Tito Cauchi. Recensione a “Sette storie al femminile”

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Giorgina Busca Gernetti, SETTE STORIE AL FEMMINILE, Youcanprint, Tricase (Lecce) 2013, Pagg.72, € 10,00

Giorgina Busca Gernetti è scrittrice e poetessa nata a Piacenza, vive a Gallarate, è stata docente di lettere (Italiano e Latino). Ha al suo attivo diverse opere, reading e presenze in antologie e opere di critica; non ultimo, di solo primi premi, ne vanta un elenco di settanta. Premetto subito che in chiusura a queste Sette storie al femminile, l’Autrice spiega che esse hanno già ricevuto giudizi favorevoli, essendo state pubblicate nel voluminoso libro collettaneo Dedalus n. 1 (2011) a cura di Ivano Mugnaini, comprendente quindici autori; aggiungendo che le piace che i suoi “racconti inizino un percorso autonomo in un volume singolo”.

Ciò detto, non ci sarebbe bisogno di sottolineare che la presente opera è funzionale alla figura della donna, tanto che in esergo abbiamo una citazione di Lev Tolstoj, tratta da Anna Karenina: “Le donne sono una vite su cui gira tutto.”. Ed è una donna, Anna Gertrude Pessina, che incentra la sua acuta prefazione nella “Affabulazione onirica e senso di non appartenenza” nei racconti di Giorgina Busca Gernetti, le cui protagoniste sono ben definite nella loro essenza di “essere e non essere”; rileva come travasi nella prosa il suo lessico suggestivo poetico; richiama alcune Storie, nelle quali risalta il transfert delle protagoniste, in una sorta di trance.

Precede, le Sette Storie, una poesia dal titolo “Papaveri”, i cui petali la riportano all’infanzia. Intanto osserviamo una sorta di paradosso e non una alternativa, fin dalla presentazione delle figure femminili che contemporaneamente sono e non sono. Intendo un libro come un momento di riflessione, un dialogo virtuale con l’autore. Pertanto provo a darne una esposizione.

Via Pirandello, è il titolo della prima Storia. Ha indubbiamente il tocco poetico, magico, suggestivo che seduce il lettore in una sorta di complicità di trasporto emozionale. La protagonista è Livia la quale “conosceva molto bene Taormina (…) piccola città distesa su una terrazza dominata dal Monte Tauro (da cui l’antico nome greco Tauromenion) e prospiciente sullo Jonio dalle acque limpidissime”. Qui si racconta di Livia, in visita con il marito nella città ai piedi dell’Etna. È una donna che ama l’arte, la cultura in generale e la Sicilia in particolare; ella, nonostante abbia visitato la città altre volte, continua ad esserne entusiasta e a collezionare souvenir. Tornando indietro con il marito, per raggiungere l’auto parcheggiata, si rammenta di non avere acquistato un carrettino, perciò raccomanda al marito di andare avanti. Effettuato l’acquisto desiderato, forse perché estasiata, è colta da una sorta di turbamento, non riesce a trovare il parcheggio; osserva scendere un corteo funebre il cui carro porta appesa una corona di fiori, con il nastro recante la scritta: “Giorgio e Michela, marito e figlia dolenti.” In un istante, che dura una eternità, ha la sensazione di vivere un episodio allucinante: lei che assiste al proprio funerale, dal momento che i dolenti rispondono esattamente ai nomi del marito e della figlia. Dopo l’iniziale smarrimento psicologico, e avere chiesto indicazione ai passanti, sembra uscire da una forma di sdoppiamento e raggiunge il marito che l’attende presso l’auto.

Una lettera d’amore, scritta da una donna consapevole che la stessa non raggiungerà mai il suo destinatario. È una bellissima lettera poetica, che esprime una emozione profonda che va oltre il sentimento d’amore, sic et simpliciter, così spesso inflazionato; manifesta il sentimento d’amicizia. C’è la coscienza da parte della innamorata di non usare, di proposito, parole sdolcinate. Realisticamente non vuole menomare una bella amicizia per via di un sentimento che, per ragioni varie, non può appalesarsi, nel timore di distruggerne l’esistenza; benché, non mi pare, che la lettera adombri impedimenti. Soggiogato da questo sentimento, mi piace pensare all’amicizia tra un uomo e una donna, legati da profondo affetto; così delicato, tanto che viene messa in discussione; e, direi, proprio per questa fisiologia, il sentimento d’amicizia si edifica su un piano superiore a quello d’amore, poiché si reprime un sentimento nel timore di distruggerne un altro, nel rispetto della individualità dell’altro. La persona innamorata, ma legata da amicizia, si accontenta del benessere e dell’armonia che trova con se stessa al solo pensiero del suo ideale, del “piacere d’essere viva, di respirare, di vedere la luce che filtra dalle persiane ancora chiuse.”

Amore e morte nel Castello di Bardi. Descritta la storia intorno al Castello o Fortezza, nonché la località dove sorge “all’incrocio di tre importanti vie verso la Liguria e i territori del Piacentino e del Parmense” il cui progetto risale al IX secolo. Si narra che nel silenzio delle sue mura ci sono gli echi di un amore sofferto nel secolo XVI, tra il Cavaliere Moroello e la bella castellana Soleste della Casata dei Landi. Un amore finito tragicamente per un gioco del destino. Il Cavaliere parte a capo delle sue truppe contro un bellicoso stato confinante. In sua assenza l’innamorata Soleste “Leggeva con profonda immedesimazione i romanzi sugli amori di Tristano e Isotta o Lancillotto e Ginevra, la non meno affascinante storia di Paolo e Francesca. (…) È vero che i loro amori erano proibiti, peccaminosi, veri e propri adulterî o tradimenti di un codice d’onore, ma il finale tragico le infondeva egualmente un triste presentimento, benché il suo legame amoroso con Moroello fosse puro, innocente e privo di ogni offesa all’onore altrui.” Il Cavaliere ritorna trionfante, sennonché “come finale gesto di spregio nei confronti dei nemici sconfitti, aveva comandato ai suoi uomini di indossare i colori del nemico.”; nel suo approssimarsi al Castello, non viene riconosciuto dall’innamorata, che perciò si toglie la vita: Il Cavaliere al suo rientro, comprendendo di esserne stato causa e consapevole che la sua vita rimarrebbe priva di senso, si dà la morte. Gli spiri dei due innamorati si cercano ancora.

Fuochi d’artificio, vedono protagonista Giorgia, una giovane donna che veniva colta da un tremendo terrore durante i festeggiamenti, come era avvenuto nella piccola Pèschici (Foggia), quando durante gli scoppi, si aggrappò al primo uomo vicino che le è capitato, tanto che il marito l’ha dovuta strappare all’altro. Giorgina Busca Gernetti, non lo dice, ma mi pare potersi tradurre una sorta di autobiografismo. Non c’erano sedute psicoanalitiche che riuscissero a farle superare la sua paura; ma dentro di sé sa che farebbe bene a confessare l’origine di quel suo stato, sorto durante i bombardamenti sulla città di Piacenza nell’ultima guerra: la madre, lei e la sorellina Grazia, in braccio alla zia Anna, si erano precipitate in una cantina già affollata. Racconta degli scontri, da una parte i partigiani, dall’altra i nazisti; ricorda il suo lessico che si arricchiva di parole che non avrebbe mai voluto imparare: sfollamento, guerra, nazisti, alleati, rastrellamento, internamento. Chissà se per pudore non riesce a parlarne e rimuovere i ricordi dolorosi.

Profumo di haiku. Al centro di questa Storia è Lucia, una bambina taciturna che i genitori attribuiscono all’autismo. Mentre invece, la confinante di giardino, scopre trattarsi di una forma di introversione; avviene così che fingendo di non accorgersi di lei, compone degli haiku, compitando con le dita le sillabe, riuscendo a incuriosirla. Così la bambina prova anche lei a scrivere: “Un bel giardino/ Il profumo di rose/ È primavera”. La piccola Lucia si apre alla comunicazione grazie agli haiku. E qui ci sarebbe da aprire un trattato sulla comprensione dei bambini.

L’ultima lettera di Fatima, rappresenta il paradigma di una giovane marocchina, giunta in Italia con un grande sogno che poi naufraga. Possiamo spendere un fiume di parole sull’argomento che vede tante donne sfruttate sulle strade, come bestie; se non fosse che proprio un fiume del nostro Nord, il Ticino, pone fine ai suoi giorni. Giorgina Busca Gernetti riporta una lunga lettera della giovane, diretta alla madre Zahira: è una lettera che fa accapponare la pelle. Le cronache sono fin troppo piene di episodi analoghi. In questa sede, da parte del sottoscritto, indugiare di più, mi sembra mettere il dito nella piaga. Fatima partita dal suo villaggio povero e polveroso, derubata della dignità, per l’onta subita si sentiva privata del diritto di cittadinanza, e non poteva rientrare. “Come rimpiango quelle due piccole stanze, allora spregevoli perché troppo piccole per me, inadeguate alle mie illusioni e fantasticherie nel mondo lussuoso e sulla vita elegante dell’Europa!” Qualche giorno dopo i vicini di casa della madre, apprendono la notizia, diffusa dagli organi di informazione e capiscono, stringendosi intorno alla povera madre.

Miraggio a Segesta. Mi piace identificare l’Autrice con la protagonista, se non altro per la raffinatezza. Elena, isolatasi dal gruppo di turisti, ammira il colonnato del tempio greco, con il capo coperto da un cappello di paglia di Firenze, ornato di un mazzolino di miosotidi, che la difendeva malamente dal sole siciliano, sedendosi sui gradini dello stilobate. Assorta, subisce il fascino di quel luogo magico, antico di oltre duemila anni. Si vede circondata da una sacerdotessa vestita di una tunica porporina, circondata da dodici fanciulle vestite di tuniche bianche; danzavano agitando chi sistri, chi cembali, chi crotali; suoni che si confondevano con il frinire delle cicale. Estasiata della sacra cerimonia in onore della divinità bucolica protettrice; fin quando viene destata per la partenza del pullman. Avviandosi si accorge che il suo cappello era volato su un piccolo prato in prossimità di “tre spighe dorate e tre fiori di campo rossi, tre grossi papaveri.”, chissà se sia stato un segno di Demetra (o forse di Kore).

***

Indugiando sulle Storie e quindi sulle sette protagoniste, filo rosso che le unisce, mi pare, la loro indeterminatezza, reale o dovuta alle circostanze (Livia) o all’estasi vissuta (Elena). E nel contempo ci consegnano alcuni insegnamenti, come per esempio non prendere decisioni affrettate (Soleste) o emettere giudizi senza preclusioni (nel caso della piccola Lucia); oppure guardarsi dentro, fare autoanalisi (cosa che non ha fatto Giorgia). Le figure sono disegnate con quel tratto bastevole a delinearne i profili psicologici; l’ambientazione risulta altrettanto puntuale; il tutto è amalgamato in una armonia magica e perfino surreale; ma senza chiudere gli occhi dinanzi alle offese che ricevono le donne (Fatima). L’unica donna non nominata, può prendersi come l’emblema di tutte le donne innamorate segretamente, della sensibilità; lei (una donna), più di tutte, rappresenta l’essenza di essere in sé e di apparire fuori da sé. In ogni caso le Sette Storie promuovono l’animo alla riflessione, alla comprensione dell’altro, al pianeta femminile, ancora così distante dalle conquiste culturali raggiunte.

Colgo l’occasione per esporre alcune mie impressioni in merito all’itinerario di un’opera. Poiché mi sono già occupato dell’intero volume Dedalus, condivido l’opinione di Giorgina Busca Gernetti, di dare un percorso autonomo alle proprie opere. Nondimeno ritengo che l’esposizione di una riflessione sull’intero volume, su quindici autori, metta in luce le rispettive caratteristiche, nonché le reciproche differenze. Le Sette Storie al Femminile (in questo caso autonome), si distendono con maggiore beneficio della comunicazione; per non dire, senza intenzione di iperbole, che perfino ciascuna Storia mi pare acquisti maggiore attenzione.

Tito Cauchi

Recensione pubblicata in Pomezia Notizie, n. 5 / 2013

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Informazioni su Giorgina Busca Gernetti

Amo la poesia, la musica classica, la danza classica, il canto lirico, l'arte, l'archeologia, i fiori, gli animali e il mare. Compongo poesie fin dall'adolescenza, benché abbia iniziato tardi a pubblicarle. Scrivo anche racconti, recensioni o saggi artistico-letterari. Sono nata a Piacenza e mi sono laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Sono stata docente d’Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate, città dove tuttora vivo. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio Musicale di Piacenza. Sono socia di Centri culturali prestigiosi come il “Pannunzio” di Torino, “Novecento Poesia” di Firenze e l’“Accademia Internazionale d’Arte Moderna” di Roma. Ho pubblicato per Genesi di Torino i libri di poesia "Asfodeli" (1998), "La luna e la memoria" (2000), "Ombra della sera" (2002) e "Parole d’ombraluce" (2006); per le Edizioni del Leone di Venezia il libro "Onda per onda" con prefazione di Paolo Ruffilli (2007); per Youcanprint il libro di poesie d'amore "Amores" con introduzione dal "Simposio" di Platone (2014). Mi sono state pubblicate come 1° premio quattro sillogi di poesie: "Nell’isola dei miti", ALAPAF, Bagheria 1999; "La luna e la memoria", Edizioni del Cenacolo, La Spezia 2000, poi confluita nell’omonimo libro maggiore; "La memoria e la parola", ETS – Il Portone Letteraria, Pisa 2005; "L’anima e il lago", con prefazione di Giuseppe Panella della Scuola Normale Superiore di Pisa, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010; seconda edizione con Nota dell'autrice e Rassegna critica per Youcanprint, Lecce 2012 . Il mio saggio critico "Itinerario verso il 27 agosto 1950" è stato pubblicato nel 2009 dal Centro “Pannunzio”, nei suoi “Annali” 2008/2009, per il Centenario della nascita di Cesare Pavese. Per la Puntoacapo Editrice di Novi Ligure ho pubblicato nel 2011 un inserto di sette racconti nell’Almanacco Dedalus n. 1 ("Sette storie al femminile"). Nel 2012 ho pubblicato in volume singolo il saggio pavesiano "Itinerario verso il 27 agosto 1950" per le Edizioni Youcanprint di Lecce. Le "Sette storie al femminile", con Prefazione di A.G. Pessina e Nota dell'Autrice, sono uscite in volume individuale per Youcanprint, Lecce 2013. Nel 2014 ho pubblicato per Youcanprint il libro di poesie tutte d'amore intitolato "Amores", con introduzione di Platone dal "Simposio". Nel 2015 è uscito per Polistampa, collana "Sagittaria", il mio libro di poesia "Echi e sussurri", con prefazione del prof. Marco Onofrio e postfazione-nota editoriale del prof. Franco Manescalchi. Bellissime recensioni Mie poesie, talora tradotte in varie lingue straniere, qualche racconto e saggio artistico-letterario figurano in riviste e antologie anche per la scuola. Sono stata inclusa in alcune storie della letteratura contemporanea e in varie opere di critica letteraria. Eminenti critici hanno espresso giudizi di consenso sulla mia poesia e narrativa. *************** Questo blog non è una "testata" giornalistica e non è aggiornato con regolare periodicità. Privo dei due requisiti che lo dovrebbero contraddistinguere, non può pertanto considerarsi un "prodotto editoriale" ex lege 7/3/2001, n.62. Non è quindi soggetto alle disposizioni e agli obblighi previsti dagli art.2 e art.5 della Legge n.47/1948.
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