Mia recensione a “Un’altra vita” di Paolo Ruffilli

UN’ALTRA VITA di PAOLO RUFFILLI

Le venti brevi storie che compongono Un’altra vita, l’ultimo libro di Paolo Ruffilli pubblicato per Fazi Editore di Roma nel maggio del 2010, si presentano come gioielli racchiusi in uno scrigno finemente elaborato. Venti storie suddivise ciascuna in otto brevi capitoli, disposte a cinque a cinque in quattro parti corrispondenti alle stagioni dell’anno, dall’estate alla primavera, in un ordine inconsueto ma certamente di grande valenza metaforica: forse dalla pienezza della vita già con il presagio del disfacimento, attraverso la vecchiaia e la morte, fino alla rinascita nell’innocenza della primavera, quasi fosse un messaggio salvifico. Ma questa è solo un’ipotesi. Tuttavia le storie sono effettivamente ambientate nelle rispettive stagioni, pur con voluta vaghezza spazio-temporale.

Tutti i racconti, di circa 25/30 righe, il quinto dei quali in forma epistolare scritto in carattere corsivo, si chiudono con la dedica a uno scrittore evidentemente molto caro a Paolo Ruffilli. Nell’ordine: James Joyce, Anton Čecov, Marcel Proust, Ernest Hemingway, Emily Dickinson (racconto epistolare), Elsa Morante, Katherine Mansfield, Anaïs Nin, Herman Hesse, Cesare Pavese, Franz Kafka, Robert Musil, Luigi Pirandello, Henry James, Raymond Carver, Guy de Maupassant, John Cheever, Dorothy Parker, Virginia Woolf, Anna Maria Ortese.

Questo “scrigno” rivela molto dell’Autore: per esempio la scelta degli scrittori cui dedicare ogni racconto denota quali, nel vasto mondo della narrativa otto-novecentesca, presentino una profonda consonanza con la sensibilità e la Weltanschauung di Ruffilli, trasmettendo certamente molto ai personaggi e all’aura del corrispettivo racconto, persino al linguaggio in qualche tratto stilistico, che comunque rimane unico, ineguagliabile e peculiare dell’Autore. Alcuni dei dedicatari esprimono nelle loro opere una visione pessimistica della vita e dell’uomo in sé, oppure considerano il vivere una “non-vita”, vale a dire un’“esistenza” trascinata di giorno in giorno con uno stato d’animo d’insanabile insoddisfazione, con un cogente desiderio di “un’altra vita”.

Ecco, dunque, il titolo perfetto per questo libro di racconti: Un’altra vita, ossia conquistarsi o cogliere un’occasione per poter “vivere” davvero, in modo autentico, anche se solo per un giorno o per poche ore, con una persona diversa da quella di sempre, in un luogo del tutto diverso da quello usuale. Tutto deve essere “altro”, affinché i personaggi non soccombano alla loro insoddisfazione.

I protagonisti dei racconti (sempre coppie tranne che nel racconto epistolare, ovviamente, benché l’ultima frase «Corpo assente» lasci intendere che “lui” è sempre stato presente con lo spirito nell’animo di “lei”) non hanno nome ma sono semplicemente “lui”, “lei”, spesso alternativamente di capitoletto in capitoletto. L’ambientazione è vaga poiché nei racconti si indicano solo toponimi, peraltro legati in qualche modo allo scrittore dedicatario (La locanda irlandese – James Joyce; L’odore del sambuco sulla riva e nell’acqua di un fiume che attraversa una città illuminata – Cesare Pavese; Concerto per pianoforte nel teatro, per le vie innevate e in un elegante albergo di una città “mozartiana” – Robert Musil).

Altre volte il legame con il dedicatario è insito in qualcosa d’altro. Afferma Paolo Ruffilli nell’intervista rilasciata a Patrizia Garofalo (pubblicata in Lankelot.eu, 30 maggio 2010): «Si trattava per me di un atto di omaggio ogni volta a uno scrittore che ha contato e conta per me, dentro lo spazio comune di una scelta di campo, il racconto, e per una serie di riferimenti che legano il racconto a quello scrittore: un’idea, un luogo, una situazione, un tratto stilistico…». Come prova di ciò, nel racconto dedicato ad Anaïs Nin, L’attrito dei corpi, il tratto caratterizzante e il legame, infatti, non sono un luogo o una situazione, ma l’erotismo, che nella scrittrice franco-americana era davvero esasperato sia nella vita sia nella scrittura. Nel racconto La locanda irlandese, già citato per l’identità geografica con il dedicatario, si nota un altro evidente legame con James Joyce, questa volta stilistico, nell’uso del monologo interiore e del flusso di coscienza.

Si dovrebbero analizzare a uno a uno i venti racconti perché sanno coinvolgere il lettore per tanti elementi significativi che provano la grandezza e unicità del poeta/narratore Paolo Ruffilli.

Le quattro stagioni che costituiscono lo “scrigno” cui si accennava all’inizio non sono un artifizio per rendere più originale il libro. Oltre alla valenza metaforica di cui si è già detto, ognuna di esse ha le sue caratteristiche: la calura soffocante dell’estate, il profumo di fieno e di fiori secchi autunnali, la neve invernale che scricchiola sotto i passi, il verde nei prati e la varietà coloristica dei fiori ancor più vivaci nella luminosità primaverile. Le stagioni, dunque, non sono esornative ma interagiscono con i personaggi, tanto che si possono ravvisare in ogni racconto “paesaggi–stati d’animo”, come se la descrizione della natura nel luogo dell’incontro-occasione, peraltro condotta con la sensibilità di un grande poeta, fosse espressione dello stato d’animo di “lui” o di “lei” in quel momento, o viceversa il paesaggio fosse plasmato dalle emozioni dei personaggi.

«Come dice una delle protagoniste, non si sa mai se è il paesaggio che ti condiziona con le sue forze positive e negative spingendoti a reagire come reagisci. O se, invece, non lo vivi e lo senti a seconda di come sei dentro, cioè in relazione ai sentimenti e alle emozioni che ti attraversano già. Bel problema! Io credo che le due azioni siano contemporanee, in un incontro scontro che realizza ogni volta una soluzione straordinaria e, per chi racconta, molto interessante. Fa parte del mistero di quella colossale combinazione magica che è la vita.» (Paolo Ruffilli nell’intervista già citata).

Significativo il racconto Sotto la neve dedicato a Franz Kafka, anche per una caratteristica del libro di cui si dirà subito dopo. “Lei”, amante della pittura, mentre cammina nel turbinio dei fiocchi di neve che fa baluginare a stento la luce dei fanali, paragona quel paesaggio a un dipinto di Signac, ravvisando in quel pulviscolo minutissimo sia la genesi del divisionismo sia l’eterno movimento della realtà. Ma è veramente così quella scena invernale, oppure “lei” la vede così perché trasferisce in essa le proprie teorie, i gusti pittorici, il suo stato d’animo e i suoi pensieri?

«Baluginava pallida, / la luce dei fanali, / in mezzo al turbinio di neve.» (da Sotto la neve).

«La casa di lei guardava / il golfo a mezza costa. / Il giardino, le palme / e il mare erano immersi /in un tremulo chiarore, / l’ultima sera insieme. / Il rumore della risacca / era un sospiro appena.» (ibidem). I due esempi tratti dallo stesso racconto non sono frammenti di poesia interpolati alla narrazione, ma sono la prosa poetica di Ruffilli che mantiene la stessa struttura prosodica e ritmica delle poesie, la stessa cadenza accentuativa nei singoli elementi della frase. È bastato scindere la prosa con la barretta che suddivide i versi in una scrittura continua per ottenere i versi tipici dell’Autore, che si tratti de La gioia e il lutto o de Le stanze del cielo.

Raffinatissimo nelle scelte lessicali, lo stile di Ruffilli è musicale nel ritmo, come egli stesso sostiene a proposito della poesia quando afferma che essa è uno “spartito musicale”, poiché obbedisce a ben determinati canoni nel ritmo, nella melodia e nell’armonia, elementi costitutivi di una composizione musicale. Ottenere ciò in poesia è già difficile, ma ottenerlo nella narrativa lo è oltremodo, a maggior ragione in una struttura “chiusa” come quella scelta da Ruffilli per questo libro. Si deve essere stringati il più possibile, pur scrivendo tutto ciò che è necessario ad approfondire caratteri e situazioni; si deve limare di continuo, tagliare ogni parola superflua per rientrare negli otto capitoletti di 25/30 righe ciascuno per ogni racconto.

Il risultato è la perfezione, cui segue la certezza che il libro è un poema in prosa.

I personaggi possono essere definiti con una riflessione unica per tutti, benché le situazioni dei racconti siano venti. Non hanno nome perché esistono solo in funzione della storia di cui sono protagonisti. Potremmo essere noi stessi, oppure uno solo di noi in tante situazioni diverse, ma al tempo stesso eguali nel motivo di fondo. Le venti storie appaiono come variazioni su uno stesso tema: il senso di fallimento, la noia, l’insoddisfazione della propria esistenza che fa anelare a un’altra vita, alla vera Vita, a un altro amore, al vero Amore.

L’amore, infatti, è la ragione della vita stessa, la illumina, le dà un senso, fa sentire vivi e desiderati, amati. Le venti variazioni sul tema dell’amore presentano donne non ricambiate nel loro sentimento totalizzante, donne fragili perché troppo ferite nell’animo, donne pronte a cogliere al volo l’occasione per uscire dal carcere della noia che è la loro vita, donne deluse dalla monotonia di una vita coniugale senza amore. Altrettanto per i personaggi maschili.

È esemplare, anche per la finezza di Paolo Ruffilli nel trattare l’argomento amore/erotismo solo con lievi allusioni, il finale del racconto Concerto per pianoforte. Dopo le scene e i dialoghi a teatro o per le strade innevate in cui sembra echeggiare la musica di Mozart, la vicenda si conclude sulla soglia di una camera d’albergo. Scrive, infatti, l’Autore: «E mentre si chiudevano alle spalle la porta della stanza, sentivano entrambi che stavano sfuggendo ai doveri quotidiani della vita, per vivere alla fine la loro vera storia che era rimasta in sospeso per trent’anni». Un’altra vita.

Paolo Ruffilli, Un’altra vita, Fazi Editore, Roma 2010. pp. 206. € 18.50

In copertina “Road to Nowhere” (1996) di Jack Veltriano

Recensione a cura di Giorgina Busca Gernetti pubblicata nella rivista universitaria

In limine di Roma (2011/2012)

Si trova ancora nella Homepage di Paolo Ruffilli in www.literary.it, benché io sia stata cancellata dal sito (homepage, eventi, recensioni a tutti i miei libri) No comment!

Annunci

Informazioni su Giorgina Busca Gernetti

Amo la poesia, la musica classica, la danza classica, il canto lirico, l'arte, l'archeologia, i fiori, gli animali e il mare. Compongo poesie fin dall'adolescenza, benché abbia iniziato tardi a pubblicarle. Scrivo anche racconti, recensioni o saggi artistico-letterari. Sono nata a Piacenza e mi sono laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Sono stata docente d’Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate, città dove tuttora vivo. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio Musicale di Piacenza. Sono socia di Centri culturali prestigiosi come il “Pannunzio” di Torino, “Novecento Poesia” di Firenze e l’“Accademia Internazionale d’Arte Moderna” di Roma. Ho pubblicato per Genesi di Torino i libri di poesia "Asfodeli" (1998), "La luna e la memoria" (2000), "Ombra della sera" (2002) e "Parole d’ombraluce" (2006); per le Edizioni del Leone di Venezia il libro "Onda per onda" con prefazione di Paolo Ruffilli (2007); per Youcanprint il libro di poesie d'amore "Amores" con introduzione dal "Simposio" di Platone (2014). Mi sono state pubblicate come 1° premio quattro sillogi di poesie: "Nell’isola dei miti", ALAPAF, Bagheria 1999; "La luna e la memoria", Edizioni del Cenacolo, La Spezia 2000, poi confluita nell’omonimo libro maggiore; "La memoria e la parola", ETS – Il Portone Letteraria, Pisa 2005; "L’anima e il lago", con prefazione di Giuseppe Panella della Scuola Normale Superiore di Pisa, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010; seconda edizione con Nota dell'autrice e Rassegna critica per Youcanprint, Lecce 2012 . Il mio saggio critico "Itinerario verso il 27 agosto 1950" è stato pubblicato nel 2009 dal Centro “Pannunzio”, nei suoi “Annali” 2008/2009, per il Centenario della nascita di Cesare Pavese. Per la Puntoacapo Editrice di Novi Ligure ho pubblicato nel 2011 un inserto di sette racconti nell’Almanacco Dedalus n. 1 ("Sette storie al femminile"). Nel 2012 ho pubblicato in volume singolo il saggio pavesiano "Itinerario verso il 27 agosto 1950" per le Edizioni Youcanprint di Lecce. Le "Sette storie al femminile", con Prefazione di A.G. Pessina e Nota dell'Autrice, sono uscite in volume individuale per Youcanprint, Lecce 2013. Nel 2014 ho pubblicato per Youcanprint il libro di poesie tutte d'amore intitolato "Amores", con introduzione di Platone dal "Simposio". Nel 2015 è uscito per Polistampa, collana "Sagittaria", il mio libro di poesia "Echi e sussurri", con prefazione del prof. Marco Onofrio e postfazione-nota editoriale del prof. Franco Manescalchi. Bellissime recensioni Mie poesie, talora tradotte in varie lingue straniere, qualche racconto e saggio artistico-letterario figurano in riviste e antologie anche per la scuola. Sono stata inclusa in alcune storie della letteratura contemporanea e in varie opere di critica letteraria. Eminenti critici hanno espresso giudizi di consenso sulla mia poesia e narrativa. *************** Questo blog non è una "testata" giornalistica e non è aggiornato con regolare periodicità. Privo dei due requisiti che lo dovrebbero contraddistinguere, non può pertanto considerarsi un "prodotto editoriale" ex lege 7/3/2001, n.62. Non è quindi soggetto alle disposizioni e agli obblighi previsti dagli art.2 e art.5 della Legge n.47/1948.
Questa voce è stata pubblicata in recensione e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...