“Amore e Morte nel Castello di Bardi”

AMORE E MORTE NEL CASTELLO DI BARDI

Arroccato su di un’altura di diaspro rosso che domina la vallata sottostante, con vista sull’Appennino piacentino e su quello ligure, il Castello di Bardi, altrimenti detto Fortezza Landi dai Conti piacentini che lo ebbero come feudo per qualche secolo, si staglia nella sua meravigliosa possanza sull’Appennino parmense. Una posizione davvero strategica questa, all’incrocio di tre importanti vie verso la Liguria e i territori del Piacentino e del Parmense, in un’epoca di lotte furiose per il possesso di queste terre o della via di sbocco verso il mare.

Progettato fin dal secolo IX come baluardo contro l’invasione degli Ungari, esso fu acquistato nel 1257 dal Conte Ubertino Landi, potente signore di Piacenza. Fu ampliato e trasformato nei secoli per assurgere al ruolo di fortezza inespugnabile finché, nel XVI secolo, divenne una fastosa dimora signorile dei Landi, nominati Marchesi dall’imperatore Carlo V.

Nel periodo tra il XV e il XVI secolo tale regione è stata teatro di cruenti scontri tra le opposte signorie locali: i Conti Landi, signori di Piacenza e di tutto il territorio circostante, compreso il Castello di Bardi, e soprattutto i Duchi di Parma, che infine, con l’avvento al potere dei Duchi Farnese, nipoti del potente Papa Paolo III, all’estinzione della Casata piacentina dei Landi (nel 1682) s’impossessarono di tutta la regione, divenuta Ducato di Parma e Piacenza. La sorte del Castello di Bardi, ormai utilizzato come fortezza militare, seguì quella del Ducato tra alterne vicende storiche e vari governanti fino all’Unità d’Italia.

Il Castello ora riposa con fiera austerità nel silenzio di questi luoghi. Un silenzio che, a distanza di molti secoli, ha conservato segreti ineffabili che solo queste solide mura hanno saputo preservare gelosamente dall’oblio e dal trascorrere del tempo che cancella ogni cosa. Tuttavia qualche “alito di vento” è trapelato da queste mura possenti. Come in molti castelli che sorgono in luoghi solitari e talora impervi, anche in quello di Bardi è fiorita e continua a vivere una romantica leggenda d’amore e di morte.

Tornando al secolo XVI, tra una battaglia e l’altra, la vita privata e sentimentale cercava disperatamente di ricavarsi uno spazio ed è forse in uno di questi rari momenti che il Cavaliere Moroello s’innamorò appassionatamente della bella Soleste, castellana appartenente alla Casata dei Landi. Il Cavaliere innamorato era il valoroso e intrepido comandante della guarnigione stanziata nella fortezza; stimato e rispettato dal nemico quale abile condottiero, egli era stato in grado di conquistare la fiducia dei Conti Landi, che vedevano in lui l’uomo perfetto al quale affidare un compito così delicato qual era la difesa di confini assai incerti. Quello che legava i due giovani era un amore così intenso che avrebbe superato ogni ostacolo: la diffidenza dei parenti aristocratici per il differente ceto di appartenenza e la difficoltà iniziale del vivere questo sentimento apertamente, senza menzogne e sotterfugi umilianti. Per loro si prospettava una vita felice, cosa assai rara per quei tempi in cui le differenze di ceto sociale erano un ostacolo insormontabile.

Ma i due innamorati persero la sfida più importante, quella contro la quale non avevano nessuna difesa: la sfida con il destino.

Un giorno, mentre un felice futuro pareva prepararsi per i due, Moroello fu chiamato ad adempiere il suo dovere e, montato a cavallo, si mise alla testa delle sue truppe per respingere l’incombente minaccia di un bellicoso stato confinante. Il Castello di Bardi e il territorio circostante, in quella posizione davvero strategica, erano una preda su cui molti avrebbero voluto mettere le mani e, per impedire ciò, il valoroso comandante dovette separarsi dall’amata Soleste e andare incontro alle truppe nemiche.

Per diversi giorni la giovane rimase ad attendere ansiosamente il suo innamorato, aggrappata alla speranza di poter vedere dall’alto della torre il ritorno di Moroello. Si narra che non passasse giorno in cui Soleste non si recasse sul Mastio a scrutare per ore l’orizzonte: ogni qual volta scorgeva in lontananza un uomo a cavallo con una lucente armatura e un elmo dal vivace pennacchio, anche se non ne riconosceva il colore, il cuore le sussultava di gioia.

Le altre ore della giornata le sembravano molto lunghe, quasi interminabili. Ma aveva trovato un rimedio molto piacevole che le rendeva sopportabile quella lunga teoria di ore silenziose. Leggeva con profonda immedesimazione i romanzi sugli amori di Tristano e Isotta o Lancillotto e Ginevra, oppure la non meno affascinante storia di Paolo e Francesca. Sognava i loro sguardi sempre più eloquenti, fino a divenire una timida dichiarazione d’amore, il loro primo bacio, i loro abbracci appassionati e, purtroppo, la loro morte o crudele punizione per quell’amore proibito.

La parte iniziale di quelle storie d’amore le infondeva soddisfazione e speranza perché si rispecchiava in quei nobili personaggi femminili che coraggiosamente sapevano abbandonarsi ai propri sentimenti, oltre ogni ostacolo. Tuttavia la turbava il destino di morte di quelle che considerava eroine. È vero che i loro amori erano proibiti, peccaminosi, veri e propri adulterî o tradimenti di un codice d’onore, ma il finale tragico le infondeva egualmente un triste presentimento, benché il suo legame amoroso con Moroello fosse puro, innocente e privo di ogni offesa all’onore altrui. Entrambi erano liberi da legami o promesse fatte ad altri.

Nell’attesa del suo Moroello, Soleste curava molto il suo aspetto per apparirgli, al suo ritorno, nel massimo splendore. Ogni giorno indossava una splendida veste di seta damascata o di broccato, ornata di perle o di pietre preziose che rendessero ancora più luminoso il colore e preziosa la foggia rinascimentale. Si faceva acconciare i lunghi biondi capelli, che a lui piacevano tanto, in modo elaborato ed elegante: altre perle o gemme splendevano tra le ciocche intrecciate ad arte.

Dopo numerosi giorni d’attesa, finalmente una visione: una moltitudine di uomini in armi si avvicinava speditamente verso gli spalti. Per Soleste fu un’esplosione di gioia tragicamente stroncata dall’attenta osservazione dei vessilli che avanzavano. Non era il suo amato che tornava per accoglierla tra le sue braccia. Erano le truppe nemiche che ormai incombevano su di una rocca ormai priva di armigeri che potessero difenderla.

Facile è comprendere la disperazione di Soleste a quella vista: certa di aver perduto il suo amore in battaglia, non volendo cadere nelle mani dei nemici che, secondo lei, erano assassini poiché le avevano ucciso il tanto amato Moroello, decise di porre fine alla sua esistenza ormai inutile gettandosi nel vuoto dall’alto Mastio.

La schiera di soldati ora era più vicina e, cosa incredibile, quei vessilli nemici erano esposti da mani amiche! Moroello, come finale gesto di spregio nei confronti dei nemici sconfitti, aveva comandato ai suoi uomini di indossare i colori del nemico. Con tale ordine, nato dall’orgoglio cavalleresco del vincitore, purtroppo aveva condannato involontariamente a morte la sua amata fanciulla. Travolto dal senso di colpa per la morte dell’amata Soleste, causata proprio dal suo eccesso d’orgoglio e d’entusiasmo, incapace di sopportarne il grave rimorso, dopo poco anche Moroello volle togliersi quella vita che ormai gli pareva senza più scopo, nonostante i tributi d’onore da parte dei suoi Signori. Salì per una ripida scala e si lasciò cadere dagli spalti.

Questo è il tragico epilogo di una romantica storia d’amore fiorita in passato nel solitario Castello di Bardi, dove pare che aleggi ancora oggi di sala in sala, soprattutto nelle anguste celle dell’alto Mastio, lo spirito di Moroello, come un fantasma senza pace che cerca ovunque la sua bellissima Soleste.

In “Dedalus” n. 1, Puntoacapo Editrice, Novi Ligure (Al) 2011


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Informazioni su Giorgina Busca Gernetti

Amo la poesia, la musica classica, la danza classica, il canto lirico, l'arte, l'archeologia, i fiori, gli animali e il mare. Compongo poesie fin dall'adolescenza, benché abbia iniziato tardi a pubblicarle. Scrivo anche racconti, recensioni o saggi artistico-letterari. Sono nata a Piacenza e mi sono laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Sono stata docente d’Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate, città dove tuttora vivo. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio Musicale di Piacenza. Sono socia di Centri culturali prestigiosi come il “Pannunzio” di Torino, “Novecento Poesia” di Firenze e l’“Accademia Internazionale d’Arte Moderna” di Roma. Ho pubblicato per Genesi di Torino i libri di poesia "Asfodeli" (1998), "La luna e la memoria" (2000), "Ombra della sera" (2002) e "Parole d’ombraluce" (2006); per le Edizioni del Leone di Venezia il libro "Onda per onda" con prefazione di Paolo Ruffilli (2007); per Youcanprint il libro di poesie d'amore "Amores" con introduzione dal "Simposio" di Platone (2014). Mi sono state pubblicate come 1° premio quattro sillogi di poesie: "Nell’isola dei miti", ALAPAF, Bagheria 1999; "La luna e la memoria", Edizioni del Cenacolo, La Spezia 2000, poi confluita nell’omonimo libro maggiore; "La memoria e la parola", ETS – Il Portone Letteraria, Pisa 2005; "L’anima e il lago", con prefazione di Giuseppe Panella della Scuola Normale Superiore di Pisa, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010; seconda edizione con Nota dell'autrice e Rassegna critica per Youcanprint, Lecce 2012 . Il mio saggio critico "Itinerario verso il 27 agosto 1950" è stato pubblicato nel 2009 dal Centro “Pannunzio”, nei suoi “Annali” 2008/2009, per il Centenario della nascita di Cesare Pavese. Per la Puntoacapo Editrice di Novi Ligure ho pubblicato nel 2011 un inserto di sette racconti nell’Almanacco Dedalus n. 1 ("Sette storie al femminile"). Nel 2012 ho pubblicato in volume singolo il saggio pavesiano "Itinerario verso il 27 agosto 1950" per le Edizioni Youcanprint di Lecce. Le "Sette storie al femminile", con Prefazione di A.G. Pessina e Nota dell'Autrice, sono uscite in volume individuale per Youcanprint, Lecce 2013. Nel 2014 ho pubblicato per Youcanprint il libro di poesie tutte d'amore intitolato "Amores", con introduzione di Platone dal "Simposio". Nel 2015 è uscito per Polistampa, collana "Sagittaria", il mio libro di poesia "Echi e sussurri", con prefazione del prof. Marco Onofrio e postfazione-nota editoriale del prof. Franco Manescalchi. Bellissime recensioni Mie poesie, talora tradotte in varie lingue straniere, qualche racconto e saggio artistico-letterario figurano in riviste e antologie anche per la scuola. Sono stata inclusa in alcune storie della letteratura contemporanea e in varie opere di critica letteraria. Eminenti critici hanno espresso giudizi di consenso sulla mia poesia e narrativa. *************** Questo blog non è una "testata" giornalistica e non è aggiornato con regolare periodicità. Privo dei due requisiti che lo dovrebbero contraddistinguere, non può pertanto considerarsi un "prodotto editoriale" ex lege 7/3/2001, n.62. Non è quindi soggetto alle disposizioni e agli obblighi previsti dagli art.2 e art.5 della Legge n.47/1948.
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