“L’ultima lettera di Fatima”

L’ULTIMA LETTERA DI FATIMA

 File:Dunes.jpg

Il deserto del Sahara

*

Da molti mesi, forse da un anno, Zahira non aveva saputo più nulla di sua figlia Fatima, partita all’improvviso dal piccolo villaggio ai margini del deserto, in Marocco, da cui si erano allontanate solo talvolta per visitare qualche parente.

Se n’era andata in cerca di una vita migliore, più moderna ed emancipata, anche più ricca di soddisfazioni per una donna che non sopportasse più le limitazioni e le costrizioni tipiche dei costumi musulmani, soprattutto in un paesino di poche case in cui tutti si conoscevano e giudicavano severamente il comportamento delle giovani donne, qualora si allontanassero anche solo di poco dalla loro tradizione millenaria.

Nei primi tempi del loro distacco Fatima le scriveva qualche lettera in cui raccontava le sue nuove esperienze in un mondo tutto diverso da quello del Marocco, particolarmente per le giovani donne vivaci come lei. Il suo entusiasmo era palese, o perlomeno la sua speranza di costruirsi un futuro che le desse un senso di sicurezza, autonomia e appagamento delle sue aspirazioni, in un orizzonte molto più vasto di quello del suo villaggio, tanto illuminato dal sole quanto oscuro nelle vedute, nei pregiudizi, nei divieti.

Nelle ultime lettere aveva scritto che viveva nell’Italia settentrionale, in una città bagnata da un fiume, non lontana da un bellissimo lago con i cigni bianchi presso la riva e tanti gabbiani che volavano alti nel cielo d’un azzurro chiarissimo. Il sole invece era spesso pallido, quasi velato come le donne arabe. Tuttavia il paesaggio era bellissimo: fiumi e laghi, barche a vela, canoe!

Fatima sembrava felice ed anche Zahira lo era, pur soffrendo di solitudine per la lontananza dell’adorata figlia ribelle e il silenzio troppo profondo nella sua piccola casa, in cui prima risonava la voce armoniosa della giovane.

Poi più nulla.

Zahira non sapeva più che cosa pensare, a chi rivolgersi per avere notizie di Fatima, anche perché la figlia non le aveva mai detto con precisione in quale città vivesse, chi mai frequentasse, che lavoro svolgesse; era sempre stata molto vaga su questi argomenti, mentre descriveva con minuzia e con parole entusiastiche altre cose di minor importanza. Inoltre, non le aveva mai telefonato e non le aveva mai dato alcuna possibilità di chiamarla dal Marocco, indicandole il numero telefonico di qualche amico. Sarebbe andata in corriera fino alla grande città piena di telefoni, pur di sentire almeno una volta la sua voce!

Si accorse, però, che le donne del paese, le quali prima le andavano incontro sorridenti e le chiedevano di Fatima, della sua vita in Europa, dei suoi cambiamenti di costumi – e lei rispondeva con gioia, benché avesse sempre una spina nel cuore -, da un certo momento in poi incominciarono ad evitarla, oppure a dirle frettolosamente qualche parola di saluto senza portare mai il discorso sulla ragazza. Zahira non ne capiva la ragione. Ancor più era meravigliata dei loro sguardi freddi e persino scostanti, come se la disprezzassero per qualche colpa che a lei risultava ignota.

Ma un giorno il disprezzo stranamente si mutò in pietà nei loro sguardi e nelle poche parole che le rivolgevano, senza mai nominare Fatima, nemmeno per allusioni. Allora Zahira, pur non comprendendo la ragione di tali atteggiamenti apparentemente contraddittori o assurdi, capì che qualcosa doveva essere accaduto alla sua adorata “bambina”.

Ma che cosa? Dove? Perché?

Un giorno in cui il sole splendeva come un disco d’oro nel cielo turchino, mentre la sabbia del deserto scintillava come polvere preziosa, un uomo le portò una lettera un poco spiegazzata. Glie la mise in mano e se n’andò senza dirle nemmeno una parola, oltre ad un saluto molto cortese, troppo cortese.

Zahira riconobbe subito la grafia di Fatima e non sapeva più se ridere di gioia o scoppiare a piangere. La rigirò a lungo tra le mani, l’accarezzò come per lisciarla e cancellare le brutte pieghe della carta, infine si fece coraggio e aprì la busta. Ne tolse tre fogli fitti fitti di parole e incominciò a leggere.

 Mia cara madre,

                                                        avevi ragione! Devo confessarti che avevi ragione quando mi imploravi di non partire; di non abbandonare la nostra terra abbacinata dalla luce, il nostro piccolo villaggio lambito dalla sabbia dorata del deserto: un pugno di povere case bianche, divise tra loro da un labirinto di stretti vicoli bui, freschi e ventilati nella calura estiva. Come rimpiango quelle due piccole stanze, allora spregevoli perché troppo misere per me, inadeguate alle mie illusioni e fantasticherie sul mondo lussuoso e sulla vita elegante dell’Europa!

Lame di luce trafiggevano il buio silenzioso della nostra modesta dimora, penetrando dai piccoli fori quadrati delle grate di legno poste alle finestre che davano sul vicolo. L’arco della porta era schermato solo da una tenda di stoffa leggera sempre mossa dalla brezza: nessun catenaccio, nessuna chiave, nessuna porta di legno nel nostro piccolo villaggio. Nessuno aveva paura!

Ma io, allora, non capivo il valore di tutte queste umili cose: il profumo intenso e inebriante del gelsomino d’Arabia che cresceva in un grosso vaso nel cortiletto angusto, quasi segreto agli occhi dei passanti; la luce rosata dell’alba e il fuoco del tramonto nel nostro cielo limpido, terso, sempre sereno; il nero profondo della notte in cui la volta del cielo era trafitta da una miriade di gocce di luce, scintillanti come le minuscole gemme di un sapiente ricamo appeso nel vuoto.

Ora vivo nella nebbia, nel freddo, sotto la pioggia incessante per giorni, se piove, quasi travolta dalle folate gelide, se il vento del Nord soffia prepotente per la strada.

Sì, mamma; ora vivo per la strada: sono una prostituta! La tua amata Fatima è una prostituta!

Ora vendo il mio corpo in una terra lontana in cui il cielo è quasi sempre grigio per la fitta nebbia, d’inverno, per la perenne foschìa nelle altre stagioni, tranne qualche giorno di forte vento in cui si vedono gli altissimi monti all’orizzonte.

Vendo il mio corpo per una somma di denaro abbastanza alta perché la mia bellezza esotica, il colore bruno della mia pelle ancora giovane, i riccioli neri (che non ho voluto cancellare “stirandomi” i capelli come tante mie “colleghe”, né tantomeno decolorare o tingere di rosso per nascondere la mia vera identità), tutto di me, insomma, attrae i “clienti” che non mancano mai, specialmente dal tramonto a notte fonda, anzi, fin quasi all’alba.

Ho tanto freddo qui perché vivo in una regione settentrionale dell’Italia dove talvolta nevica e la temperatura, nel lunghissimo inverno, scende anche sotto lo zero. In certe notti c’è freddo anche d’estate: un freddo tanto umido quanto il caldo afoso del pomeriggio canicolare.

Avresti mai immaginato, mamma cara, che sarei venuta a camminare nella neve invece che nella sabbia tiepida e dorata del nostro deserto? Vendo il mio corpo, madre mia, ma non vendo la mia anima, che è sempre quella della tua amata Fatima, figlia ribelle ma onesta.

E in questo freddo pungente io devo vestirmi, anzi, “svestirmi” in modo da attirare i “clienti” che passano in automobile e “scelgono la merce” da acquistare per qualche momento di piacere.

Le donne ricche, in questo paese, d’inverno indossano splendide pellicce, oppure bei cappotti morbidi e caldi, giacconi trapuntati e pantaloni alla moda: quello che io sognavo perché l’avevo visto in città, in un locale dove avevano il televisore e gli avventori guardavano ad occhi spalancati per la meraviglia la Televisione italiana (anch’io e la mia amica Amina stavamo lì a sognare, mentre sorseggiavamo lentamente la nostra limonata fresca).

Anche d’estate, quando c’è un caldo tremendo persino qui (umido e soffocante, però, non piacevole e ventilato come nel nostro villaggio), le signore sono molto eleganti: indossano vesti leggere, spesso di seta a fiori, senza maniche e scollate, ma in modo serio e decoroso.

Io invece devo mostrare quasi tutto il mio corpo bruno perché sono una “merce” da vendere, e la merce deve essere messa in vetrina in modo appariscente. Sempre la minigonna elasticizzata, mia cara mamma, oppure gli “shorts” così stretti e corti che quasi non si vedono sotto il “top” attillato senza spalline, con quasi tutto il seno scoperto. Però, anche d’estate, mi metto gli stivali neri alti fin sopra il ginocchio perché sono “sexy”, come dicono le mie colleghe ormai esperte.

Quanto al mio “lavoro”, tu sai che io sognavo di farmi una buona posizione, come si dice qui, impegnandomi in un’attività onesta e decorosa, possibilmente redditizia. Forse avrei incominciato con poco, facendo la commessa in qualche negozietto di abiti o persino la donna delle pulizie; poi avrei cercato di salire un po’ più su, dopo aver imparato bene la lingua e appreso un mestiere frequentando qualche corso di formazione (qui ce ne sono molti).

Questi erano i miei progetti, i miei sogni, mamma cara. Invece nulla: per noi straniere senza il permesso di soggiorno, cioè clandestine, non c’è proprio nessuna possibilità se non quella cui sono stata costretta a ridurmi io, salvo che non s’incontri qualche persona generosa che offre un lavoro ai clandestini, anche se rischia di essere denunciata alle autorità e di essere punita severamente secondo le leggi.

Ma io non ho trovato persone generose, anzi , tutto il contrario.

Ho capito che cos’è l’ipocrisia, la mancanza di scrupoli morali, la violenza; insomma il lato peggiore della natura umana, soprattutto maschile.

E dire che ho voluto lasciare il nostro Paese anche perché volevo conquistare la mia libertà, la dignità di donna autonoma e autosufficiente che sia la nostra religione, sia le tradizioni della nostra gente non riconoscono, non accettano e non concedono, ma anzi combattono e puniscono come una colpa grave e senza redenzione.

Ecco la mia libertà, la mia autonomia e dignità di donna emancipata: l’uomo che ha finto di amarmi appassionatamente e che per un po’ di tempo mi ha trattata con affetto, accogliendomi a casa sua come se fossi sua moglie, ricoprendomi di regali e parlando anche di un futuro matrimonio regolare, a un tratto ha cambiato atteggiamento verso di me; persino il suo tono di voce era diverso, sgarbato, violento, quasi egli fosse un’altra persona.

Una sera, mentre facevamo l’amore (non scandalizzarti, mamma! Prometteva che mi avrebbe sposata molto presto), incominciò a divenire sempre più violento negli abbracci e nei baci, finché essi non diventarono pugni e morsi, strette al collo fin quasi a strozzarmi e infine, dopo che mi ebbe gettata giù dal letto, persino calci in ogni parte del corpo, soprattutto al ventre.

Mi ridusse quasi in fin di vita, credo, perché rimasi svenuta o assopita non so per quanto tempo (ore o giorni?) e, quando ritornai lucida, sentivo un male atroce in ogni parte del corpo, anche nel viso e alla nuca.

Lui non c’era. La casa era silenziosa.

Mi sollevai piano da terra e strisciai carponi fino al bagno; mi aggrappai al lavandino freddo e scivoloso, mi sforzai più che potei e finalmente riuscii ad alzarmi fino a potermi guardare allo specchio.

Rimasi non so se incredula o terrorizzata. Non mi riconoscevo più. Avevo il viso tutto rosso e gonfio a causa dei violenti pugni ricevuti; una ferita ancora sanguinante mi attraversava la guancia sinistra; attorno a entrambi gli occhi, gonfi e tumefatti, quasi del tutto chiusi, avevo un alone bluastro e nero striato di rosso che mi faceva sembrare un orribile mostro, o una maschera spaventosa e tragica per la festa di Carnevale (qui c’è quest’usanza). Per mia fortuna i denti – il mio orgoglio – erano intatti, ma si vedevano a malapena tra le labbra gonfie e sanguinanti per i pugni e i morsi. Non potevo nemmeno aprire la bocca per guardarmi bene i denti; non riuscivo nemmeno a bere un poco d’acqua o almeno a sciacquarmi la bocca per cancellare, insieme con il sangue, quell’amaro sapore di violenza che mi avvelenava.

Ero ancora nel bagno a guardarmi allo specchio quando vidi il suo volto riflesso accanto al mio: aveva un’aria truce che non gli avevo mai vista, neppure mentre mi picchiava ed io ero ancora in grado di guardarlo in viso. Mi disse, anzi, mi gridò in modo brutale: “Questo è solo un avvertimento. D’ora in poi tu devi fare tutto quello che voglio io. Devi andare sulla strada, come le altre, e guadagnare molti soldi per me. Se non lo fai, ti ammazzo di botte. Quello che ti ho fatto ora non è nulla rispetto a quello che ti farò se non mi porterai ogni sera molto denaro! Guadagnati il pane che mangi!”

Mi trascinò fuori dal bagno e mi sbatté sul letto, dicendomi in tono più pacato, ma forse ancora più perfido: “Ora dormi e cerca di farti passare quei lividi. Quando sarai di nuovo bella ti metterai questi vestiti e incomincerai a lavorare per me, brutta africana, sudicia straniera pidocchiosa!”. Sorrideva e mi additava gli abiti posti sulla sedia accanto al letto: una minigonna rossa e un “top” viola coperto di lustrini; per terra un paio di stivali neri.

Mamma, mamma, perché non ti ho ascoltata? Perché sono partita dal nostro villaggio, ho abbandonato il nostro deserto?

Ecco la tragica realizzazione dei miei sogni: la strada statale verso Oleggio, le colleghe di lavoro vestite anche peggio di me, i “clienti” da contendersi l’una con l’altra a forza di sorrisi sguaiati, di occhiate invitanti, persino di gesti volgari, quasi osceni! Quando salgo in auto con uno di loro, certe volte un “affezionato”, cerco di allontanarmi a poco a poco dal luogo in cui mi trovo realmente e di ritornare con la fantasia nel nostro piccolo villaggio ai margini del deserto dorato. In quel momento non sono più io; o meglio, io sono a casa con te, mentre è solo il mio corpo quello che nell’automobile si vende per pochi minuti, fingendo qualcosa da cui io – la vera me stessa – sono totalmente lontana ed estranea, quasi che il mio corpo fosse una bambola di pezza insensibile.

È l’unico modo per sopravvivere, mamma cara, l’unico modo di vincere il ribrezzo per quegli abbracci disgustosi e la tentazione di gettarmi nel fiume che scorre non molto lontano da quella strada odiosa, piena di traffico e di volgarità, che ormai è divenuta la mia dimora.

Non tornerò mai più, mamma adorata. Non avrò mai più il coraggio di infangare il nostro villaggio – povero, polveroso, ma innocente – con tutto il sudiciume che mi porto addosso e che continuo a sentirmi in tutte le fibre del corpo, anche se, appena rientrata a casa, mi lavo tutta dalla testa ai piedi, rimanendo sotto la doccia calda per un’ora intera. Ma l’acqua che mi scorre addosso scivola via senza cancellare quelle tracce sudicie che mi tormentano.

Non tornerò mai più. Non ti vedrò mai più, mamma mia bella e amata.

                       Addio per sempre!

                                                              la tua adorata Fatima

Qualche giorno dopo una vicina andò a far visita a Zahira con un atteggiamento e uno sguardo così pieni d’affetto che le facevano ricordare i vecchi tempi felici.

Si sedettero sul divanetto e la donna le prese le mani tra le sue, glie le strinse e incominciò ad accarezzarle dolcemente. Dopo un lungo silenzio, con voce commossa, le disse a poco a poco che era stato ripescato in un fiume chiamato Ticino un corpo di giovane donna dalla pelle scura, forse tunisina o marocchina. Non aveva nessun documento, ma la Polizia, dopo lunghe e minuziose indagini, era riuscita a scoprire la sua identità.

Indossava una minigonna rossa e un “top” viola coperto di lustrini. Portava lunghi stivali neri fin sopra il ginocchio.

Si chiamava Fatima.

 *

Il fiume Ticino

*

Racconto pubblicato in Dedalus n. 1, Puntoacapo, Novi Ligure (Al ) 2011

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Informazioni su Giorgina Busca Gernetti

Amo la poesia, la musica classica, la danza classica, il canto lirico, l'arte, l'archeologia, i fiori, gli animali e il mare. Compongo poesie fin dall'adolescenza, benché abbia iniziato tardi a pubblicarle. Scrivo anche racconti, recensioni o saggi artistico-letterari. Sono nata a Piacenza e mi sono laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Sono stata docente d’Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate, città dove tuttora vivo. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio Musicale di Piacenza. Sono socia di Centri culturali prestigiosi come il “Pannunzio” di Torino, “Novecento Poesia” di Firenze e l’“Accademia Internazionale d’Arte Moderna” di Roma. Ho pubblicato per Genesi di Torino i libri di poesia "Asfodeli" (1998), "La luna e la memoria" (2000), "Ombra della sera" (2002) e "Parole d’ombraluce" (2006); per le Edizioni del Leone di Venezia il libro "Onda per onda" con prefazione di Paolo Ruffilli (2007); per Youcanprint il libro di poesie d'amore "Amores" con introduzione dal "Simposio" di Platone (2014). Mi sono state pubblicate come 1° premio quattro sillogi di poesie: "Nell’isola dei miti", ALAPAF, Bagheria 1999; "La luna e la memoria", Edizioni del Cenacolo, La Spezia 2000, poi confluita nell’omonimo libro maggiore; "La memoria e la parola", ETS – Il Portone Letteraria, Pisa 2005; "L’anima e il lago", con prefazione di Giuseppe Panella della Scuola Normale Superiore di Pisa, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010; seconda edizione con Nota dell'autrice e Rassegna critica per Youcanprint, Lecce 2012 . Il mio saggio critico "Itinerario verso il 27 agosto 1950" è stato pubblicato nel 2009 dal Centro “Pannunzio”, nei suoi “Annali” 2008/2009, per il Centenario della nascita di Cesare Pavese. Per la Puntoacapo Editrice di Novi Ligure ho pubblicato nel 2011 un inserto di sette racconti nell’Almanacco Dedalus n. 1 ("Sette storie al femminile"). Nel 2012 ho pubblicato in volume singolo il saggio pavesiano "Itinerario verso il 27 agosto 1950" per le Edizioni Youcanprint di Lecce. Le "Sette storie al femminile", con Prefazione di A.G. Pessina e Nota dell'Autrice, sono uscite in volume individuale per Youcanprint, Lecce 2013. Nel 2014 ho pubblicato per Youcanprint il libro di poesie tutte d'amore intitolato "Amores", con introduzione di Platone dal "Simposio". Nel 2015 è uscito per Polistampa, collana "Sagittaria", il mio libro di poesia "Echi e sussurri", con prefazione del prof. Marco Onofrio e postfazione-nota editoriale del prof. Franco Manescalchi. Bellissime recensioni Mie poesie, talora tradotte in varie lingue straniere, qualche racconto e saggio artistico-letterario figurano in riviste e antologie anche per la scuola. Sono stata inclusa in alcune storie della letteratura contemporanea e in varie opere di critica letteraria. Eminenti critici hanno espresso giudizi di consenso sulla mia poesia e narrativa. *************** Questo blog non è una "testata" giornalistica e non è aggiornato con regolare periodicità. Privo dei due requisiti che lo dovrebbero contraddistinguere, non può pertanto considerarsi un "prodotto editoriale" ex lege 7/3/2001, n.62. Non è quindi soggetto alle disposizioni e agli obblighi previsti dagli art.2 e art.5 della Legge n.47/1948.
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