“La lettera nel secrétaire”

LA LETTERA NEL SECRÉTAIRE

 Qualche giorno dopo il funerale della poetessa Emilia, cui avevano partecipato pochi parenti e moltissimi amici che lei, da viva, non sapeva nemmeno di avere (chiusa com’era nella sua solitudine che le suscitava serenità e melanconia ad un tempo, ma che le aveva anche procurato il soprannome di Emily Dickinson non tanto per l’omonimia, quanto per l’amore profondo verso la poesia e per l’isolamento assoluto in cui poteva meditare e dedicarsi totalmente all’oggetto della sua passione), le due amiche più fedeli, Elvira e Maria, incominciarono a mettere ordine tra le sue carte sparse ovunque nello studio stipato di libri, dove regnava quell’armonioso disordine in cui Emilia si era rifugiata (e sosteneva di sentirsi al sicuro) negli ultimi tempi, quando l’oscura malattia che la consumava da anni si era fatta ormai inesorabile e stava per sconfiggerla.

Elvira e Maria, avendo trovato qua e là testi poetici di sicuro valore, si misero a cercare con maggior attenzione non solo sul lungo scrittoio, ma anche nei luoghi più impensati, ben sapendo che Emilia scriveva le sue poesie su fogli sparsi che poi abbandonava ovunque.

Cercarono anche nel secrétaire che era il suo vanto, come del resto molti mobili antichi soprattutto nel suo studio, arredato con pezzi acquistati da antiquari dal gusto sicuro, o almeno analogo al suo.

Dopo aver guardato in tutti i cassetti, cassettini e sportelli nella parte inferiore del secrétaire, poi nei quattro cassettini della parte superiore, cioè dell’alzata sopra il piano di scrittura, due a destra e due a sinistra di un piccolo scaffale a ripiani, le due amiche ebbero quasi un’illuminazione: che ci fosse una “segreta” in quel mobile tanto amato e custodito quasi con gelosia dalla loro adorata Emilia? Da che parte incominciare la ricerca? Di solito, almeno in qualche romanzo, la segreta si trovava accanto o dietro un cassettino. Ma quale dei tanti? Inoltre ve ne poteva essere più di una, forse nel sottofondo di uno sportello o di un cassetto grande.

Elvira decise di andare per ordine, con l’approvazione di Maria. Incominciò dunque dal primo cassettino superiore a sinistra, preparandosi a un lavoro paziente e minuzioso pur d’essere certa che non restasse nascosta qualche poesia della cara Emilia.

Lo sfilò completamente e l’appoggiò sul piano scrittorio. Tastò adagio il fondo del vano vuoto, poi la parete a sinistra e infine quella a destra. Credette quasi di aver ceduto alla suggestione quando si accorse che questa non era solidale con le altre, ma si spostava lievemente insieme con la mano che la sfiorava. Poteva essere così fortunata al primo tentativo? Toccò ancora la stessa parete con la mano aperta e cercò di spostarla verso di sé. La parete destra, dunque, si muoveva davvero, si spostava verso l’esterno.

Elvira, quasi tremando, fece scorrere l’assicella, la sfilò del tutto e trovò un vano oscuro, la cosiddetta segreta in cui venivano riposti i documenti da conservare al sicuro da occhi indiscreti o profani.

Maria fu più svelta d’Elvira: v’infilò una mano e ne trasse fuori una busta color avorio un poco brunita dal tempo, soprattutto agli angoli. Era chiusa, incollata, perciò le due amiche esitarono molto ad aprirla con il tagliacarte e provarono quasi un senso di timor sacro come se stessero per compiere un sacrilegio.

Infine Maria, che teneva la busta in mano quasi con venerazione, si fece coraggio, l’aprì con cura movendo piano piano il tagliacarte d’argento e ne estrasse due fogli color avorio, scritti fittamente con la bella grafia di Emilia, tondeggiante e regolare, con le maiuscole ornate.

I fogli erano stati piegati in tre, come avviene se la busta è allungata. Frusciarono lievemente fra le dita di Maria e si distesero quasi a stento. Ella incominciò a leggere sottovoce, impercettibilmente, mentre Elvira, piegando il capo accanto al suo, si sforzava di scorrere con i suoi occhi le righe della lettera di Emilia, perché di una lettera appunto si trattava.

 Mio, per sempre mio,

                                              non spedirò mai questa lettera, perciò posso parlarti con estrema sincerità, posso mettere il mio animo a nudo e deporlo con dolce abbandono nelle tue mani, senza pudori e reticenze. Non esistono divieti per queste mie parole perché nessuno potrà mai leggerle, tanto meno tu che ne sei il destinatario ideale, il soggetto di cui desidero parlare, l’oggetto dei miei pensieri e, se non temessi di cadere nel romanticismo più edulcorato, direi anche dei miei sogni, sia che io dorma, sia che io vegli.

Quanti finora hanno detto alla persona amata: “Tu sei il mio primo pensiero appena mi sveglio, l’ultimo quando sto per addormentarmi”? Migliaia, forse molti di più. Anch’io lo posso affermare, anzi, vorrei ripeterlo, gridarlo e riascoltarlo rimandato dall’eco, ma tu non lo saprai mai né dalla mia voce né dai miei scritti. Eppure è la verità.

Quando si esce dalla nebulosità del sonno, se non si è svegliati bruscamente, ma il passaggio dallo stato incosciente a quello cosciente avviene piano piano, in modo quasi impercettibile, un pensiero si affaccia alla mente ormai vigile e suscita dolore o piacere secondo gli eventi della vita. Mi è capitato, infatti, di pensare immediatamente a qualcosa di doloroso, fonte di angoscia, che probabilmente ha persino causato il risveglio stesso, oppure ha reso tormentato il sonno, seppure nell’inconscio.

Ma ora che ti amo (ecco, finalmente lo posso dire!), ora che ammetto di fronte alla mia coscienza di amarti ormai da molto tempo, la mia prima sensazione mattutina è il benessere, il trovarmi in armonia con me stessa, il piacere di essere viva, di respirare, di vedere la luce che filtra dalle persiane ancora chiuse.

Subito dopo prorompe nella mente il “pensiero dominante”, dolce e tirannico a un tempo: tu esisti, io ti ho conosciuto, ho scoperto in te quei pregi, quelle virtù, quella gentilezza d’animo e di modi che ti rendono così nobile ai miei occhi.

Tu esisti ed io ti amo. Io ti amo, perciò esisto. (“Cogito, ergo sum” diceva Cartesio. “Amo, ergo sum” dico io, parafrasando le sue celebri parole). Tu sei infatti la ragione essenziale del mio esistere oggi, ieri, domani, sempre. Tu sei la “condicio sine qua non” della mia vita in quest’ultimo anno della mia grigia esistenza: grigia prima che vi irrompessi tu a illuminarla, a renderle quei colori vividi che la Noia (preferisci “spleen”, oppure “ennui”?) aveva offuscati come la polvere dei secoli annerisce un affresco.

Si può vivere senz’aria? No, è ovvio: se non si respira ossigeno si muore. Anche l’umile filo d’erba si scava nella terra, talora fra le pietre, una via verso la luce e l’aria per poter conquistare il suo spazio vitale, la sua “condicio sine qua non”: l’aria e la luce.

E tu mi hai portato la luce e sei per me l’aria che mi alimenta giorno dopo giorno, facendo sì che quell’umile filo d’erba che io ero prima di incontrarti, ancora cieco nell’oscurità e prigioniero della terra che lo soffocava, trovasse la forza di percorrere l’ultimo tratto verso la libertà: dal buio alla luce, dal carcere soffocante all’aria pura, cioè alla vita.

Ma tutto questo mio amore per te è ricambiato? Non lo so e non posso nemmeno cercare di scoprirlo. Sono troppo orgogliosa per esporre i miei sentimenti più profondi a un’eventuale sconfitta, a un’avvilente delusione.

Se tu non mi amassi, di fronte a una mia larvata confessione di ciò che provo per te saresti costretto a trovare le parole più delicate, ma pur sempre dolorose per me, con cui farmi comprendere la tua indifferenza, o per lo meno la tua profonda amicizia, ma nulla di più e di diverso. Saresti molto imbarazzato di fronte a me, ed io ancora più di te: io sarei disperata!

E se invece anche tu mi amassi? Certe volte ho avuto la sensazione che la tua amicizia si stesse trasformando in vero e proprio amore; ma sono state impressioni repentine e fuggevoli, fatte di sguardi più intensi e ardenti del solito, di strette di mano forse più lunghe (ma solo di qualche frazione di istante), di toni di voce improvvisamente più caldi. Ma bastano queste fragili prove a dimostrarmi il tuo amore per me? Non lo saprò mai, anche perché non ti chiederei mai nulla per timore di aver frainteso il tuo comportamento, di aver attribuito un significato diverso a un gesto compiuto senza particolari intenzioni: senza amore, per essere più chiari.

Ma forse mi ami, anzi, sono certa che mi ami anche tu, ma che cerchi di non farmelo capire perché noi non possiamo “vivere” questo nostro profondo sentimento: esistono legami, divieti, ostacoli, impedimenti che ci costringono a nascondere persino a noi stessi questo affetto, cresciuto a poco a poco, quasi impercettibilmente, come un fiore stupendo e raro ma intangibile.

Noi allora “comunichiamo senza poter comunicare”. Sappiamo che sotto le parole realmente pronunciate si nascondono altre parole che non possiamo dire perché la nostra stessa coscienza ce lo impedisce. Noi vogliamo essere onesti e puri; non vogliamo sprofondare nello squallore un sentimento luminoso, fiorito contro le nostre aspettative e indipendentemente dalla nostra volontà. Il destino ce lo ha imposto: noi non abbiamo alcun potere contro di esso.

Dovremo allora trasferire nella sfera onirica il nostro amore, poiché quella della realtà ci è preclusa. Continueremo a incontrarci come sempre, a parlare degli argomenti che ci legano, cioè la poesia, l’arte, la musica. Parleremo anche della nostra profonda e limpida amicizia, come abbiamo fatto sempre più spesso. Ma non parleremo mai d’amore. Non possiamo! Ecco perché non spedirò mai questa lettera.

In questo modo, però, il nostro amore non sarà mai scalfito dalla realtà. Sarà puro, eterno e perfetto come un’idea platonica.

Addio per sempre!      

                                              Emilia

Alla fine della lettura le due amiche, pur senza dirsi una sola parola, compresero la ragione del progressivo rinchiudersi in se stessa d’Emilia, del suo ossessivo isolamento da tutto e da tutti, fino a rendere la sua casa e il giardino fiorito una prigione dorata in cui veder scorrere i giorni, gli anni, quasi nell’attesa della morte.

 

Annunci

Informazioni su Giorgina Busca Gernetti

Amo la poesia, la musica classica, la danza classica, il canto lirico, l'arte, l'archeologia, i fiori, gli animali e il mare. Compongo poesie fin dall'adolescenza, benché abbia iniziato tardi a pubblicarle. Scrivo anche racconti, recensioni o saggi artistico-letterari. Sono nata a Piacenza e mi sono laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Sono stata docente d’Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate, città dove tuttora vivo. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio Musicale di Piacenza. Sono socia di Centri culturali prestigiosi come il “Pannunzio” di Torino, “Novecento Poesia” di Firenze e l’“Accademia Internazionale d’Arte Moderna” di Roma. Ho pubblicato per Genesi di Torino i libri di poesia "Asfodeli" (1998), "La luna e la memoria" (2000), "Ombra della sera" (2002) e "Parole d’ombraluce" (2006); per le Edizioni del Leone di Venezia il libro "Onda per onda" con prefazione di Paolo Ruffilli (2007); per Youcanprint il libro di poesie d'amore "Amores" con introduzione dal "Simposio" di Platone (2014). Mi sono state pubblicate come 1° premio quattro sillogi di poesie: "Nell’isola dei miti", ALAPAF, Bagheria 1999; "La luna e la memoria", Edizioni del Cenacolo, La Spezia 2000, poi confluita nell’omonimo libro maggiore; "La memoria e la parola", ETS – Il Portone Letteraria, Pisa 2005; "L’anima e il lago", con prefazione di Giuseppe Panella della Scuola Normale Superiore di Pisa, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010; seconda edizione con Nota dell'autrice e Rassegna critica per Youcanprint, Lecce 2012 . Il mio saggio critico "Itinerario verso il 27 agosto 1950" è stato pubblicato nel 2009 dal Centro “Pannunzio”, nei suoi “Annali” 2008/2009, per il Centenario della nascita di Cesare Pavese. Per la Puntoacapo Editrice di Novi Ligure ho pubblicato nel 2011 un inserto di sette racconti nell’Almanacco Dedalus n. 1 ("Sette storie al femminile"). Nel 2012 ho pubblicato in volume singolo il saggio pavesiano "Itinerario verso il 27 agosto 1950" per le Edizioni Youcanprint di Lecce. Le "Sette storie al femminile", con Prefazione di A.G. Pessina e Nota dell'Autrice, sono uscite in volume individuale per Youcanprint, Lecce 2013. Nel 2014 ho pubblicato per Youcanprint il libro di poesie tutte d'amore intitolato "Amores", con introduzione di Platone dal "Simposio". Nel 2015 è uscito per Polistampa, collana "Sagittaria", il mio libro di poesia "Echi e sussurri", con prefazione del prof. Marco Onofrio e postfazione-nota editoriale del prof. Franco Manescalchi. Bellissime recensioni Mie poesie, talora tradotte in varie lingue straniere, qualche racconto e saggio artistico-letterario figurano in riviste e antologie anche per la scuola. Sono stata inclusa in alcune storie della letteratura contemporanea e in varie opere di critica letteraria. Eminenti critici hanno espresso giudizi di consenso sulla mia poesia e narrativa. *************** Questo blog non è una "testata" giornalistica e non è aggiornato con regolare periodicità. Privo dei due requisiti che lo dovrebbero contraddistinguere, non può pertanto considerarsi un "prodotto editoriale" ex lege 7/3/2001, n.62. Non è quindi soggetto alle disposizioni e agli obblighi previsti dagli art.2 e art.5 della Legge n.47/1948.
Questa voce è stata pubblicata in narrativa, saggistica, arte, critica letteraria, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...