“Parole d’ombraluce”, Genesi, Torino 2006. Prefazione di Sandro Gros-Pietro

parole_dombraluce[1] (2)

:

La conoscenza a cui conduce la poesia di Giorgina Busca sta nel conforto del dialogo idealmente istituito dal poeta con i grandi spiriti dell’umanità, che in tempi sia antichi sia moderni hanno dedicato la loro vita a sondare la natura profonda dell’uomo. Ciò che riscatta il poeta dall’abisso di disperazione e tragedia in cui inevitabilmente finisce per cadere è l’ideale convivio a distanza che egli può istituire con gli altri grandi poeti che lo hanno preceduto e che hanno avuto il coraggio, come lui, di spingere lo sguardo indagatore fino sul fondo del pozzo oscuro del malessere, cioè di scavare la radice dell’infermità e dell’incurabile malinconia o, come dicono i latini, delle aegritudines. Non lo soccorre la fede in un altrove  redentore delle apparenze ingannevoli del mondo, perché la promessa della rinascita alla vera vita resta confinata nel tempo coniugato al futuro, ma non tocca il presente e non tocca il passato, che sono proprio i due modi in cui meglio si colloca la nostra autenticità documentata di essere uomini. Le tre virtù teologali, lungi dall’essere disattese dal poeta, sono tuttavia insufficienti a drenare il lago di afflizioni e tormenti per cui comunque egli sconterà il naufragar, seppure dolce, nel compimento del suo viaggio di conoscenza intorno alla vita e oltre. E neppure la bellezza, suprema fonte di conforto e mancata quarta virtù teologale, che da sempre ispira la cultura dell’uomo accanto alle altre tre, fede, speranza e carità: neppure la bellezza riesce a curare la ferita che sanguina nel cuore degli uomini. Il supplizio del poeta è, dunque, il contrappasso dantesco di Prometeo: è la condanna a patire nel mondo dei vivi, ed è una condanna eterna, perché sempre si rinnova nella parola del poeta, il quale continuamente la risuscita nella palingenesi dei suoi versi. Come Prometeo, il poeta non ha scampo alle catene della rupe, non può sfuggire al diuturno dolore che lo consuma e che è la conseguenza di avere indagato in gurgite vasto, direbbe Virgilio: cioè di avere inseguito la canoscenza fino al sacrilegio e fino al punto di naufragarne.

Ma la novità che propone acclaratamente Giorgina Busca è il conforto solidale delle anime poetiche dei grandi che viene trasmesso, testimoniato, distillato e criptato, attraverso una scrittura ellittica, cioè con un ornato sotteso a dei fuochi interni che ne sono la scaturigine: questo conforto è l’ombraluce delle parole usate dai poeti. Mirabile ossimoro, invariabile, ma non neutro e sostanzialmente femminile, l’ombraluce è la condizione di grazia e di smarrimento che la parola poetica ha consustanziato nei versi, i quali conducono sì alle visioni edeniche, ma possono anche condurre a un doloroso smarrimento. Il poeta, dunque, non è il custode di un sistema stabile di orientamento dell’umanità intera e di tutto il mondo creato verso la grazia assoluta, immobile, eterna, sempre uguale a se stessa e accecante di luce, cioè la luce della divina visione. Al contrario, egli è artefice ed è custode di un linguaggio ossimorico, che potremmo definire entropico o meglio ellittico, come già si è detto; un linguaggio che con pari dignità e fortuna conduce alla grazia e alla rovina, alla verità e all’errore, all’orientamento e allo smarrimento, un linguaggio che non descrive un sistema stabile ed immutabile, ma che, invece, interpreta un universo in continua espansione e decadenza. Il premio non lo si può raggiungere, come fece Dante, arrivando a contemplare la divina visione che, fra tutte quelle sperimentabili dal poeta, sarebbe l’unica a riscattarlo totalmente dalle tenebre ingannevoli del mondo. Non a ciò, infatti, può portare un linguaggio di ombraluce, capace di contraddirsi senza mai dissolversi, perché capace di procedere popperianamente per epistemologia degli errori che esso stesso scatena nel mondo in cui conduce la sua ricerca. Nessun premio può derivare al poeta che sia faber di un linguaggio instabile, cioè di un linguaggio post-nietzschiano, tanto per intenderci, elaborato in un’assenza incombente della divinità all’interno della cultura che egli sta esplorando. Al poeta moderno, che lavori seriamente e consapevolmente per perseguire la conoscenza dell’uomo, non è consentita alcuna divina visione, al di fuori di quelle libresche, questo deve essere chiaro ab origine, prima di iniziare il viaggio. I premi e le sicurezze secolari o mondane potranno essere conseguite sul fronte della rettorica, ma non su quello della persuasione,  tanto per utilizzare il riferimento di categorie adottate da Carlo Michelstaedter, perché ogni presunta verità è un abbaglio enfatico o un miraggio tanto ipnotizzante quanto effimero. La letteratura, dunque, può premiare il poeta solo all’interno di essa, ma non può lanciare l’arcobaleno pontefice che congiunga biblicamente il cielo con la terra, in una presunzione di verità che sia contenibile nei versi del poeta. Questo discorso di antica origine foscoliana, riguardante l’autonomia della letteratura ed il fatto che essa possa premiare il poeta solo all’interno di se stessa, è bene presente alla Busca che, in tutte le sue poesie sia di questo libro sia dei tre precedenti cerca corrispondenze e conforti ed affinità e riscontri solo e soltanto all’interno della sua oceanica memoria poetica, immenso thesaurus di parole d’ombraluce.

Queste considerazioni servono a metterci sulla dritta via almeno per un primo punto: a dispetto delle apparenze, quella di Busca è una poesia della mente e della ragione, non è una poesia dei sentimenti e delle emozioni. A monte della poesia di Busca c’è, dunque, un’indagine filosofica; mentre a valle, si raccolgono le derive etiche e comportamentali, consequenziali all’architettura dei valori che il sistema ha messo in essere. Ma ciò non toglie che una simile poesia della mente possa anche essere vibrante di emozioni e possa approdare a una luminosa liricità, come in effetti accade sovente nei versi più lucidi di Busca, che si è educata all’essenzialità lirica partendo dall’asciuttezza analitica – shakespeariana – dei sentimenti umani, senza mai indulgere ad alcuna sbavatura emotiva.

Busca sa che il convivio con gli altri poeti è l’unico premio che spetti al poeta. Il libro diviene, allora, un colloquio alluso con le grandi anime della poesia, quelle che sono entrate più in sintonia e in comunità elettiva di sentimenti con il poeta. Tuttavia, va usata l’avvertenza che tale comunione non vuole istituire un gemellaggio di stile o di forma letteraria con il poeta citato. Detto in termini più concettosi, la citazione non autorizza lo studio di una collocazione letteraria, ma funziona invece come riconoscimento di passo, di percorso compiuto, di orientamento comune nel viaggio intrapreso verso la conoscenza, di stazione o di traiettoria condivisa o intravista o di interferenza orbitale tra poeti. Ed è per questo motivo che si può assistere, nella poesia di Busca, alla citazione conviviale di tanti poeti fra loro anche molto diversi, tali da non consentire di elaborare neppure una combinazione delle loro voci in una sola armonia orchestrale. Si va dai lirici greci come Saffo, Ibico, Mimnermo, Teognide, chiamati per lo più in esergo, quasi a sottolineare la loro sopravvivenza frammentaria ed epigrafica, per passare al celeberrimo Orazio dell’aere perennius e al meno frequentato Virgilio del sub tegmine tiliae, per continuare con Dante e Petrarca, convocati nel testo a contrassegnare espressioni topiche del dire poetico, magari volutamente passate per le carte di altri illustri poeti, come accade al purgatoriale tremolar della marina che d’Annunzio rilancia mirabilmente nei Pastori – entrambe le situazioni sono evocate da Busca – o come accade con il petrarchesco il tempo fugge e non s’arresta un’ora che è quasi diventato un Leitmotiv infinitamente usato in letteratura e fino abusato.nelle attività mercantili come marchio di illustri orologiai. Sono altrettanto impastate nel verso le citazioni di Pascoli, tratte da Myricae, dai Canti di Castelvecchio, L’ora di Barga, da Giosue Carducci e il proverbiale sudate carte di cui si ha quasi pudore ad indicare la provenienza leopardiana. Giustamente il poeta adopra queste citazioni come fossero elementi lessicali del suo linguaggio, totalmente appropriati e posseduti per suoi fini, ma nel pronunciarli li indica in corsivo, per trasmetterci quel brivido di rabdomante che tuttavia avverte per la presenza viva nella mente della grande anima che li ha originati, come i due fuochi originano l’ornato dell’ellisse e l’architetto, che lo sta tracciando sul foglio, non può non pensare a Menecmo, Euclide ed Apollonio, che tutto hanno detto di quella figura che noi usiamo come nostra. Al convivio partecipano anche Kavafis e Rilke. Ma non è da credere che siano ammessi all’hortus conclusus, nell’eden poetico, solo i poeti da erma per giardini pubblici comunali, perché sono citati anche Se1ìm Tietto e Peter Russell ed altri ancora, che solo un pubblico iniziatico di lettori appassionati può avere conosciuto ed amato. Non tutti i poeti dell’ideale convivio, dunque, si incontrano sui banchi di scuola, ossia in un ambiente che rimane comunque a latere rispetto alla realtà del mondo. Busca intende dirci che può esistere un secondo ossimoro, dentro la definizione di poesia, quello di una piccola grande anima – il pensiero va all’attore Dustin Hoffman, mirabile interprete del piccolo grande uomo – cioè intende dirci che può esistere il poeta non conosciuto universalmente, anzi acchitato in una tale ombra di disinteresse da confinarlo quasi nell’anonimato, ma che ciò non di meno si rivela, agli occhi di chi lo sa scovare ed amare, per essere dotato di luce intensissima, per cui anche per questa strada, alla fine, si ricostruisce quel contrasto tra ombra e luce che il poeta Busca ha già suggerito essere chiave di lettura della parola poetica, in generale. Tutti noi sappiamo quanto la Busca abbia ragione; lo dovrebbero sapere in special modo i critici letterari, il cui mestiere consiste nel rileggere infinite volte ciò che è stato già letto per cercare le possibilità di una diversa composizione e di altri riflessi di ombre e di luci nei testi.

L’incontro con il mondo, dunque, non è a latere dal mondo stesso. Non c’è lo specchio letterario di mezzo, perché qui la “letteratura” è solo un ornato, seppure splendido e misurato, come è nella lezione di stile della Busca, ma non è un contenuto. La bellezza delle forme metriche, per lo più con versi liberi – anche se Busca si lascia scappare maliziosamente addirittura un sonetto, come fosse gioco innocente, la canzoncina bisbigliata in refettorio dall’educanda, per scandalizzare le suore, cioè i critici letterari – che coniuga sovente l’endecasillabo al settenario, ma non necessariamente in un’eco solo leopardiana, non deve portare a credere che Busca sia sostenitrice del classicismo come unica sorte possibile della poesia. Il mondo classico è visitato machiavellicamente, per chiamare a convegno le anime nobili e per intrattenersi con loro, dopo la polvere del giorno. Ma la classicità non è, in vero, il porto in cui il poeta vuole fare approdare la sua Argo. Voglio dire che Busca non è Cardarelli, nel senso che non ne condivide le carte nautiche, le stazioni e le mete, anche se ovviamente ne apprezzerà l’egregia perizia di navigante, come fatto universalmente accertato. Questo rifiuto di collocare la poesia su un piedistallo di classicità, cioè su un arcosolio separato dal mondo, fuori dal tempo, potrebbe sembrare una contraddizione, dato lo spirito apparentemente sempre rivolto al passato dei versi di Busca, ma è, invece, il significativo marchio di autenticità e di storicità che il poeta imprime ai suoi testi. Busca è consapevole che solo il presente ed il passato contengono la massa magmatica e definitoria dell’uomo. Il futuro è una pellicola sottilissima ed incerta, è quasi una spezie di cui non ci si riesce a cibare, se non come correttivo del passato e del presente, essendo questi ultimi il grande pasto dell’uomo. Questa poesia non si colloca ante rem, cioè non si esaurisce in un’analisi ideologica del reale, come avviene in tutte le poesie dell’avanguardia; né si colloca post rem, cioè non si esaurisce in un’analisi descrittiva del reale, come avviene nella tradizione del neorealismo. Per dirla con un’espressione che sarebbe cara a Maurizio Cucchi, questa è una poesia che va collocata in re, nella densità delle cose, che restano enigma e ombraluce delle parole che esprime. Ecco il perché delle splendide sezioni dedicate alla madre e delle poesie di impegno civile, di testimonianza storica delle vicende tragiche della civiltà occidentale a cavallo del terzo millennio; ecco perché, lungi dal volere darci una soluzione precostituita, il poeta partecipa al dibattito sulla svolta incerta e contraddittoria della civiltà occidentale. Partecipa, sì, ma rimane sempre in re, a tormentarsi sulla cosa che non si conclude: il dibattito non si ferma, il vello d’oro non è mai raggiunto, la ferita è aperta, il cuore del poeta sanguina, non esiste la parola stabile che chiuda la questione.

In Busca l’io poeta combacia con l’io anagrafico. Se il poeta ci dicesse di avere messo piede su un battello ebro, noi dovremmo pensare che, a differenza di Rimbaud, Busca ci è stata davvero. Se ci raccontasse di avere attraversato inferno, purgatorio e paradiso noi dovremmo disegnare i nuovi confini della realtà, cosa che non ci siamo mai sognati di fare con Dante, perché abbiamo sempre avuto ben chiaro che nei classici quasi mai l’io poeta coincide con l’io anagrafico e che il poeta si serve dell’io per raccontare tutt’altre vicende di quelle che egli ha veramente vissuto nella realtà o per darci degli autori tratti che sono tutt’altra cosa dalla descrizione di sé. Basterebbe già questa osservazione per confortare l’affermazione fatta della modernità di Busca, proprio perché è il Novecento a rifiutare la tradizione letteraria dell’io poeta come schermo dell’alterego o come pura macchina da scena dell’invenzione poetica. Tutti noi abbiamo in mente l’eccesso iperbolico a cui, in tempi recentissimi, è giunto Dario Bellezza, con il suo  io sbudellato, espressione parossistica del culto dell’autobiografismo come contenuto di autenticità e di energia della poesia moderna. Non è certo fino a quegli esiti cui intende giungere Busca, ma il darci conto dei suoi reali viaggi, emozioni, amori e disamori significa proprio dirci che è in re, nella logica delle cose che accadono quotidianamente nel mondo, che va cercato il seme rinverdente – virente, direbbe Busca, tra il serio e il faceto – della poesia moderna. Il lungo percorso di poesia che ha tracciato Busca nella sua straordinaria attività di scrittrice è caratterizzato dalla lealtà di derivazione e di appartenenza alle forme e ai contenuti della tradizione plurimillenaria della nostra civiltà occidentale; una lealtà che è vissuta come arricchimento che dilata la realtà e il presente della storia moderna, contrastata da enigmi e contraddizioni destinate a scavare in modo drammatico anche nell’intimo dell’individuo, ad aprire e a mettere a nudo un male di vivere, che non è una specialità solo montaliana di questo secolo, ma che trova corrispettivi analogici lungo tutto l’arco di storia della nostra civiltà letteraria. In modo mirabile e con risultati di alto valore poetico, Busca rappresenta la modernità del nostro tempo con un occhio di lettura che possiede la memoria vigile di confronto e di rappresentazione seriale del  déjà vu, in modo che il lettore, nel sentirsi cittadino del mondo, scopre l’antica radice del suo essere autenticamente cittadino del tempo.

Sandro Gros-Pietro

Annunci

Informazioni su Giorgina Busca Gernetti

Amo la poesia, la musica classica, la danza classica, il canto lirico, l'arte, l'archeologia, i fiori, gli animali e il mare. Compongo poesie fin dall'adolescenza, benché abbia iniziato tardi a pubblicarle. Scrivo anche racconti, recensioni o saggi artistico-letterari. Sono nata a Piacenza e mi sono laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Sono stata docente d’Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate, città dove tuttora vivo. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio Musicale di Piacenza. Sono socia di Centri culturali prestigiosi come il “Pannunzio” di Torino, “Novecento Poesia” di Firenze e l’“Accademia Internazionale d’Arte Moderna” di Roma. Ho pubblicato per Genesi di Torino i libri di poesia "Asfodeli" (1998), "La luna e la memoria" (2000), "Ombra della sera" (2002) e "Parole d’ombraluce" (2006); per le Edizioni del Leone di Venezia il libro "Onda per onda" con prefazione di Paolo Ruffilli (2007); per Youcanprint il libro di poesie d'amore "Amores" con introduzione dal "Simposio" di Platone (2014). Mi sono state pubblicate come 1° premio quattro sillogi di poesie: "Nell’isola dei miti", ALAPAF, Bagheria 1999; "La luna e la memoria", Edizioni del Cenacolo, La Spezia 2000, poi confluita nell’omonimo libro maggiore; "La memoria e la parola", ETS – Il Portone Letteraria, Pisa 2005; "L’anima e il lago", con prefazione di Giuseppe Panella della Scuola Normale Superiore di Pisa, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010; seconda edizione con Nota dell'autrice e Rassegna critica per Youcanprint, Lecce 2012 . Il mio saggio critico "Itinerario verso il 27 agosto 1950" è stato pubblicato nel 2009 dal Centro “Pannunzio”, nei suoi “Annali” 2008/2009, per il Centenario della nascita di Cesare Pavese. Per la Puntoacapo Editrice di Novi Ligure ho pubblicato nel 2011 un inserto di sette racconti nell’Almanacco Dedalus n. 1 ("Sette storie al femminile"). Nel 2012 ho pubblicato in volume singolo il saggio pavesiano "Itinerario verso il 27 agosto 1950" per le Edizioni Youcanprint di Lecce. Le "Sette storie al femminile", con Prefazione di A.G. Pessina e Nota dell'Autrice, sono uscite in volume individuale per Youcanprint, Lecce 2013. Nel 2014 ho pubblicato per Youcanprint il libro di poesie tutte d'amore intitolato "Amores", con introduzione di Platone dal "Simposio". Nel 2015 è uscito per Polistampa, collana "Sagittaria", il mio libro di poesia "Echi e sussurri", con prefazione del prof. Marco Onofrio e postfazione-nota editoriale del prof. Franco Manescalchi. Bellissime recensioni Mie poesie, talora tradotte in varie lingue straniere, qualche racconto e saggio artistico-letterario figurano in riviste e antologie anche per la scuola. Sono stata inclusa in alcune storie della letteratura contemporanea e in varie opere di critica letteraria. Eminenti critici hanno espresso giudizi di consenso sulla mia poesia e narrativa. *************** Questo blog non è una "testata" giornalistica e non è aggiornato con regolare periodicità. Privo dei due requisiti che lo dovrebbero contraddistinguere, non può pertanto considerarsi un "prodotto editoriale" ex lege 7/3/2001, n.62. Non è quindi soggetto alle disposizioni e agli obblighi previsti dagli art.2 e art.5 della Legge n.47/1948.
Questa voce è stata pubblicata in Prefazione e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...