Renzo Pavese. Relazione critica su “Parole d’ombraluce” nel Centro “Pannunzio” di Torino, 2007

Viaggio nelle Parole d’ombraluce di Giorgina Busca Gernetti

L’opera di Giorgina Busca Gernetti può essere definita una sinfonia poetica caratterizzata da un’originale tonalità di voci e immagini dominate dal contrasto dell’ “ombra” e della “luce”, del “buio” e del “chiaro”, del “nero” e del “bianco”, della “notte” e del “giorno”, dell’“oscurità” e del “sole”, della  “tenebra” e della “luminosità”, del “tramonto” e dell’ “alba”, del “male” e del “bene”, della “malattia” fisica e spirituale e della “salute” del “corpo” e dello “spirito”. Si susseguono sinestesie, ossimori e paragoni determinanti. Alla fin fine il lettore può pure pensare che quell’OMBRALUCE del titolo sia anche l’autrice stessa impegnata a “dir parole” nel tentativo di studiarsi per scoprire il profondo del suo sentire e del suo vivere. La scrittura può significare anche questo: cioè un’indagine nella profondità del proprio animo al fine di trovare i vari aspetti del proprio EGO e i molti cunicoli della propria vita che siano utili alla conoscenza del proprio essere e del proprio esistere.

Le sette parti (o canti), in cui l’opera è divisa, rispecchiano tutte momenti decisivi ed essenziali della vita privata e artistica dell’autrice, ed hanno tutte dei riferimenti culturali che vanno al mondo antico greco e latino, alla mitologia, alla filosofia, nonché al mondo letterario più moderno dominato da angosce, solitudini, avversità, guerre.

La “pagina bianca, silenziosa” e “muta” la invita sempre “a tracciare parole, dolci versi / sul [suo] niveo candore”; la pagina bianca “attende” sempre “versi” “che l’animo / sostengano nel sopportare il fiele / amaro” dell’“attimo infinito” (p.23).

“Nella limpida mattina d’estate” c’è “la chiarità del giorno”, ma c’è anche il pensiero rivolto “al crepuscolo” dell’“ultimo riverbero del sole” (p.24). La “Zattera abbandonata alla deriva” dell’“anima” dell’autrice “Scivola lenta / sopra l’immensa distesa vibrante / nell’ombra, che nasconde / un vortice letale” (p.25). “La [sua] piccola goccia / di ialina [cioè trasparente] rugiada / su una lucida foglia / riposa come gemma / nel lucore dell’alba / che della notte fosca / disperde la memoria”; però l’autrice non “sa” se “la goccia iridescente / splenderà sulla foglia, / oppure, [se] lentamente, scivolerà nel nulla” (p.27). Le speranze si dissolvono “come nuvole di polvere”. “Tutto [è] inutile e vano./ Se appena si vacilla, si precipita / nel fondo d’un abisso” (p.29).

L’autrice si sente “Fragile argilla”, “Tragica maschera” di un “triste volto” non suo (p.30). C’è “L’anima oscura di gelida angoscia”; ci sono le “aegritudines” varie del non conoscersi, cioè i disagi spirituali, la solitudine.

La Calabria le dà “luce”, soprattutto all’“alba”, quando la “mente mondata dagli sterpi / [e] ormai pura”, [viene] “destata dall’oscura / notte di coscienza tetra di mostri / dissipati dall’alba” (p.41). “Il cielo bianco dell’alba / s’infiamma sul mare ancor cupo” (p.42) e il “Tramonto” ha una “Musica serena, / la sera” (p.43). C’è Venere (Afrodite) che emerge dal mare, cioè Anadiòmene o Anadioméne che dir si voglia (p.44). Ci sono i “Colori d’estate sullo Jonio (p.45), “Le voci del silenzio” (p.46), l’“Azzurrità” del mare (p.49); ”La voce dei bronzi di Riace” (pp.56-57) ricorda il “genio di Fidia”, le sue “sapienti mani” che accarezzavano con “l’affettuosa dolcezza d’un padre” (p.57).

Poi c’è “Il Tempo, la Memoria e la Poesia” su cui meditare (p.63). Ricordi e memorie s’intrecciano, per far rivivere “il tempo” nella poesia. C’è differenza tra ricordo e memoria? Calvino diceva di sì: il ricordo è “attivo”, la memoria è “passiva”. Con il ricordo si vuole ricordare; la memoria invece proietta automaticamente immagini e momenti particolari del passato. Ecco allora apparire la campagna dell’infanzia, i luoghi cari, le “lucciole” (p.65), Piacenza (p.67), la città del cuore con il suo “viale di platani”, la nonna, le zie, mentre “La mente vaga tra il reale e il sogno, / tra ignoti sentimenti e desideri /mentre il pudore antico / trattiene le parole che ardirebbero / come farfalle d’oro volteggiare, ma [che] un freno serra tra le labbra mute” (p.74).

Il tempo purtroppo fugge: “Solo polvere grigia resta, solo / reliquie solitarie nel deserto” (p.77). Però, dice l’autrice: “Se le parole mie giungono all’animo / d’un solo uomo e destano emozione, / forse non morirò del tutto anch’io”, perché “la voce / echeggerà, fiorendo sulle pagine” (p.78).

E ci sono “Macchie d’ombra” a Baghdad, con “bombe e stragi”, con “martiri innocenti e falsi martiri / che si nascondono nel fiero nome / di Kamikaze, spargendo morte / come il vento diffonde mille pollini” (p.89); ci sono “macchie d’ombra” a Nassiriya, con “innocenti e inermi uomini / che nel volto non videro il nemico, / non combatterono con armi pari”: sono i “militari” che “la pace / portavano in Iraq” (p.91), “eroi che nel fiore della vita / s’immolarono con generoso amore” perché germogliasse “il fiore della pace” (p.92). E ci sono “Le foibe carsiche” che sono tombe “di uomini, / donne e bambini senza colpa alcuna”, perché “solo essere Italiani era condanna” (p.99). Cioè sono tutti esempi “di violenza e atrocia [atrocità] contro inermi” (p.100).

Nell’“Epicedio” per la madre, vale a dire nel Canto funebre per la madre – strutturato in otto parti (o melodie) – l’autrice dice: “Ora che sei lontana / per sempre, più vicina / ti sento, pur nel vuoto che m’opprime” (p.105).

Di lei sente ancora “il profumo della pelle”, di lei vede ancora il volto, sente ancora la sua mano, era bambina quando il padre fu portato via dalla “guerra”. La madre “è uscita /di scena, silenziosa, quasi in punta / di piedi, come per non disturbare”. L’autrice sente “il candido profumo / degli asfodeli che nutrono l’animo / dei defunti virtuosi e dei viventi / rispettosi del sacro / nodo che stringe gli spiriti amanti” (p.108). Con “un mazzo di rose” va dalla madre per onorarla, “per cercar di vincere / con la voce dei fiori profumati” il “silenzio gelido, ferale / del sepolcro di marmo” (p.109). Ora la madre sa “tutto” e per lei non c’è più nessun “mistero”, anche perché ormai conosce com’è l’“arcano confine / tra la Vita e la Morte” (p.111).

Anche la Natura ha le sue “luci” e le sue “ombre”, al variar delle stagioni, della Primavera, dei fiori e della piante, dell’Estate, dell’ Autunno e dell’Inverno, del giardino e del lago, dei ricordi e delle nostalgie, della notte e del giorno. “La notte bianca “ – poesia dedicata al pittore norvegese simbolista Edvard Munch – “affascina, / rapisce l’anima col suo candore / che risplende nel buio / non più buio, alla luce della neve” (p.137).

Infine negli “Amores” c’è “attesa” d’amore e c’è “turbamento”. Dice l’autrice: “Eppure sento vibrare il tuo animo, / [e] timidamente rispondere il mio. / E noi, così turbati, stiamo immobili / nel silenzio che l’amore disvela” (p.142). “Tu sei. Io sono. / Tu scabro scoglio che s’innalza / nel casto azzurro” (p.143). L’Amore, anche se si cerca di ucciderlo, “Non è [mai] morto” (p.153). “È un dio immortale Eros”; del resto “Non può morire la forza vitale / che l’universo genera e sostiene, / [e] perpetua dei viventi ogni famiglia / ed anima lo spirito”.

Come conclusione posso citare ciò che scrive Sandro Gros-Pietro nella Prefazione: “Busca sa che il convivio con gli altri poeti è l’unico premio che spetti al poeta. Il libro diviene, allora, un colloquio alluso con le grandi anime della poesia, quelle che sono entrate più in sintonia e in comunità elettiva di sentimenti con il poeta. Tuttavia, va usata l’avvertenza che tale comunione non vuole istituire un gemellaggio di stile o di forma letteraria con il poeta citato […] Ed è per questo motivo che si può assistere, nella poesia di Busca, alla citazione conviviale di tanti poeti fra loro anche molto diversi” (si pensi ai latini Orazio, Virgilio ed altri, agli italiani Dante, Petrarca, Leopardi, Carducci, D’Annunzio, Pascoli ed altri, agli stranieri come Konstandinos Kavafis, Maria Rainer Rilke, Peter Russel ed altri ancora.

E sono anche d’accordo con ciò che ha detto Gianni Solari nella sua Postfazione: “La poesia di Busca Gernetti è sempre ben aliena dagli intellettualismi pseudoletterati e dagli artifici retorico-culturali: la linearità, il tono a tratti colloquiale, ma mai dimesso, il controllo del verso, le ombre e le luci crepuscolari sono le costanti di un discorso che non può non coinvolgere la sensibilità e l’animo di un lettore attento” (p.157).

                                                Renzo Pavese

Relazione critica per la presentazione di Parole d’ombraluce al Centro “Pannunzio” (18/09/2007)

 

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Informazioni su Giorgina Busca Gernetti

Amo la poesia, la musica classica, la danza classica, il canto lirico, l'arte, l'archeologia, i fiori, gli animali e il mare. Compongo poesie fin dall'adolescenza, benché abbia iniziato tardi a pubblicarle. Scrivo anche racconti, recensioni o saggi artistico-letterari. Sono nata a Piacenza e mi sono laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Sono stata docente d’Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate, città dove tuttora vivo. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio Musicale di Piacenza. Sono socia di Centri culturali prestigiosi come il “Pannunzio” di Torino, “Novecento Poesia” di Firenze e l’“Accademia Internazionale d’Arte Moderna” di Roma. Ho pubblicato per Genesi di Torino i libri di poesia "Asfodeli" (1998), "La luna e la memoria" (2000), "Ombra della sera" (2002) e "Parole d’ombraluce" (2006); per le Edizioni del Leone di Venezia il libro "Onda per onda" con prefazione di Paolo Ruffilli (2007); per Youcanprint il libro di poesie d'amore "Amores" con introduzione dal "Simposio" di Platone (2014). Mi sono state pubblicate come 1° premio quattro sillogi di poesie: "Nell’isola dei miti", ALAPAF, Bagheria 1999; "La luna e la memoria", Edizioni del Cenacolo, La Spezia 2000, poi confluita nell’omonimo libro maggiore; "La memoria e la parola", ETS – Il Portone Letteraria, Pisa 2005; "L’anima e il lago", con prefazione di Giuseppe Panella della Scuola Normale Superiore di Pisa, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010; seconda edizione con Nota dell'autrice e Rassegna critica per Youcanprint, Lecce 2012 . Il mio saggio critico "Itinerario verso il 27 agosto 1950" è stato pubblicato nel 2009 dal Centro “Pannunzio”, nei suoi “Annali” 2008/2009, per il Centenario della nascita di Cesare Pavese. Per la Puntoacapo Editrice di Novi Ligure ho pubblicato nel 2011 un inserto di sette racconti nell’Almanacco Dedalus n. 1 ("Sette storie al femminile"). Nel 2012 ho pubblicato in volume singolo il saggio pavesiano "Itinerario verso il 27 agosto 1950" per le Edizioni Youcanprint di Lecce. Le "Sette storie al femminile", con Prefazione di A.G. Pessina e Nota dell'Autrice, sono uscite in volume individuale per Youcanprint, Lecce 2013. Nel 2014 ho pubblicato per Youcanprint il libro di poesie tutte d'amore intitolato "Amores", con introduzione di Platone dal "Simposio". Nel 2015 è uscito per Polistampa, collana "Sagittaria", il mio libro di poesia "Echi e sussurri", con prefazione del prof. Marco Onofrio e postfazione-nota editoriale del prof. Franco Manescalchi. Bellissime recensioni Mie poesie, talora tradotte in varie lingue straniere, qualche racconto e saggio artistico-letterario figurano in riviste e antologie anche per la scuola. Sono stata inclusa in alcune storie della letteratura contemporanea e in varie opere di critica letteraria. Eminenti critici hanno espresso giudizi di consenso sulla mia poesia e narrativa. *************** Questo blog non è una "testata" giornalistica e non è aggiornato con regolare periodicità. Privo dei due requisiti che lo dovrebbero contraddistinguere, non può pertanto considerarsi un "prodotto editoriale" ex lege 7/3/2001, n.62. Non è quindi soggetto alle disposizioni e agli obblighi previsti dagli art.2 e art.5 della Legge n.47/1948.
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