be read some day, è datata 11 aprile 1950, mentre la prima, anch’essa in inglese, 11 marzo 1950, tanto era durata la loro relazione: grande amore per lui, solo un flirt per lei. Italo Calvino tradusse gli ultimi quattro versi: «Qualcuno è morto / tanto tempo fa –/ qualcuno che tentò / ma non seppe».
Cesare Pavese era giunto quasi alla meta del suo tragico itinerario[48]. Ebbe il Premio Strega per La bella estate nel giugno dello stesso anno, come conferma del suo grande valore letterario, ma forse era ormai troppo tardi per guarire il suo animo, ferito anche dalla freddezza e incomprensione con cui era stato accolto il suo amato libro Dialoghi con Leucò. Se per Lavorare stanca l’incomprensione era stata causata dalla fioritura del raffinato ed orfico Ermetismo, quella per i Dialoghi, la mitologia greca e il linguaggio finemente letterario, vicino alla poesia, era causata dal contemporaneo Neorealismo, che rappresentava operai, contadini, povertà e problemi reali del dopoguerra con linguaggio semplice e povero, vicino al parlato. Per di più si pretendeva un’arte impegnata, con il rischio di annullare l’autonomia della letteratura per la quale si erano tanto battuti i Decadenti e, con il silenzio e l’assenza, gli Ermetici prima della guerra.
25 marzo 1950: «Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, infermità, nulla.»[49]
16 agosto 1950: «La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.»
17 agosto «È la prima volta che faccio il consuntivo di un anno non ancor finito.»
18 agosto: «Basta un po’ di coraggio. (…) Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette[50] l’anno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio. Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più.»
26/27 agosto: Cesare Pavese conclude il suo itinerario con estrema dignità.
 
                                                                   Giorgina Busca Gernetti
 
BIBLIOGRAFIA
 
Edizione di tutte le opere di Cesare Pavese
 
– Le opere complete di Cesare Pavese sono state pubblicate dalla casa editrice Einaudi nel 1968 (I. Lavorare stanca; II. Paesi tuoi; III. La spiaggia; IV. Il compagno; V. Feria d’agosto; VI. Dialoghi con Leucò; VII. Prima che il gallo canti; VIII. La bella estate; IX. La luna e i falò; X. Il mestiere di vivere; XI. Poesie del disamore; XII. Saggi letterari; XIII. Racconti, 2 voll.; XIV. Lettere 1926‑1950, 2 voll.).
 
 
Edizioni delle Opere di Narrativa
 
Oltre alle edizioni delle opere di narrativa citate nelle note, avvenute in gran parte quando Cesare Pavese era ancora in vita, dopo la sua morte sono stati pubblicati:
 
Notte di festa, (dieci racconti inediti scelti da Italo Calvino: Terra d’esilio, Viaggio di nozze, L’intruso, Le tre ragazze, Notte di festa, Amici, Carogne, Suicidi, Trilla in collina, Il campo di grano), Torino, Einaudi “I Coralli” 1953 (decisione presa dalla C. E. Einaudi nel 1952).
Racconti, (con l’aggiunta dei seguenti testi inediti: Dettatura, Misoginia, Temporale d’estate, L’idolo, «Si parva licet», Fedeltà, Casa al mare, I mendicanti, Il capitano, La famiglia, Nel caffè della stazione, La zingara) in due volumi, Torino, Einaudi “ Supercoralli” 1960.
Il mestiere di vivere in versione integrale (prima edizione: Il mestiere di vivere. Diario 1935‑1950, Torino, Einaudi, “Saggi”, 1952) a cura di Marziano Guglielminetti e Laura Nay,
Torino, Einaudi 1990.
– Mariarosa Masoero ha curato l’edizione di Lotte di giovani e altri racconti giovanili (1925‑1930), Torino, Einaudi 1993.
Il mestiere di vivere in versione integrale a cura di Marziano Guglielminetti e Laura Nay, ora con introduzione di Cesare Segre, in una nuova edizione economica, Torino, Einaudi 2000.
Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, pubblicati in occasione del Cinquantenario della morte di Pavese, Torino, Einaudi, collana “La Pléiade” 2000. Hanno collaborato Mariarosa Masoero (per la cronologia e le notizie sui testi), Laura Nay e Giuseppe Zaccaria (per le note di commento ai testi e la ricezione critica dell’epoca di pubblicazione), Elisabetta Soletti (per la nota linguistica e gli appunti sulla sintassi di Pavese). Le note filologiche, curate da Mariarosa Masoero e da Claudio Sensi, si basano sul minuzioso esame dei manoscritti e presentano, ricorrendo ad alcuni esempi, una sintesi del lavoro di elaborazione testuale e del percorso linguistico compiuti da Pavese sui vari romanzi.
Tutti i racconti, a cura di Mariarosa Masoero, introduzione di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, collana “ET Scrittori” 2002.
Le riedizioni dei romanzi e dei racconti pavesiani continuano negli anni per l’instancabile dedizione allo scrittore e la massima cura filologica negli approfondimenti critici di Mariarosa Masoero e Marziano Guglielminetti. La stessa cosa vale per le opere di poesia.
Officina Einaudi-Lettere editoriali 1940-1950, a cura di Silvia Savioli, Torino, Einaudi 2008. L’opera, che ha conseguito il Premio Speciale nel Concorso “Grinzane Cavour-Cesare Pavese” 2008, è stata presentata in anteprima nel corso della manifestazione per il Centenario a S. Stefano Belbo il 7 settembre 2008
Dodici giorni al mare, a cura di Mariarosa Masoero, Galata Edizioni, Genova 2008. L’opera, arricchita di fotografie e cartoline dell’epoca in cui si svolse la vacanza di Cesare dodicenne, è stata presentata dall’autrice a Borghetto Santo Spirito (Sv), nel Giardino di Sala Marexiano, il 9 settembre 2008.
 
 
Edizioni varie delle Opere di Poesia
 
Lavorare stanca, Firenze, Solaria 1936.
Lavorare stanca (comprende settanta poesie degli anni 1930-1940 e, in appendice, Il mestiere di poeta e A proposito di certe poesie non ancora scritte), Torino, Einaudi, “Poeti” 1943.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (con La terra e la morte), a cura di Massimo Mila e Italo Calvino (contiene diciannove poesie, nove del 1945 e dieci del 1950), Torino, Einaudi, “Poeti” 1951.
Lavorare stanca (1943), La terra e la morte, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, in Poesie, a cura di Massimo Mila, Torino, Einaudi, “NUE” 1961.
Poesie del disamore e altre poesie disperse (comprende oltre a Poesie del disamore e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, le poesie escluse da Lavorare stanca, [Torino, Einaudi “Poeti”, 1943], poesie del 1931-1940 e due poesie del 1946), Torino, Einaudi, “Nuovi Coralli” 1962.
Poesie edite e inedite, a cura di Italo Calvino, Torino, Einaudi, 1962 (comprende centoventicinque poesie degli anni 1930-1950 e due scritti di poetica), Torino, Einaudi, “Supercoralli” 1962.
Lavorare stanca (1943), in Opere di Cesare Pavese, Torino, Einaudi 1968, vol. I.
Poesie del disamore, in Opere, cit., vol. II (contiene le undici poesie del gruppo omonimo, anni 1934-1938, La terra e la morte, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi e le restanti poesie dell’edizione Calvino), Torino, Einaudi 1968.
Lavorare stanca (1943), La terra e la morte, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, con due scritti dell’autore sulla sua poesia, a cura di Massimo Mila, Torino, Einaudi, NUE 1974.
Poesie giovanili (1923-30), a cura di Attilio Dughera e Mariarosa Masoero, Torino, Einaudi, 1989 (edizione fuori commercio).
Le poesie (comprendenti altri due testi inediti: Prima di Lavorare stanca ed Estravaganti scelte), a cura di Mariarosa Masoero, Torino, Einaudi, 1998.
Lavorare stanca, a cura di Mariarosa Masoero, Torino, Einaudi “Collezione di poesia” 2001
Lavorare stanca, a cura di Mariarosa Masoero, introduzione di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, “Tascabili-Poesia” 2005. Maria Rosa Masoero in questo volume, in cui propone tutta l’opera poetica di Pavese, ha compreso anche le poesie giovanili dal 1921 al 1930 che dovevano costituire una specie di Canzoniere a sé stante; ha quindi ricostruito, sulla base del materiale ritrovato, il libro così com’era nelle intenzioni di Pavese, eliminando quei materiali che non davano sufficienti garanzie filologiche d’autenticità.
 
***
 
Per il Centenario della nascita di Cesare Pavese si sono svolte innumerevoli iniziative culturali (convegni, premi letterari, festival, letture, spettacoli, mostre, emissione del francobollo celebrativo) soprattutto a Torino e a Santo Stefano Belbo, in vari edifici scelti appositamente e nella Casa-Museo dello scrittore, in cui ha sede il CE.PA.M. (Centro Pavesiano Museo Casa Natale) che pubblica ormai da otto anni i Quaderni del CE.PA.M., rassegne di saggi internazionali di critica pavesiana a cura di Antonio Catalfamo. L’ultima rassegna reca il titolo pavesiano Cent’anni di solitudine? «Rompere la crosta», 2008.
Nelle iniziative cui si è accennato ricorrono sempre i nomi di Lorenzo Mondo, Mariarosa Masoero e Marziano Guglielminetti, oltre a quelli di critici prestigiosi.
Notevole la cerimonia di premiazione del “Grinzane Cavour-Cesare Pavese” 2008, svoltasi domenica 7 settembre, cui è seguito l’incontro-dibattito Cesare Pavese, scrittore del Novecento moderato da Giuliano Soria. Hanno partecipato Alberto Arbasino, Boris Biancheri, Raffaele La Capria, Lorenzo Mondo, Giorgio Pressburger, Emanuele Severino e Mimmo Calopresti. L’iniziativa è stata riproposta alTeatro Gobetti di Torino lunedì 8 settembre 2008.


[1] Davide Laiolo, Il vizio assurdo. Storia di Cesare Pavese, Il Saggiatore, Milano 1960; 1967. Mondadori Oscar, Milano 1972 e successive ristampe. Cap, IV, “Le poesie liceali e il “vizio assurdo”.
[2] Dominique Fernandez, L’échec de Pavese (Lo scacco/Il fallimento di Pavese, oppure L’inconscio in Cesare Pavese),Paris, Grasset 1967 (più ampie precisazioni su quest’opera nella nota n. 48).
[3] Lorenzo Mondo, Cesare Pavese, Mursia, Milano 1961
Lorenzo Mondo (a cura di), Cesare Pavese. Vita attraverso le lettere, Einaudi, Torino 1966.
Lorenzo Mondo, Quell’antico ragazzo – Vita di Cesare Pavese, Rizzoli, Milano 2006. (Premio speciale per la narrativa “Grinzane Cavour-Cesare Pavese” 2006). Opera condotta sull’epistolario (pubblicato a sua cura; si veda la nota n.5), sul diario Il mestiere di vivere e sul Taccuino ’42-’43, da lui scoperto tra le carte inedite.
Bona Alterocca, Pavese dopo un quarto di secolo, SEI, Torino 1975
Bona Alterocca, Vita e opere di un grande scrittore sempre attuale, Musumeci, Quart (Aosta) 1985
Marziano Guglielminetti e G. Zaccaria, Cesare Pavese, Le Monnier, Firenze 1976.
Franco Pappalardo La Rosa, Cesare Pavese e il mito dell’adolescenza, Edizioni dell’Orso, Alessandria 1996
(1ª edizione, Laboratorio delle Arti, Milano 1973).
[4] Attilio Dughera e Mariarosa Masoero (a c.d.), Poesie giovanili, Einaudi Torino 1989 (ed. fuori comm.)
[5] C. Pavese, Lettere (1924-1944), a cura di Lorenzo Mondo, Einaudi, Torino 1966. Lettere (1945.1950), a cura di Italo Calvino, Einaudi, Torino 1966.
Dieci lettere inedite di Lalla Romano a Pavese, dal 1945 al luglio del 1950, provenienti dall’archivio Einaudi e depositate presso il Centro Studi di Letteratura Italiana in Piemonte “Guido Gozzano – Cesare Pavese” diretto da Mariarosa Masoero, nell’ambito della manifestazione “La bella estate 2008” sono state esposte nella Biblioteca Nazionale Braidense di Milano, in via Brera, nella mostra allestita a cura della stessa Masoero “Omaggio a Cesare Pavese nel Centenario della nascita”, curata da Giovanni Tesio e Antonio Riaperla parte relativa al carteggio edito e inedito fra Lalla Romano e Cesare Pavese.
Cesare Pavese, Officina Einaudi. Lettere editoriali 1940-1950, a cura di Silvia Savioli, Einaudi, Torino 2008.
Premio Speciale e presentazione in anteprima nell’ambito del Premio “Grinzane Cavour-Cesare Pavese” 2008
[6] Si vedano le note 1 e 2 (D. Lajolo, 1960; L. Mondo, 1966, L. Mondo 2006); per le lettere si veda la nota n. 5.
[7] ibidem Il corsivo è nella lettera citata; si vedano le note n. 1, 3, 5.
[8] Cesare Pavese, Dodici giorni al mare. Diario inedito del 1922, a cura di Mariarosa Masoero, Galata, Genova 2008. Una vacanza con gli scout nel Genovese rivela gli interessi e la “buona penna” di Cesare dodicenne.
[9] Davide Lajolo, si veda la nota n.1; per le Lettere (dal 1924 al 1944) a cura di Lorenzo Mondo si veda nota n.5.
[10] C. Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, Torino, 1951 (postumo)
[11] C. Pavese, Suicidî, nella raccolta di racconti Notte di Festa, Einaudi, Torino, 1953 (postumo); poi, insieme con altri testi inediti e con Feria d’agosto, in Racconti, ivi, 1960 (postumo).
[12] Così Pavese nominava il suo più grande amore, celandone a lungo l’identità anche agli amici più cari. Se ne parlerà più specificamente nelle pagine successive. Il suo nome era Tina (Battistina Pizzardo).
[13] Attrice americana protagonista dell’ultimo appassionato amore di Pavese nella primavera del 1950.
[14] Si veda la nota n. 10
[15] Traduttrice, scrittrice e saggista nata a Genova e trasferitasi a Torino, dove compì gli studi conseguendo due lauree (lettere, filosofia) e un diploma in pianoforte (1940-1943). Iniziò la sua attività di traduttrice nel 1943 sotto la guida di Pavese. La sera del 26 agosto 1950 Cesare telefonò inutilmente anche a lei.
[16] Mattino, Estate, Notturno, in Lavorare stanca, Einaudi, Torino 1943 (non comprese nella prima edizione Solaria, Firenze 1936 perché composte nel 1940).
[17] Scrittrice, poetessa e psicoanalista junghiana, fortemente impegnata nella Resistenza. Pavese la conobbe nella sede romana della casa editrice Einaudi, dove nel primo dopoguerra lavoravano entrambi. Se ne innamorò, affascinato dal suo spirito forte, dal comune amore per i miti greci e dalla psicologia junghiana che appunto dei miti si occupava, ma non fu ricambiato. La sera del 26 agosto Pavese telefonò inutilmente anche a lei.
[18] C. Pavese, Lettere (1945.1950), a cura di Italo Calvino, Einaudi, Torino 1966.
[19] Einaudi, Torino 1947. Benché la Garufi sia così valorizzata nel titolo e nel dialogo tra Leucotea e Circe, «la donna dalla voce rauca» non è dimenticata, anzi. Nella recente biografia di Pavese Quell’antico ragazzoVita di C. P., Rizzoli, Milano 2006, Lorenzo Mondo, per esemplificare il “vagheggiamento panteistico, sempre presente in Pavese”, scrive che “nel bellissimo dialogo dal titolo La belva Endimione, affascinato da Artemide, la dea selvaggia, riesce ad incontrarla soltanto nel sonno e, pena l’annientamento, ad avvicinarla nella contemplazione, nell’ascolto della sua voce «rauca e materna». In questo accenno alla «voce rauca» c’è forse il ricordo di Tina?
[20] Raccolta di nove poesie composte per Bianca Garufi nel 1945 e pubblicate con il titolo complessivo La terra e la morte nella rivista Le tre Venezie, Padova 1947. Poi, insieme alle dieci composte per Constance Dowling, in Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, Torino 1951 (postumo). Tutte queste composizioni sono comprese nel volume Poesie edite e inedite, a cura di Italo Calvino, ivi 1962.
[21] Lorenzo Mondo, Quell’antico ragazzo – Vita di Cesare Pavese, Rizzoli, Milano 2006.
[22] Bianca Garufi. La Circe di Pavese, in “Tuttolibri – La Stampa”, 25 maggio 2002.
[23] C. Pavese – B. Garufi, Fuoco grande, Einaudi, Torino 1959 (postumo). Inoltre, a cura di Mariarosa Masoero, ibidem 2003 (nello scritto della Masoero è riferito lo scambio di battute tra i due sui Dialoghi con Leucò).
[24] Conosciuta agli inizi del 1947, portata a lavorare con sé all’Einaudi e frequentata finché ella non si trasferì a Roma per motivi di lavoro alla fine dello stesso anno.
[25] C. Pavese, Il compagno, Einaudi, Torino 1947. Il protagonista Pablo rispecchia lo scrittore che tenta, proprio lui che non aveva partecipato all’opposizione antifascista o alla lotta armata dei partigiani come tanti amici che sacrificarono la loro giovane vita, ma si era rifugiato a Serralunga di Crea, di ripensare a quello che aveva preceduto la Resistenza, alle tensioni, alle paure. L’autore, ormai iscritto dal 1945 al Partito Comunista, scrive un romanzo politicamente impegnato in cui si prefigge di testimoniare la sua precisa scelta politica, che peraltro lo “schiaccia”. Si presenta nel romanzo il difficile rapporto tra la letteratura e l’impegno politico preteso in quegli anni dagli intellettuali. Per questo romanzo gli fu assegnato il Premio citazione di questa Salento nel 1948.
[26] D. Lajolo, op. cit. ultima pagina dell’ultimo capitolo. La risposta “Non vengo perché sei un musone e mi annoi” fu riferita dalla centralinista dell’Albergo Roma che “filtrava” le telefonate degli ospiti.
Per la ricostruzione degli ultimi giorni infelici di Pavese si veda anche Bona Alterocca, op. cit. 1985 (nota n. 3).
La giornalista del “Popolo Nuovo” Bona Alterocca, amica di Pavese, sua confidente e potenzialmente consolatrice in quegli ultimi giorni di profonda prostrazione, aveva trascorso con lui la sera di venerdì 25 agosto 1950. Il mattino del sabato Cesare la cercò alla redazione per salutarla, ma purtroppo ella era già uscita.
Poco prima, alla sede de “L’Unità”, egli aveva scelto tra le tante una sua fotografia con il viso molto triste.
[27] Poggio Reale, poesia composta a memoria in carcere a Torino il 29 maggio del 1935 e, nella stesura definitiva, a Brancaleone Calabro il 15 settembre 1935; in Lavorare stanca, Solaria, Firenze 1936; poi nell’edizione accresciuta (70 poesie) ma privata, per il veto della censura, di quattro composizioni appartenenti alla prima edizione (originariamente di 45 poesie), Einaudi, Torino 1943.
L’esclusione delle poesie fu commentata da Pavese con sottile ironia.
[28] Notte di festa, raccolta pubblicata postuma da Einaudi nel 1953 (si veda nota n. 11). Vari racconti anticipano temi e personaggi sviluppati poi nei romanzi. Il tema del suicidio è ricorrente anche due volte nello stesso racconto (Suicidî). Vi compare un atteggiamento quasi misogino, forse causato dalla durezza di sua madre.
[29] Il carcere, scritto nel 1936-1939 ma pubblicato dieci anni dopo.
[30] Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, Einaudi, Torino 1952 (postumo). Nuova edizione condotta sull’autografo a cura di Marziano Guglielminetti e Laura Nay, ibidem 1990. Con una nuova introduzione di Cesare Segre, ibidem 2000.
[31] Il mestiere di poeta (a proposito di Lavorare stanca) è un saggio teorico-critico scritto nel 1934 per l’edizione Solaria del 1936; dopo è stato posto in appendice all’opera nell’edizione Einaudi del 1943
[32] Lavorare stanca, si vedano note n. 16 e n. 27
[33] Lavorare stanca, vv. 4 sgg., in op. cit. Tali versi, benché scritti nel 1934, fanno pensare alla tragica solitudine di Cesare Pavese nella piazza deserta, il 26 agosto 1950, mentre si avviava verso l’Albergo Roma da cui non sarebbe più uscito vivo. L’uomo solo desidera una casa ma non sa farsene una.
[34] Mania di solitudine in op. cit.
[35] Mito, in op. cit
[36] I mari del Sud, in op. cit. «Le Langhe non si perdono» v. 16
[37] Lavorare stanca, vv.10 sgg, in op. cit. Questo profondo desiderio di crearsi una casa, di avere una donna che lo ama e lo attende nel letto la sera per fare l’amore con lui viene espresso più volte nelle poesie di questa raccolta e nel diario Il mestiere di vivere, su cui si veda la nota n. 30
Sulla donna che attende nel letto l’uomo lontano si veda anche la nota successiva.
[38] Paternità, vv. 1 sgg., in Lavorare stanca, su cui si veda la nota n. 27. Il desiderio di avere un figlio è espresso in modo evidente anche nel romanzo La casa in collina (si veda la nota n. 43), in cui il prof. Corrado / Cesare Pavese, si affeziona al ragazzo Dino e vorrebbe che fosse suo figlio (forse lo è).
[39] Tra donne sole, scritto nella primavera del 1949, conclude il trittico intitolato La bella estate, Einaudi, Torino
1949, vincitore del Premio Strega nel giugno del 1950. L’opera comprende i tre romanzi brevi La bella estate, Il diavolo sulle colline e Tra donne sole, benché scritti in epoche diverse (1940, 1948, 1949). Sono romanzi autonomi, tuttavia uniti da alcuni temi come l’iniziazione alla vita e il fallimento del più debole.
[40] Si veda la nota n. 11
[41] Concia, uno dei personaggi femminili del romanzo breve Il carcere, scritto tra il 1936 e il 1939, pubblicato dieci anni dopo insieme a La casa in collina con il titolo complessivo Prima che il gallo canti, quasi a porre in rilievo il tema comune del tradimento, Einaudi, Torino 1949. La Concia della realtà era Concetta Delfino.
[42] Fa parte della raccolta Notte di festa; si veda la nota n. 11
[43] Romanzo breve scritto tra il 1947 e il 1948, pubblicato insieme a Il carcere, Einaudi, Torino 1949. È il più autobiografico tra i romanzi di Pavese, che ha ritratto se stesso in Corrado. Si veda anche la nota. n. 38.
[44] Romanzo scritto nel 1939 e pubblicato nel 1941 presso Einaudi
[45] Il romanzo La luna e i falò, scritto in soli due mesi nel 1949, fu pubblicato nella primavera del 1950 presso Einaudi. Si dice che fosse nella sua valigetta, nella camera dell’Albergo Roma, il 26-27 agosto 1950.
La biografia di Pavese è stata ricostruita criticamente, dopo l’opera di Lajolo del 1960, da Lorenzo Mondo in Cesare Pavese, Mursia, Milano 1961, da Bona Alterocca nelle opere citate alla nota n. 26 (rispettivamente del 1975 e del 1985) e da Lorenzo Mondo nelle due opere citate alla nota n. 3 (del 1966 e del 2006).
[46] La frase posta in epigrafe e in particolare il termine ripeness sono di difficile e discussa interpretazione, soprattutto se non sono poste in relazione al contesto e al linguaggio di Shakespeare. Su questo punto esprime il suo parere convincente Lorenzo Mondoin Quell’antico ragazzo (2006), citando la persuasiva precisazione di Tibor Wlassicsin Pavese falso e vero. Vita, poetica, narrativa. Centro Studi piemontesi, Torino1985.
[47] Il titolo è il primo verso della quarta poesia datata 22 marzo 1950. Le dieci poesie, due in inglese, otto in italiano, trovate dattiloscritte in un cassetto della sua scrivania alla casa editrice Einaudi con i titoli, le date e il frontespizio di suo pugno, furono pubblicate postume nel volume omonimo, Einaudi, Torino 1951, insieme a La terra e la morte (per questa breve raccolta dedicata a Bianca Garufi si veda la nota n.19).
[48] Dominique Fernandez, L’échec de Pavese (Lo scacco/Il fallimento di Pavese, oppure L’inconscio in Cesare Pavese – tesi di laurea del grande italianista francese), Paris, Grasset 1967. Opera d’impostazione freudiana, fondamentale per comprendere la complessa e tormentata personalità dello scrittore, in cui l’inconscio e il senso di fallimento ebbero sempre un peso notevole nella vita e nella scrittura, dall’adolescenza fino al suicidio.
Lo scrittore francese ha creato la “psychobiographie”, utilizzandola già nell’opera L’échec de Pavese.
Se ne evince che il suicidio non è un punto di rottura ma il punto di maturità di un uomo che lucidamente si è sottratto alla gloria. Vi si allude anche al complesso di Edipo che può aver condizionato la vita di Cesare dopo la morte precoce del padre, quando egli aveva solo sei anni. Ne subì un forte trauma e il suo carattere fu reso ancor più introverso e instabile dall’educazione molto rigida impartita dalla madre, causa, forse, della sua misoginia.
– Dominique Fernandez, Il mito dell’America negli intellettuali italiani, Caltanissetta – Roma, Sciascia Ed. 1969. Tale opera, in riferimento al rapporto tra Pavese e la letteratura americana, è di grande importanza per cogliere, al di là dell’argomento specifico in sé, aspetti chiarificatori sull’indole contraddittoria di Cesare Pavese e sulla sua esasperata sensibilità di uomo, di traduttore, critico, narratore e poeta.
[49] Annotazione del 25 marzo 1950, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino 1952. Si veda la nota n. 30
Le annotazioni successive, ibidem.
[50] Nel suicidio di Rosetta, in Tra donne sole, aveva già descritto un anno prima il proprio suicidio.
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Saggio pubblicato negli Annali del Centro "Pannunzio", Torino 2009
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Tutti i diritti riservati
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Informazioni su Giorgina Busca Gernetti

Amo la poesia, la musica classica, la danza classica, il canto lirico, l'arte, l'archeologia, i fiori, gli animali e il mare. Compongo poesie fin dall'adolescenza, benché abbia iniziato tardi a pubblicarle. Scrivo anche racconti, recensioni o saggi artistico-letterari. Sono nata a Piacenza e mi sono laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Sono stata docente d’Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate, città dove tuttora vivo. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio Musicale di Piacenza. Sono socia di Centri culturali prestigiosi come il “Pannunzio” di Torino, “Novecento Poesia” di Firenze e l’“Accademia Internazionale d’Arte Moderna” di Roma. Ho pubblicato per Genesi di Torino i libri di poesia "Asfodeli" (1998), "La luna e la memoria" (2000), "Ombra della sera" (2002) e "Parole d’ombraluce" (2006); per le Edizioni del Leone di Venezia il libro "Onda per onda" con prefazione di Paolo Ruffilli (2007); per Youcanprint il libro di poesie d'amore "Amores" con introduzione dal "Simposio" di Platone (2014). Mi sono state pubblicate come 1° premio quattro sillogi di poesie: "Nell’isola dei miti", ALAPAF, Bagheria 1999; "La luna e la memoria", Edizioni del Cenacolo, La Spezia 2000, poi confluita nell’omonimo libro maggiore; "La memoria e la parola", ETS – Il Portone Letteraria, Pisa 2005; "L’anima e il lago", con prefazione di Giuseppe Panella della Scuola Normale Superiore di Pisa, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010; seconda edizione con Nota dell'autrice e Rassegna critica per Youcanprint, Lecce 2012 . Il mio saggio critico "Itinerario verso il 27 agosto 1950" è stato pubblicato nel 2009 dal Centro “Pannunzio”, nei suoi “Annali” 2008/2009, per il Centenario della nascita di Cesare Pavese. Per la Puntoacapo Editrice di Novi Ligure ho pubblicato nel 2011 un inserto di sette racconti nell’Almanacco Dedalus n. 1 ("Sette storie al femminile"). Nel 2012 ho pubblicato in volume singolo il saggio pavesiano "Itinerario verso il 27 agosto 1950" per le Edizioni Youcanprint di Lecce. Le "Sette storie al femminile", con Prefazione di A.G. Pessina e Nota dell'Autrice, sono uscite in volume individuale per Youcanprint, Lecce 2013. Nel 2014 ho pubblicato per Youcanprint il libro di poesie tutte d'amore intitolato "Amores", con introduzione di Platone dal "Simposio". Nel 2015 è uscito per Polistampa, collana "Sagittaria", il mio libro di poesia "Echi e sussurri", con prefazione del prof. Marco Onofrio e postfazione-nota editoriale del prof. Franco Manescalchi. Bellissime recensioni Mie poesie, talora tradotte in varie lingue straniere, qualche racconto e saggio artistico-letterario figurano in riviste e antologie anche per la scuola. Sono stata inclusa in alcune storie della letteratura contemporanea e in varie opere di critica letteraria. Eminenti critici hanno espresso giudizi di consenso sulla mia poesia e narrativa. *************** Questo blog non è una "testata" giornalistica e non è aggiornato con regolare periodicità. Privo dei due requisiti che lo dovrebbero contraddistinguere, non può pertanto considerarsi un "prodotto editoriale" ex lege 7/3/2001, n.62. Non è quindi soggetto alle disposizioni e agli obblighi previsti dagli art.2 e art.5 della Legge n.47/1948.
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