“L’anima e il lago”. Recensione di Lucia Sallustio

GIORGINA BUSCA GERNETTI L'ANIMA E IL LAGO
Edizione Il Croco – Pomezia-Notizie, Pomezia 2010
  
Il poemetto della Busca Gernetti, costituito da 13 liriche di varia struttura metrica, si presenta come un continuum in crescendo, dal forte impianto organico, di tappe illuminanti che conducono il lettore verso le questioni focali e irrisolte dell’Io lirico. Si apre in una giornata cupa di pioggia, il lago freme livido e si gonfia, coinvolgendo tutto il paesaggio in un fremito di paura e malinconia profonda. L'anima dialoga, quasi uscendo fuori da se stessa, con l'essenza della natura, l'anima del lago, essenza eterea e misteriosa; bussa alla Porta del Mistero e, palesandosi nella sua fragilità femminea, s' incammina alla ricerca di una risposta nel mondo ostile, di un barlume di luce più duraturo di uno squarcio di lampo a fugare il dubbio dell'esistenza.
Più breve la seconda lirica, PIOGGIA D'AUTUNNO SUL LAGO, costituita da due ottave e, dunque, da una scansione bilanciata che, nella forma, preannuncia il placarsi della tempesta. Un senso di immobilità, di angoscia ci pervade fin dagli aggettivi del primo verso triste, dolente, grigio. Il lago è ancora il protagonista, avvolto da una malinconia infinita connaturata alla sua essenza Il colore predominante è il grigio, uguale per tutti gli elementi del paesaggio. Cielo e terra si fondono senza che sia possibile distinguerne il limite, sì da accrescere la dimensione di infinito. Nel grigio il paesaggio diviene rarefatto, isole appaiono allo sguardo annebbiato e l'angoscia permea tutto. Poi, all'improvviso, il vento si leva, urla rabbioso. Sollecita arriva la risposta del lago che, infuriato per l'oltraggio, si gonfia di nuovo, minaccia, si fa nero (in onde nere) e reagisce violento (schiaffeggia le rive). L'incalzare del ritmo corrisponde all'infittirsi della pioggia che batte sferzante e fa beccheggiare le barche a riva. L'anima malinconica, ingrigita, s'annulla nel lago, confonde il suo dolore con quello della natura personificata, come nella migliore tradizione romantica, è una cosa sola con il paesaggio.
Nella terza lirica cambia il protagonista, un essere vivente questa volta, un vecchio che interroga le rune, alla ricerca di anticipazioni sulla sorte che incombe, su un futuro impenetrabile. L'ira per la mancata risposta lo porta a scagliare le rune mute nel lago, l'acqua livida le inghiotte mostruosa dopo avere allargato cerchi a mulinelli. Il silenzio chiude la scena, un silenzio infinito e abissale che lascia un vuoto irreale nell'anima. Si percepisce un senso di stasi, di stallo, di immobilità maggiore rispetto alla precedente lirica che pure si animava quando riprendeva la tempesta
Uno sprazzo di bianco, di luce diafana illumina il grigio del lago invernale in TRAMONTO SUL LAGO IN INVERNO. Un volo di gabbiani anima la scena sollevandola dalla cupa atmosfera, dalla stagnazione rimarcata dall'aggettivo immobile riferito all'acqua. Non un alitare di vento a smuovere il lago. Nero e bianco, i due non colori che assorbono tutte le cromie, si giocano la partita, alternandosi. La notte s'avventa, si personifica come un rapace, idea già richiamata dai gabbiani delle precedenti strofe, ghermisce l'unica nota di bianco che per un fugace momento è sembrata ridare chiarezza e speranza, oltre che dinamismo, alla scena Ritorna l'immobilità. L'abilità con cui la poetessa usa il colore, con ciclico avvicendarsi in apertura e chiusura della poesia, dona simmetria ai versi, in sintonia con la calma della stagione invernale durante la quale la natura dorme, fingendo una morte apparente, per rigenerarsi.
In VENTO NELLA PALUDE ritorna il vento a sferzare nel canneto e sull'acqua È un vento gelido, invernale, un vento di morte. Appare per la prima volta il concetto di morte esplicitato a fine della seconda strofa e anticipato dall'aggettivo gelido. La natura è immobile, notturna, la parola angoscia rende la dimensione reale del vivere e del sentire. L'anima si fa dolente, accusa un senso di perdita
A quasi metà percorso di SIMULACRI SUJ LAGO appare tra parentesi una parola pesante: incubo. La fissità della vita, del vuoto esistenziale, l'arcano irrisolto, il mistero sono un incubo per chi indaga e interroga le rune per conoscere il futuro o ritorna al passato per comprendere le ragioni dell'esistere. Appaiono sagome scure e vaganti ad aggiungere paura, sagome informi come neri monaci avvolti nel manto. Un rapido sguardo di sfida prima di avviarsi frettolosi dall'altra parte del lago. Sono lievi, evanescenti, irreali, anzi surreali, ombre del sogno. Le ombre dei morti hanno volti di scheletri, orbite vuote, nasi scavati, sono prive del peso della carne, hanno un sogghigno malefico. E allungano sulla poetessa un dito adunco per afferrare e trascinare: l'incubo è totale.
 Il risveglio in OLTRE LE NUVOLE avviene da un sonno senza sogni. Mezza addormentata, ignara di dove sia stata trasportata, la voce narrante ha la sensazione di essere quasi incorporea, come una nebulosa, tormentata dal dubbio. Bellissima l' immagine di un corpo che s'è fatto veste, s'è svuotato, abbandonato incolore nel canneto del lago divenendo Spirito. Benché libero, lo Spirito vaga oltre le soffici e candide nuvole, sull'acqua tenebrosa, grigia, livida Il lago non solo assiste, spettatore passivo, ma riprende il ruolo di protagonista, anzi coprotagonista, e tradisce lo spirito che s'è liberato dell'anima afflitta L'assenza di colori, la rarefazione delle essenze, è qui funzionale alla delineazione di un mondo che non è più percepibile con l'apparato sensoriale dei vivi.
Nella lirica NON ODO PIU' oltre ai colori vengono a mancare anche i suoni, la capacità di captare, di collegarsi al mondo attraverso l'udito. Il cedimento progressivo dei sensi diventa isolamento, anticamera della morte, abbandono. Non si odono più fremere le verdi fronde nel viale, i sensi non rispondono più ai comandi, non illudono, non regalano emozioni, gli uccelli non gorgheggiano, le piume colorate non rallegrano la vista, la luce preziosa e dorata del meriggio non rasserena. Nemmeno l'alitare del vento primaverile increspa la superficie azzurra, di seta, limpida del lago. Il suono del canto è memoria e la poetessa si sente trapassata. Netto il contrasto vita-morte nel verso: ed io non son più vivai sulla terra feconda. Lo spirito vaga nell'etere infinito e s'immerge nell'acqua del lago per essere occultato alla vista del mondo. Una sorta di invocazione alla morte, un prefigurarsi del momento del trapasso come momento di assenza del dolore, fine del dubbio esistenziale. A differenza della lirica precedente, qua il lago non è più traditore ma diviene culla pronta ad accogliere l'atto finale del vivere.
Nella poesia LA SOGLIA SEGRETA il simbolismo si fa più alto. Lo Spirito vaga lieve, al crepuscolo, alla ricerca di luce e verità sul buio che caratterizza la vita corporea L'anima non smette di essere ancorata al terreno, sente il peso dell'esistenza come un macigno che la ancora alla riva, è trafitta. Arriva ad una porta di ferro che le impedisce di varcare l'Oltretomba La soglia del Mistero rimane ancora inaccessibile e segreta come per i viventi. L'anima cerca la chiave per entrare, sa che è la dentro che si cela un'altra chiave, quella del Mistero. Lo spirito sconfitto torna al lago oscuro. Nemmeno dopo la morte riceverà risposte, luce sul buio.
In continuità con la poesia precedente ne L'OMBRA, poesia costituita da tre ottave, lo Spirito si aggira nei pressi della Soglia che rimane imperscrutabile. Appare un'Ombra evanescente, s'avvicina nell'acqua fonda del lago dove lo spirito ha acquisito la stessa colorazione livida dopo tanta permanenza, s'allontana timoroso, poi gli si volge di nuovo dubbioso vedendolo triste. S'infittisce il mistero e, per la prima volta nel poema, dal passato emerge un'Ombra che si svela nel dialogo "Padre, sei tu?" Si risolve l'arcano, nella risposta del padre che ricorda il tempo dell'abbandono, durante la guerra, e la triste sorte di non avere mai conosciuto sua figlia e di doverla incontrare in abbracci tra ombre fredde, nell'a1dilà. Si comprendono ora le ragioni della malinconia profonda della poetessa, s'identifica l'ombra che pervade la sua vita e s'intuisce il senso della perdita che grava su di lei.
Lo spirito continua a vagare in SENZA PACE. Ha perso connotati umani, benché il suo sguardo si sia fatto più acuto, abbia incominciato a conoscere. Si confermano le angosce di chi si è abituata a nutrirsi di illusioni, ha conosciuto un padre attraverso l'immagine di una foto, ha cercato, per tutta la vita, di dargli un tono di voce, un timbro. Resta il mistero, non chiare sono le ragioni delle devastanti situazioni di vita che causano perdite irreparabili, come quella di un padre, o laperdita di un figlio per un padre. Misteriose risultano alla poetessa le ragioni per cui vi sono tombe abbandonate, spoglie di fiori, non onorate dall'affetto dei cari loro malgrado, solo perché non conoscono il luogo di sepoltura dei padri, come avviene con le vittime di guerra. Il dolore individuale inizia a tingersi di sfumature universali e diviene ancora più toccante.
Per cui, in BUIO IL MISTERO e TRA LE CANNE lo Spirito vaga, testardo nella sua ricerca, e di umano resta quel suo versare lacrime nel lago. Chiuso nella sua angoscia al fondo dell'acqua torbida, resta uguale a se stesso con il passare dei giorni, delle stagioni, attento a captare ogni novità. Scorge alla fine una veste fiorita che ridesta un ricordo doloroso, cerca nuovamente il suo corpo, lo individua nella veste, ma nulla compare nel canneto sferzato nuovamente dal vento. Nessun corpo emerge dal lago, ciò che resta è una veste strappata, sfilacciata, che ha assunto le colorazioni dei fiori, quelli che l'immaginazione di figlia pietosa ha tributato a un padre mai conosciuto.
SOLE SUL LAGO chiude il poemetto vedendo nuovamente il lago protagonista. Una leggera brezza soffia sulla superficie finalmente azzurra. Pur increspato, il lago riluce sotto i raggi del sole dorato, e scompare la tipica foschia del paesaggio lacustre che acquista finanche connotazioni geografiche precise, quelle dell'amato paesaggio lombardo della poetessa. Appaiono le vele ad animare il lago, fendono l'azzurro. Candidi cigni, flessuosi, armoniosi, simboleggiano la bellezza laddove sinistri apparivano i voli, sia pur candidi, dei gabbiani; l'acqua riacquista la sua trasparenza. Dopo il buio e lungo inverno torna l'estate nell'eterno ciclo delle stagioni. Luce e sereno liberano dalle inquietudini l'animo fattosi lieve come elegante airone nel cielo.
Purtroppo la luce è per i viventi soltanto, non cambia la dimensione dello spirito intrappolato al fondo del lago sempre torbido. E se dal fondo lo spirito emerge la luce rimane opaca, pare spegnersi. Sembra che la poetessa voglia dire che le stagioni leniscono i dolori solo all'apparenza, ma non placano l'ansia del vivere, né sciolgono i dubbi.
 
 
GIORGINA BUSCA GERNETTI – L'ANIMA E IL LAGO – Ed. Il Croco/Pomezia-Notizie, 2010
 
 
Recensione a cura di Lucia Sallustio
Pubblicata in Pomezia-Notizie, n. 5 / 2011

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Informazioni su Giorgina Busca Gernetti

Amo la poesia, la musica classica, la danza classica, il canto lirico, l'arte, l'archeologia, i fiori, gli animali e il mare. Compongo poesie fin dall'adolescenza, benché abbia iniziato tardi a pubblicarle. Scrivo anche racconti, recensioni o saggi artistico-letterari. Sono nata a Piacenza e mi sono laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Sono stata docente d’Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate, città dove tuttora vivo. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio Musicale di Piacenza. Sono socia di Centri culturali prestigiosi come il “Pannunzio” di Torino, “Novecento Poesia” di Firenze e l’“Accademia Internazionale d’Arte Moderna” di Roma. Ho pubblicato per Genesi di Torino i libri di poesia "Asfodeli" (1998), "La luna e la memoria" (2000), "Ombra della sera" (2002) e "Parole d’ombraluce" (2006); per le Edizioni del Leone di Venezia il libro "Onda per onda" con prefazione di Paolo Ruffilli (2007); per Youcanprint il libro di poesie d'amore "Amores" con introduzione dal "Simposio" di Platone (2014). Mi sono state pubblicate come 1° premio quattro sillogi di poesie: "Nell’isola dei miti", ALAPAF, Bagheria 1999; "La luna e la memoria", Edizioni del Cenacolo, La Spezia 2000, poi confluita nell’omonimo libro maggiore; "La memoria e la parola", ETS – Il Portone Letteraria, Pisa 2005; "L’anima e il lago", con prefazione di Giuseppe Panella della Scuola Normale Superiore di Pisa, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010; seconda edizione con Nota dell'autrice e Rassegna critica per Youcanprint, Lecce 2012 . Il mio saggio critico "Itinerario verso il 27 agosto 1950" è stato pubblicato nel 2009 dal Centro “Pannunzio”, nei suoi “Annali” 2008/2009, per il Centenario della nascita di Cesare Pavese. Per la Puntoacapo Editrice di Novi Ligure ho pubblicato nel 2011 un inserto di sette racconti nell’Almanacco Dedalus n. 1 ("Sette storie al femminile"). Nel 2012 ho pubblicato in volume singolo il saggio pavesiano "Itinerario verso il 27 agosto 1950" per le Edizioni Youcanprint di Lecce. Le "Sette storie al femminile", con Prefazione di A.G. Pessina e Nota dell'Autrice, sono uscite in volume individuale per Youcanprint, Lecce 2013. Nel 2014 ho pubblicato per Youcanprint il libro di poesie tutte d'amore intitolato "Amores", con introduzione di Platone dal "Simposio". Nel 2015 è uscito per Polistampa, collana "Sagittaria", il mio libro di poesia "Echi e sussurri", con prefazione del prof. Marco Onofrio e postfazione-nota editoriale del prof. Franco Manescalchi. Bellissime recensioni Mie poesie, talora tradotte in varie lingue straniere, qualche racconto e saggio artistico-letterario figurano in riviste e antologie anche per la scuola. Sono stata inclusa in alcune storie della letteratura contemporanea e in varie opere di critica letteraria. Eminenti critici hanno espresso giudizi di consenso sulla mia poesia e narrativa. *************** Questo blog non è una "testata" giornalistica e non è aggiornato con regolare periodicità. Privo dei due requisiti che lo dovrebbero contraddistinguere, non può pertanto considerarsi un "prodotto editoriale" ex lege 7/3/2001, n.62. Non è quindi soggetto alle disposizioni e agli obblighi previsti dagli art.2 e art.5 della Legge n.47/1948.
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