“Tramonto a Velate”. Ricordo di Renato Guttuso

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TRAMONTO a VELATE
Ricordo di Renato Guttuso

Sono trascorsi dieci anni da quel 18 gennaio 1987 in cui Renato Guttuso morì a Roma. Come piccolo contributo alla sua memoria non si offre una commemorazione, poiché egli vive ancora nei suoi dipinti. Preme piuttosto ricordare il grande pittore siciliano – nato a Bagheria nel 1912 – in una parte della sua complessa biografia che forse è meno nota di altre, ma che ricopre un arco di ben trentacinque anni e che ha dato vita a moltissime delle sue opere, anche a quelle più grandi e più famose per il loro valore artistico e umano.

Valore, quest’ultimo, non di piccola rilevanza poiché Guttuso infondeva generosamente tutto se stesso nella sua arte: sentimenti, passioni, ideologia, spirito sempre fiero e coerente nella battaglia per il rinnovamento della pittura italiana nell’ultimo scorcio del Ventennio e nel dopoguerra, più tardi e fino alla fine nella difesa e attuazione dei suoi principi ideologici e pittorici, in opposizione ai vari movimenti artistici che, con il mutare del contesto storico, politico e culturale, via via sorgevano in Italia.

I suoi dipinti – sia i maggiori sia i minori – riflettono il “fuoco della loro origine” e lasciano tralucere la sua anima poiché in essi è impressa profondamente la sua “umanità”, il suo modo d’essere uomo fra gli uomini.

“Guttuso, ch’è già in Sicilia, mi ha mandato una lunga, affettuosissima, lettera. […] Mi dice: “Ormai io ti conosco e ti amo troppo perché non mi accorga a ogni passo di pensare al mondo della tua poesia e di sentire o di desiderare di averti qui con me a dividere questo paradiso costruito con materiali d’inferno”. […] Anche lui, come noi, è figlio del Sole e io gli voglio bene. Ma lui mi ama e non sa che cosa questa enorme parola significhi”. Da Milano – ove era rimasto solo a lavorare mentre tutti i suoi amici artisti erano partiti ciascuno verso la terra più cara – Salvatore Quasimodo scrisse queste parole alla sua donna, la danzatrice Maria Cumani, il 31 luglio 1936.

Guttuso quindi era tornato nella sua Bagheria a contemplare i “mostri” di Villa Palagonia o il mare dell’Aspra; nella sua Palermo (“Palermo è la mia città che amo, il mio paesaggio; il paesaggio dove sono nato”) a vagare nella Vucciria o fra le case alla Kalsa. Oppure era tornato a guardare con dolore e con un senso di profonda ribellione l’umanità sofferente della sua isola nelle zolfare, nell’occupazione delle terre incolte o nella fuga dall’Etna che erutta fiumi di lava, tutti soggetti di celebri dipinti in cui, con un linguaggio pittorico intensamente espressionistico, violento e tormentato, e con toni di dura polemica, se non persino di denuncia, egli ritrae i mali secolari della sua terra ed esprime coraggiosamente la crisi spirituale e politica di quegli anni.

Anche lui dunque, come Quasimodo, era legato all’Isola del Sole dalla luce abbagliante e dai colori intensi, quasi violenti, con un sentimento profondo che non si affievolì mai, benché – soprattutto da quando lasciò la Sicilia nel 1937 – trascorresse gran parte dell’anno nel fasto di Roma o nella pallida luce del Nord, fra quei colori tenui e vibranti, quasi trasparenti, che compaiono sulle tele dei “Chiaristi” lombardi, attivi a Milano agli albori degli anni Trenta. L’amore per la sua terra (la “madre” inconsciamente sempre raffigurata nei suoi dipinti impregnati di “sicilianità”, il grembo che lo generò e che ora ne custodisce le spoglie) si rifletteva ardentemente sui suoi conterranei, come si può rilevare dall’uso del verbo amare nella bella lettera inviata a Quasimodo da Palermo.

1: Autoritratto in maglione, 1960.

Tuttavia proprio questo Guttuso figlio del Sole, siciliano anche nell’aspetto fisico, nella pelle scura e soprattutto nello sguardo intenso e “bruciante” tipico degli uomini del Sud (f. 1), si innamorò di Velate, un piccolo borgo medioevale immerso nel verde delle Prealpi – ai piedi del Sacro Monte (f. 2) – da cui, guardando verso occidente, si vede scintillare un piccolo specchio d’acqua (l’estremo lembo del Lago di Varese) e la mole massiccia del Monte Rosa coronato di ghiaccio azzurrino, nelle giornate più limpide così nitido sullo sfondo del cielo rosso nel tardo tramonto da sembrare quasi a pochi passi dal lago e da questo “angolo ridente”, per usare le parole del poeta Orazio (f. 3).

2: Torre di Velate e il Sacro Monte, 1962. 3: Veduta del lago e del Monte Rosa, 1963.

Guttuso non seppe resistere al fascino di un angolo solitario dalla natura incontaminata, alla quiete di Velate che favoriva il raccoglimento interiore e la concentrazione indispensabili per “ideare” e dipingere con fervore le sue opere. Dal 1953 infatti (poco dopo il matrimonio con Mimise Dotti) egli era solito trascorrere i mesi estivi e il primo autunno a Velate, isolato nel suo “eremo” costituito da una grande villa quasi nascosta in un ampio giardino alberato, recinto da un’alta siepe (sarebbe fin troppo ovvio citare a questo punto Leopardi). Lungo la siepe si snoda un vialetto in cui il pittore amava passeggiare completamente solo: così si è ritratto in un dipinto del 1983 (f. 4) a proposito del quale rispondeva a chi lo interrogava sul suo significato: “È un quadro, io dico sempre, è un quadro cechoviano. C’è un’atmosfera da Cechov, quasi, in questo, quindi c’è malinconia e anche il senso di pacificazione della vita in campagna, quando l’uomo ha raggiunto le soglie della dolce vecchiaia”.Nel dipinto infatti il viale non conduce a una meta ben precisa racchiusa entro lo spazio del quadro, ma sembra continuare oltre il limite della tela ove il pennello ha dovuto fermarsi; però si percepisce dalle spalle un po’ curve e dai capelli grigi del pittore che la “meta” è ormai vicina: presagita ma non temuta, semmai raggiunta pacatamente con un senso di malinconia “cechoviana”, di rassegnazione dolente di fronte all’ineluttabile che incombe.

4: Passeggiata in giardino a Velate, 1983. 5: Volo di colombe a Velate, 1956/57.

Da molti anni dunque era solito meditare presso la siepe, in un silenzio profondo rotto soltanto dai lievi rumori della natura: la voce del vento, lo stormire delle fronde, il canto degli uccelli, il frullìo d’ali delle bianche colombe che per un certo periodo intrecciarono i loro voli fra l’intrico di rami di quel giardino (f. 5). La siepe proteggeva la sua volontaria solitudine – sempre rispettata dai Varesini che pur gli conferirono la cittadinanza onoraria nel 1983 – e favoriva quell’isolamento che gli consentiva, in un continuo, intimo colloquio con se stesso, di “pensare” i suoi dipinti.

“Dipingere non è difficile, è difficile pensare” disse infatti una volta, e ancora: “Dipingere è essere ispirati da ciò che si vede, e si pensa, da ciò che si scopre. Può essere un tramonto, un albero, un paio di scarpe vecchie […]”. Guttuso allora è un pittore che “vede e pensa”, perciò lo spazio circoscritto dalla siepe e lo scorcio di paesaggio visto dalle finestre della villa offrono “ciò che si vede”, mentre la solitudine entro la siepe fa sì che egli sia “eccitato dai suoi pensieri” e trasferisca a poco a poco l’oggetto concreto dal “vedere” al “pensare”, fino a fermarlo sulla tela con il linguaggio delle forme e dei colori.

Davanti alla villa si stende in lieve declivio un prato circondato da castagni d’India altissimi da cui, in settembre, incominciano a cadere i ricci che si spaccano sul prato liberando le tonde e lucide castagne. Guttuso dipinse numerose nature morte e scorci del prato in cui i grossi frutti autunnali compaiono in varie composizioni; fra tutte queste opere spiccano, anche per il loro valore affettivo, un bellissimo Cesto di castagne, dedicato nel 1968 “a Picasso che compie 87 anni” (f. 6), e il vivace acquerello Castagne d’India (1982) che reca la dedica “Al mio vecchio amico Giovanni Testori questo breve segno dell’autunno a Velate. Guttuso” (f. 7).

6: Cesto di castagne, 1968. 7: Castagne d’India, 1982.

Questa presenza assidua, nei suoi dipinti, degli “oggetti” che la realtà concreta di Velate gli poneva davanti agli occhi – fra cui anche gli alberi del giardino che in autunno lasciano cadere una pioggia di foglie, alcune ancora librate nell’aria, altre già ai piedi del tronco in un trionfo di giallo oro (Autunno a Velate, 1965) (f. 8) – dimostra la sua coerenza con i principi che espose nel famoso scritto Paura della pittura, pubblicato sulla rivista “Prospettive” nel 1942, nel quale, sostanzialmente, alla pavidità e al conformismo di molti artisti dell’epoca contrapponeva una vera e nuova pittura in cui “in questa continua presenza di tutto se stesso, il pittore vivrà la sua vera vita e attuerà la sua libertà, scoperto sul mondo, solidale con gli altri uomini e con essi in colloquio”. Il nascente Realismo infatti, rivendicata la libertà dell’arte dai canoni imposti dal Fascismo, in quel drammatico momento storico proponeva per bocca di Guttuso una pittura densa di contenuti umani e attinente alla realtà quotidiana, che fosse “concreta espressione di un concreto mondo di oggetti e uomini a portata delle nostre mani”. Tale scritto si apre con le significative parole: “Una mela, una bottiglia, un volto, uomini in guerra o in pace, angeli nei cieli, estasi di Santi, massacri, dannati nell’inferno, crocefissioni o concerti, giornali, cinematografi, musei, strade, campagna, palazzi e camere chiuse, letti disfatti, oggetti abbandonati e impolverati. La pittura è la forma del nostro coesistere in ognuno di questi elementi, o in tutti questi insieme”.

8: Autunno a Velate, 1965. 9: Tetti di Velate, 1958.

L’atelier di Guttuso occupa interamente la parte anteriore della villa: è tutto a vetrate, ampio e luminoso, aperto sulla vista del prato con i castagni d’India. Tra i rami degli alberi si intravedono i tetti di Velate dai coppi rossicci (f. 9), presenti in numerosi paesaggi ritratti d’estate, d’autunno, di giorno, al tramonto, di sera, in opere nate da e in questo luogo tranquillo e silenzioso che gli offriva, oltre agli “oggetti” da rappresentare, anche l’atmosfera, persino la luce adatta per trasformarli in arte: “Velate mi aiuta a vivere e a lavorare come una grande città non può far più… Mi piace questa luce e quest’aria senza provocazioni violente, ma tutt’altro che anonima, che mi permette di essere eccitato dai miei pensieri, senza portarmi fuori di me” (“Il Giorno”, 6 ottobre 1959). Ma ciò che più sorprende è che proprio in questo atelier di Velate abbiano visto la luce anche quei dipinti famosi ovunque – tra cui Vucciria (f. 10) – che, seppure ispirati da altri luoghi o da altri soggetti, solo nella solitudine e nel raccoglimento di questo “eremo” Guttuso avrebbe potuto eseguire secondo il suo principio fondamentale che dipingere è “riflettere sulla pennellata, sulla struttura, sulle cose su cui si riflette quando si fa un quadro”. Benché possa sembrare strano, il mercato chiassoso e variopinto di Palermo, elemento di un mondo dai colori violenti e dalla luce fissa e arroventata quando il sole è alto nel cielo, nel 1974 ha preso vita sulla tela in un angolo silenzioso di Lombardia, tra il verde tenero dalle innumerevoli sfumature che si stemperano in una luce tenue e soffusa.

10: Vucciria, 1974. 11: Tramonto a Velate, 1960.

Così lavorava Guttuso: vedeva (o rivedeva) e si imprimeva profondamente nell’animo gli uomini e i paesaggi della sua Sicilia, i luoghi pittoreschi e i luoghi di dura fatica o di sofferenza; una volta raggiunto il suo “rifugio”, li traduceva in opere che parrebbero dipinte “dal vero” nell’isola. In realtà “dal vero” Guttuso dipinse solo due paesaggi di Velate al tramonto (Tetti di Velate nel 1958 e Tramonto a Velate nel 1960) (f. 11) che giustificò, nella loro diversità di tecnica pittorica, con le parole: “Sono due cose fatte dal vero e quindi… siccome sono dei quadri di tramonto e devi fare molto presto, insomma… a fermarli… eh! certo, perché… la luce ti scappa e quindi questo impone il cercare di cogliere una certa luce, una certa vibrazione di colori. Questo impone una grande rapidità di lavoro… però sono molto miei, tutti e due; molto legati al mio modo di fare, alla mia visione. Naturalmente che la rapidità di esecuzione mi faceva andare così da solo, senza riflettere troppo sulla pennellata, sulla struttura, sulle cose su cui si riflette quando si fa un quadro” (Intervista rilasciata a Silvano Colombo il 19 maggio 1984).

Ecco allora che, proprio nel descrivere due dipinti apparentemente “poco guttusiani” nella loro “libertà” di esecuzione (non certo però nello spirito), Guttuso espresse i propri principi pittorici, rivelando con chiarezza l’essenza della sua arte, nata dall’emozione e dal turbamento di fronte alla natura e al mondo, ma filtrata dalla riflessione che sorveglia l’impulsività e l’immediatezza della pennellata.

Da una riflessione certamente molto profonda nacque sempre a Velate, sul vicinissimo Sacro Monte di Varese, la splendida e solare Fuga in Egitto, un ampio “murale” eseguito nell’autunno del 1983 all’esterno della Terza Cappella (f. 12). In un deserto di sabbia giallo oro, sullo sfondo di rocce brune e di lontani monti azzurri che paiono riprodurre lo sfondo reale dell’edicola in cui è racchiuso il “murale”, tra palme e cactus che rammentano la Sicilia, mentre una candida colomba, “sorella” di quelle del giardino di Velate, si libra in volo in un cielo di un azzurro mediterraneo, Guttuso ha voluto dipingere “il simbolo della vita che si salva, che fugge attraverso il deserto”.

Egli, appena ebbe terminata la sua grande opera, scrisse: “Avevo visto su un settimanale la fotografia di una famiglia di palestinesi, un esodo. Un uomo con la sua donna e il bambino, con qualche masserizia su un asino: una Sacra Famiglia di oggi. Il racconto evangelico si ripete ai nostri giorni. L’esodo, la migrazione obbligatoria, l’Uomo, la Donna, il Bambino, costretti ad abbandonare la casa, la città, il lavoro, a causa di un “eterno Erode” che li minaccia nella persona e nelle cose” (“Corriere della sera”, 6 novembre 1983). Il volto di Giuseppe infatti, spiccatamente semita, esprime la dolorosa fierezza del perseguitato; proprio per questo – secondo Guttuso – simboleggia perfettamente la forza disperata di chiunque, in ogni tempo e in ogni luogo, sia profugo per vivere, forse anche profugo nella sua stessa terra come i palestinesi da lui presi a modello per questo dipinto.

D’altra parte, qualunque fosse il soggetto dell’opera, il grande pittore siciliano vi si immergeva completamente e se ne lasciava compenetrare, sicché è naturale che la fuga in Egitto evangelica, pur ricostruita con estremo rigore filologico e con rispetto per l’iconografia cristiana, sia filtrata dalla sua ideologia e sia inserita in un paesaggio che, in fondo, è la sua stessa anima, palpitante di affetti indelebili per uomini e luoghi e pregna di ideali irrinunciabili.

L’atelier luminoso di Velate al suo interno rispecchia in ogni luogo la presenza di Guttuso. Tele immacolate pronte sui cavalletti e numerose “tavolozze” sparse ovunque: tavolini pieni di colore, o piuttosto di colori vivaci ora semplicemente accostati, ora già amalgamati insieme, alcuni appena un poco usciti da tubetti nuovi, altri sparsi in abbondanza, spremuti da tubetti schiacciati e contorti; inoltre pennelli di varia forma e misura, raccolti in barattoli posati dappertutto.

12: Fuga in Egitto, 1983.

Nel dipinto Atelier (f. 13) le tele sono già tutte coperte di colori squillanti poiché Guttuso si è ritratto nel fervore del suo lavoro: lui, solo, con i suoi pensieri e i suoi colori. Invece, quando entrai nel suo studio, esse erano tutte candide, intatte, come se l’artista, per pudore, volesse celare l’opera ancora in fieri, per offrirla allo sguardo altrui solo nella sua perfezione.

13: Atelier, 1975.

Velate, 30 settembre 1984

In piedi al centro dell’atelier, in una mattina tersa e luminosa, Guttuso, che ci attendeva, ci accolse con il suo sorriso dolce e un poco triste, guardandoci con quei suoi occhi da siciliano che sembrano penetrare fin nell’animo. Nessuna concessione alla tipologia da melodramma, bensì un uomo con un pullover scuro su una camicia chiara e un paio di pantaloni un poco sformati con qualche impercettibile macchiolina di colore; in mano sempre una sigaretta accesa. Anche l’atteggiamento era molto lontano da quello del “semidio” (da lui stesso stigmatizzato) che si concede agli umili mortali: la sua affabilità ce lo rendeva simile agli altri uomini, con la differenza che attorno a lui stavano quelle tele bianche e quei colori rutilanti ai quali solo lui avrebbe saputo infondere il soffio vitale.
Egli parlava lentamente scegliendo le parole con cura, talora fermandosi qualche istante per trovare il termine più adatto ad esprimere il suo pensiero, con una voce calda, sensuale, e con la pronuncia lievemente nasale tipica dei palermitani. Ci trattenne con sé almeno due ore, soddisfacendo con un dialogo pacato ogni nostro desiderio di conoscere più a fondo le sue opere, specialmente quella “universale e perenne” Fuga in Egitto che da un anno risplendeva di luce e di colore sulla vicina Via Sacra.
Quando giunse il momento di accomiatarci, egli ci salutò con la stessa affabilità con cui ci aveva accolti; ma, mentre prima ci aveva attesi nell’atelier, ora ci accompagnò fino alla porta, fermandosi però sulla soglia del giardino perché “fuori comincia a fare freddo”. Il prato era quasi coperto di ricci e castagne caduti dalle piante; lo attraversammo seguiti dal suo sguardo intenso e da un lieve cenno della mano, quasi un addio. Con un gesto forse infantile raccolsi una grossa castagna e mi volsi a guardarlo un’ultima volta: egli sorrise e fece di nuovo con la mano un cenno di saluto. Quella castagna d’India è sempre sul mio scrittoio. (g.b.g.)

Dedica del pittore all’autrice in occasione dell’incontro.

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Le riproduzioni delle opere di Guttuso (esclusa “Vucciria”) sono tratte dal catalogo della mostra Guttuso a Varese (Edizioni Lativa, Varese 1984), allestita a Varese nell’estate 1984.

Saggio pubblicato nella rivista turistico-culturale “Albergo” di Roma, nel n. 7-8-9 / 1997, come omaggio al grande pittore, conosciuto personalmente dall’autrice, nel decennale della sua morte.

Giorgina Busca Gernetti

Pubblicato su: Albergo nr.9/1997

Vedi in    http://www.literary.it   nei miei materiali (Autori on line), corredato delle bellissime illustrazioni

http://www.literary.it/dati/literary/b/busca_gernetti/tramonto_a_velate.html

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Informazioni su Giorgina Busca Gernetti

Amo la poesia, la musica classica, la danza classica, il canto lirico, l'arte, l'archeologia, i fiori, gli animali e il mare. Compongo poesie fin dall'adolescenza, benché abbia iniziato tardi a pubblicarle. Scrivo anche racconti, recensioni o saggi artistico-letterari. Sono nata a Piacenza e mi sono laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Sono stata docente d’Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate, città dove tuttora vivo. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio Musicale di Piacenza. Sono socia di Centri culturali prestigiosi come il “Pannunzio” di Torino, “Novecento Poesia” di Firenze e l’“Accademia Internazionale d’Arte Moderna” di Roma. Ho pubblicato per Genesi di Torino i libri di poesia "Asfodeli" (1998), "La luna e la memoria" (2000), "Ombra della sera" (2002) e "Parole d’ombraluce" (2006); per le Edizioni del Leone di Venezia il libro "Onda per onda" con prefazione di Paolo Ruffilli (2007); per Youcanprint il libro di poesie d'amore "Amores" con introduzione dal "Simposio" di Platone (2014). Mi sono state pubblicate come 1° premio quattro sillogi di poesie: "Nell’isola dei miti", ALAPAF, Bagheria 1999; "La luna e la memoria", Edizioni del Cenacolo, La Spezia 2000, poi confluita nell’omonimo libro maggiore; "La memoria e la parola", ETS – Il Portone Letteraria, Pisa 2005; "L’anima e il lago", con prefazione di Giuseppe Panella della Scuola Normale Superiore di Pisa, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010; seconda edizione con Nota dell'autrice e Rassegna critica per Youcanprint, Lecce 2012 . Il mio saggio critico "Itinerario verso il 27 agosto 1950" è stato pubblicato nel 2009 dal Centro “Pannunzio”, nei suoi “Annali” 2008/2009, per il Centenario della nascita di Cesare Pavese. Per la Puntoacapo Editrice di Novi Ligure ho pubblicato nel 2011 un inserto di sette racconti nell’Almanacco Dedalus n. 1 ("Sette storie al femminile"). Nel 2012 ho pubblicato in volume singolo il saggio pavesiano "Itinerario verso il 27 agosto 1950" per le Edizioni Youcanprint di Lecce. Le "Sette storie al femminile", con Prefazione di A.G. Pessina e Nota dell'Autrice, sono uscite in volume individuale per Youcanprint, Lecce 2013. Nel 2014 ho pubblicato per Youcanprint il libro di poesie tutte d'amore intitolato "Amores", con introduzione di Platone dal "Simposio". Nel 2015 è uscito per Polistampa, collana "Sagittaria", il mio libro di poesia "Echi e sussurri", con prefazione del prof. Marco Onofrio e postfazione-nota editoriale del prof. Franco Manescalchi. Bellissime recensioni Mie poesie, talora tradotte in varie lingue straniere, qualche racconto e saggio artistico-letterario figurano in riviste e antologie anche per la scuola. Sono stata inclusa in alcune storie della letteratura contemporanea e in varie opere di critica letteraria. Eminenti critici hanno espresso giudizi di consenso sulla mia poesia e narrativa. *************** Questo blog non è una "testata" giornalistica e non è aggiornato con regolare periodicità. Privo dei due requisiti che lo dovrebbero contraddistinguere, non può pertanto considerarsi un "prodotto editoriale" ex lege 7/3/2001, n.62. Non è quindi soggetto alle disposizioni e agli obblighi previsti dagli art.2 e art.5 della Legge n.47/1948.
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