“Fuochi d’artificio”

FUOCHI D’ARTIFICIO 

Il professor Ferri, valente psicanalista, con delicata fermezza e con quell’affabilità che tradisce una lunga frequentazione, le consigliò di sforzarsi con tenacia e di scavare profondamente nella sua memoria, allo scopo di trovare qualche elemento che potesse spiegare, o per lo meno giustificare, il suo improvviso comportamento irrazionale di tre sere prima, durante i festeggiamenti in onore di Sant’Elia, patrono della piccola Pèschici arroccata su uno sperone del Gargano.

Infatti, dopo i primi “botti” dei fuochi d’artificio, causa dei soliti sobbalzi che peraltro le procuravano anche i tappi dello spumante a Capodanno, appena furono accese le “ ruote”, le “croci”, le “girandole” e tante altre meravigliose invenzioni degli artificieri venuti da Napoli, Giorgia si mise a tremare violentemente e all’improvviso, urlando e piangendo, si gettò addosso a uno spettatore che stava a bocca aperta dietro di lei, affascinato dalla bellezza degli ordigni infiammati, da cui scaturivano scintille multicolori e fragorosi scoppiettii come da decine di mitragliatrici; gli si avvinghiò strettamente e nascose il viso sul suo petto, inondandolo di lacrime. La meraviglia dell’uomo si trasformò in stupore misto a paura quando allo spettacolo pirotecnico si sovrappose quello imprevisto di Giorgia, non ben identificabile se folle o soltanto in preda al terrore.

Il marito la strappò con forza dal petto di lui e la trascinò via con sé, facendosi largo tra la folla con un certo imbarazzo e dicendo: «Non sta bene! Scusate! Per favore, lasciateci passare. Non si sente bene!».

Gli amici, che avevano tanto insistito perché si andassero a vedere “i fuochi” proprio da vicino per poter assistere appunto all’accensione e allo scoppio delle girandole luminose, rimasero piuttosto male, ma più per essere stati piantati in asso all’improvviso che perché avessero realmente compreso il significato della vicenda. Ricordavano – è vero – che Giorgia aveva cercato di dissuaderli dall’intento, proponendo di restare seduti al tavolino del Caffè Terrazza, da cui avrebbero potuto vedere nitide nel cielo le metamorfosi meravigliose dei fuochi luminosi; ricordavano anche di aver percepita, tra le altre, la parola “paura” pronunciata quasi con timidezza, ma di non averle data troppa importanza, tutti presi com’erano dall’euforia della serata di festa. Restarono perciò al loro posto per godersi lo spettacolo a pochi metri dagli artificieri, talvolta raggiunti da qualche scintilla incandescente più grossa e più veloce delle altre.

Giorgia dunque promise al professor Ferri di seguire il suo consiglio e accettò un appuntamento per un giorno non molto lontano. In realtà avrebbe potuto cavarsela in fretta per evitare quelle noiose sedute in cui era costretta a mettere a nudo la propria psiche e a svelare i suoi più segreti pensieri, timori, desideri, complessi, fobìe. Avrebbe potuto dire solamente: «Avevo paura di bruciarmi i capelli e il vestito. Ero terrorizzata dalle scintille!». Tutto sarebbe finito in pochi minuti, con qualche frase piena di comprensione (o di compatimento) da parte del professore e qualche suo remissivo cenno del capo («Sì, hai ragione; hai sempre ragione!»). Invece non disse nulla; quindi si accomiatò con atteggiamento fiducioso e riconoscente, tipico del “malato” che ormai ha compreso il “giuoco” e mente anche a colui dinanzi al quale dovrebbe invece porsi come un “libro aperto”, scritto con caratteri nitidi e senza macchie o cancellature.

«Arrivederci allora alla prossima seduta!»

«Arrivederla, professore!»

***

Stava dormendo nel suo lettino con le sbarre quando si sentì afferrare all’improvviso, avvolgere in una coperta e trasportare di corsa giù per la scala: era sua madre in lacrime, terrorizzata, che la stringeva a sé mentre scendeva gli scalini a due a due, cercando tuttavia di non inciampare; la zia Anna invece trasportava la sua sorellina Grazia, avvolta anche lei nella coperta come un grosso fagotto. Quando le due donne furono nel loggiato, in cui altre due donne tenevano ben stretti al petto i loro fagottini piangenti, Giorgia guardò fuori dalla coperta e vide uno spettacolo meraviglioso: pareva che nel cielo le stelle si fossero centuplicate e ingrandite inverosimilmente, come per un incantesimo di una fata fantasiosa. Sembrava che alcune comete scorressero velocissime tra le altre stelle trascinando con leggerezza le loro lunghe code dalla luce rosata o azzurrina. Comparivano e scomparivano anche grosse nuvole luminose, di un bianco opalescente, simili alle meduse che aveva viste in un libro illustrato sugli esseri viventi che popolano il mare.

Ma si sentivano certi rumori mai uditi, anzi, certi scoppi così violenti da far tremare il palazzo, tintinnare i vetri delle finestre e soprattutto urlare per lo spavento i bimbi che ormai si erano tutti quanti svegliati, nonostante le coperte tirate fin sulla testa. Quando poi si udivano certi scoppiettii rapidi e interminabili, si vedevano nel cielo nero lunghe scie di puntini luminosi in movimento, quasi fossero le code di un aquilone infiammato spinto da un vento impetuoso.

Il frastuono era divenuto insopportabile, tanto fragorosi erano gli scoppi di tutti i tipi e di varia intensità.

Dopo un rapido parlottare concitato, misto ai singhiozzi e alle grida soffocate, per non spaventare ancora di più i bimbi, le donne corsero giù per l’ultima rampa di scale fino al cortile e poi giù giù fino alla cantina buia e piena di ragnatele, ma almeno un poco più silenziosa: gli scoppi, infatti, giungevano attutiti e meno terrificanti, benché facessero ugualmente tremare le pareti, sospirare le donne e piangere i bambini. Però non si vedeva più quello spettacolo meraviglioso delle stelle centuplicate, delle comete iridescenti e delle code fiammeggianti di un aquilone creato per magìa.

La cantina era già affollata. Mentre alcune donne recitavano il Rosario sottovoce, altre, sopraggiunte poco dopo con i loro “fagotti” tra le braccia, dicevano con voci concitate: «Bombardamento… ponti sul Po… stazione ferroviaria… contraerea» e altre parole che allora le erano ignote, ma che ben presto avrebbe imparato e di cui avrebbe capito il significato in tutta la sua orrenda gravità. Molti e devastanti furono, infatti, i bombardamenti “a tappeto” sulla città di Piacenza per interrompere le comunicazioni tra il Nord e il Centro-Sud dell’Italia, distruggendo i due ponti sul Po e l’intera rete ferroviaria, dalla stazione fino all’ultimo dei binari morti.

Poco dopo lo scoppio della “polveriera” interna all’Arsenale (altro bersaglio dei bombardieri, centrato in pieno non molto tempo dopo la “notte delle magìe”) fu veramente mostruoso: in ogni edificio della città i vetri andarono in frantumi e a poco a poco si posò su ogni cosa una polverina grigia che odorava di zolfo e di… Inferno. Allora incominciò lo “sfollamento”, altro termine ignoto che venne ad arricchire il suo lessico, il quale ormai comprendeva le parole “guerra”, “Nazisti”, “Alleati”, ”sfollati” e che in séguito avrebbe incluso altri termini sconosciuti e quasi incomprensibili come “rastrellamento” e “internamento” (usavano forse il rastrello? Raccoglievano le foglie secche? E dove le mettevano? Rastrellavano invece gli uomini? E dove li internavano? Che cosa facevano loro?). Più tardi capì anche questo e venne a sapere cose orripilanti, da far raccapricciare.

Durante il periodo vissuto da “sfollati” in un piccolo paese sulle pendici dell’Appennino Emiliano ebbe modo, dolorosamente, di imparare nuovi termini esprimenti scene viste con i suoi occhi o udite quasi con incredulità, oltre al raccapriccio ormai abituale: rappresaglie, torture, fucilazioni, impiccagioni e guerriglia.

Non avrebbe mai potuto dimenticare quell’episodio quasi miracoloso, pur nella sua atrocità, in cui, con la mamma e la sorella, era andata a comprare il latte nell’unica piccola rivendita di là dal fiume Nure. Stavano tornando felici per averne avuta una bottiglia e percorrevano il ponte, quando all’improvviso incominciò una fitta sparatoria di mitragliatrici, tra Partigiani su una sponda e Nazisti sull’altra. Si misero allora a correre come pazze tra le pallottole che le sfioravano ma che, per loro fortuna o per grazia della Madonna della Quercia, patrona del paese, rimbalzavano violentemente contro le ringhiere di ferro del ponte provocando un frastuono assordante. Quella volta aveva sentito proprio da vicino il sibilo dei proiettili che volavano accanto al suo capo, il rumore secco e interminabile di quelle orribili mitragliatrici che sputavano fuoco e scintille. Quello stesso rumore infernale che aveva dovuto sopportare per tre giorni interi, quando alcuni uomini avevano piazzata una grossa mitragliatrice sul balcone di casa e avevano combattuta una battaglia accanita contro i nemici appostati nella casa di fronte ed egualmente armati.

***

Questo dunque avrebbe dovuto raccontare al professor Ferri? Mancavano ancora alcuni giorni all’appuntamento; aveva quindi tutto il tempo di trovare qualche giustificazione plausibile, oppure di “perfezionare” la scusa dei capelli in pericolo d’incendio: tutto, pur di non rivelare quei ricordi dolorosi che invano, per tanti anni, aveva cercato di rimuovere e che invece, ogni tanto, riaffioravano a tormentarla.

E i fuochi d’artificio? Belli sì, ma… da lontano!

***

Pubblicato in “Dedalus” n. 1, Puntoacapo, Novi Ligure 2011

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Informazioni su Giorgina Busca Gernetti

Amo la poesia, la musica classica, la danza classica, il canto lirico, l'arte, l'archeologia, i fiori, gli animali e il mare. Compongo poesie fin dall'adolescenza, benché abbia iniziato tardi a pubblicarle. Scrivo anche racconti, recensioni o saggi artistico-letterari. Sono nata a Piacenza e mi sono laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Sono stata docente d’Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate, città dove tuttora vivo. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio Musicale di Piacenza. Sono socia di Centri culturali prestigiosi come il “Pannunzio” di Torino, “Novecento Poesia” di Firenze e l’“Accademia Internazionale d’Arte Moderna” di Roma. Ho pubblicato per Genesi di Torino i libri di poesia "Asfodeli" (1998), "La luna e la memoria" (2000), "Ombra della sera" (2002) e "Parole d’ombraluce" (2006); per le Edizioni del Leone di Venezia il libro "Onda per onda" con prefazione di Paolo Ruffilli (2007); per Youcanprint il libro di poesie d'amore "Amores" con introduzione dal "Simposio" di Platone (2014). Mi sono state pubblicate come 1° premio quattro sillogi di poesie: "Nell’isola dei miti", ALAPAF, Bagheria 1999; "La luna e la memoria", Edizioni del Cenacolo, La Spezia 2000, poi confluita nell’omonimo libro maggiore; "La memoria e la parola", ETS – Il Portone Letteraria, Pisa 2005; "L’anima e il lago", con prefazione di Giuseppe Panella della Scuola Normale Superiore di Pisa, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010; seconda edizione con Nota dell'autrice e Rassegna critica per Youcanprint, Lecce 2012 . Il mio saggio critico "Itinerario verso il 27 agosto 1950" è stato pubblicato nel 2009 dal Centro “Pannunzio”, nei suoi “Annali” 2008/2009, per il Centenario della nascita di Cesare Pavese. Per la Puntoacapo Editrice di Novi Ligure ho pubblicato nel 2011 un inserto di sette racconti nell’Almanacco Dedalus n. 1 ("Sette storie al femminile"). Nel 2012 ho pubblicato in volume singolo il saggio pavesiano "Itinerario verso il 27 agosto 1950" per le Edizioni Youcanprint di Lecce. Le "Sette storie al femminile", con Prefazione di A.G. Pessina e Nota dell'Autrice, sono uscite in volume individuale per Youcanprint, Lecce 2013. Nel 2014 ho pubblicato per Youcanprint il libro di poesie tutte d'amore intitolato "Amores", con introduzione di Platone dal "Simposio". Nel 2015 è uscito per Polistampa, collana "Sagittaria", il mio libro di poesia "Echi e sussurri", con prefazione del prof. Marco Onofrio e postfazione-nota editoriale del prof. Franco Manescalchi. Bellissime recensioni Mie poesie, talora tradotte in varie lingue straniere, qualche racconto e saggio artistico-letterario figurano in riviste e antologie anche per la scuola. Sono stata inclusa in alcune storie della letteratura contemporanea e in varie opere di critica letteraria. Eminenti critici hanno espresso giudizi di consenso sulla mia poesia e narrativa. *************** Questo blog non è una "testata" giornalistica e non è aggiornato con regolare periodicità. Privo dei due requisiti che lo dovrebbero contraddistinguere, non può pertanto considerarsi un "prodotto editoriale" ex lege 7/3/2001, n.62. Non è quindi soggetto alle disposizioni e agli obblighi previsti dagli art.2 e art.5 della Legge n.47/1948.
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