La poesia di Carlo Michelstaedter letta da Giorgina Busca Gernetti

Carlo Michelstaedter

La poesia di Carlo Michelstaedter letta da Giorgina Busca Gernetti

 I   La vita e la morte 
 
Il canto delle Crisalidi
 
 Vita, morte,
la vita nella morte;
morte, vita,
la morte nella vita.
 –
Noi col filo
col filo della vita
nostra sorte
filammo a questa morte.
E più forte
è il sogno della vita –
se la morte
a vivere ci aita
 –
ma la vita
la vita non è vita
se la morte
la morte è nella vita
 
e la morte
morte non è finita
se più forte
per lei vive la vita.
 
Ma se vita
sarà la nostra morte
nella vita
viviam solo la morte
 
morte, vita,
la morte nella vita;
vita, morte,
la vita nella morte. –
(1909)

 *

L’intenso autoritratto e questa lirica apparentemente elementare, caratterizzata dal ritorno ossessivo delle parole-chiave «vita» e «morte», strette da un implicito legame coincidente con uno stato di «malattia», presentano con evidenza il tormento spirituale e l’aspirazione alla morte-vera-vita del giovane poeta goriziano suicida Carlo Raimondo Michelstaedter.
Solitamente il suo nome evoca l’opera letterario-filosofica La Persuasione e la Rettorica, sua tesi di laurea in Lettere assegnatagli dal docente di letteratura greca Girolamo Vitelli nell’Istituto di Studi Superiori di Firenze, concernente, almeno negli intenti del professore, i concetti di persuasione e di retorica in Platone e Aristotele. Il nome di Michelstaedter è legato inoltre alla tragicità e singolarità del suicidio a soli ventitré anni, di cui dopo si dirà.
Eppure Carlo fin dal 1905, a diciotto anni, iniziò a comporre poesie che nel pensiero sotteso ai versi, pur nell’acerbità delle prime prove, attenuata in quelle successive ma non tradotta in una vera e propria cura espressiva e formale (il poeta scriveva per sé, non per la pubblicazione), paiono un completamento dell’opera filosofica, quasi egli fosse un persuasore di morte come l’amato Leopardi.
È necessaria qualche notizia biografica per dare fondamento concreto a quanto scritto finora su di lui.
Nacque a Gorizia il 3 giugno 1887 in un’agiata e colta famiglia di origini ebraiche, senza però che l’ebraismo influisse molto sulla sua formazione umana e culturale. Studiò nel severo Staatsgymnasium goriziano, ove ricevette la tipica educazione asburgica fondata sull’ideale di Bildung, facendo propria la tensione spirituale dell’io, il contatto profondo con le varie sfere della cultura e la coscienza di una crescita interiore verso forme di personalità sempre più complesse e armoniche, formazione umana possibile a patto di riavvicinarsi ai classici greci in cui tale armonia si era perfettamente realizzata.
Nelle traduzioni dal greco e dal latino Michelstaedter conobbe la speculazione filosofica classica, cui lo iniziò seriamente il suo professore di filosofia Richard von Schubert-Soldern. Grazie a un ex compagno di studi divenuto suo caro amico, Enrico Mreule, poté leggere Il mondo come volontà e rappresentazione, di cui resterà una profonda traccia soprattutto ne La Persuasione e la Rettorica. Oltre a Schopenhauer e, naturalmente, a Nietzsche, egli lesse con passione i tragici greci e i filosofi presocratici, Platone, il Vangelo e le Upanishad, Petrarca, Leopardi, Tolstoj e, nel 1908, Ibsen. Questa fu la sua formazione culturale per libera scelta degli autori-maestri il cui influsso è molto evidente.
Terminato nel 1905 il ginnasio, Carlo ebbe qualche incertezza nella scelta degli studi universitari da seguire. Passò, infatti, dalla giurisprudenza alla matematica nell’Università di Vienna, per decidere infine di rivolgersi a studi che lo portassero in un mondo spirituale lontano dalla ferrea logica della matematica. S’iscrisse al corso di Lettere nell’Istituto di Studi Superiori di Firenze, città in cui visse per quasi quattro anni conoscendo studiosi di vaglia, tra cui Gaetano Chiavacci che, dopo la sua morte, curò la pubblicazione delle sue opere tutte inedite.
Si dedicò anche alla scrittura recensiva di opere teatrali, all’epistolografia dedicata a parenti e amici, in particolare all’amata sorella Paula, e al disegno espressionistico-satirico, ritraendo chiunque gli si presentasse davanti, se stesso compreso.
Ma incombeva su di lui il suicidio, quasi fosse un’ombra maligna che tormenta e avvolge, come accadde a Cesare Pavese. Nel 1907 si uccise la donna amata Nadia Baraden. Nel 1909 fece altrettanto il fratello maggiore Gino, che viveva in Argentina, provocando nel suo animo una ferita inguaribile. Due anni prima, quasi come in un presagio, egli si era fatto consegnare dall’amico Enrico Mreule, che stava partendo per l’Argentina, la sua inseparabile pistola.
Terminati gli esami universitari, nel 1910 tornò a Gorizia per stendere la tesi di laurea di cui si è detto. Contemporaneamente compose la maggior parte delle poesie e alcuni Dialoghi, tra cui Il dialogo della salute. Ma la sua esistenza era ormai ridotta a un quasi completo isolamento, a un tenore di vita da asceta che rifiuta il cibo e dorme per terra.
Il 17 ottobre 1910, dopo un diverbio con la madre, disegnò sul frontespizio della tesi, appena finita, una lampada ad olio “fiorentina”, scrisse in greco il verbo apesbésthen, «mi spensi», si puntò alla tempia la pistola dell’amico e si tolse la vita.
 
*
 
Le poesie
 
Se camminando vado solitario
per campagne deserte e abbandonate
se parlo con gli amici, di risate
ebbri, e di vita,
 
se studio, o sogno, se lavoro o rido
o se uno slancio d’arte mi trasporta
se miro la natura ora risorta
a vita nuova,
 
Te sola, del mio cor dominatrice
te sola penso, a te freme ogni fibra
a te il pensiero unicamente vibra
a te adorata.
 
A te mi spinge con crescente furia
una forza che pria non m’era nota,
senza di te la vita mi par vuota
triste ed oscura.
 
Ogni energia latente in me si sveglia
all’appello possente dell’amore,
vorrei che tu vedessi entro al mio cuore
la fiamma ardente.
 
Vorrei levarmi verso l’infinito
etere e a lui gridar la mia passione,
vorrei comunicar la ribellione
all’universo.
 
Vorrei che la natura palpitasse
del palpito che l’animo mi scuote…
vorrei che nelle tue pupille immote
splendesse amore. –
 
Ma dimmi, perché sfuggi tu il mio sguardo
fanciulla? O tu non lo comprendi ancora
il fuoco che possente mi divora?…
e tu l’accendi…
 
Non trovo pace che se a te vicino:
io ti vorrei seguir per ogni dove
e bever l’aria che da te si muove
né mai lasciarti. –
(31 marzo 1905)
 
L’influsso petrarchesco sia nell’incipit sia nell’espressione del sentimento amoroso e quello greco-classico o carducciano nella struttura in strofe saffiche sono palesi in questa e in altre liriche del primo periodo. Da notare l’uso del trattino dopo il punto fermo, tipico dei poeti austriaci e tedeschi.

 

Alba. Il canto del gallo

Salve, o vita! dal cielo illuminato
dai primi raggi del sorgente sole
all’azzurra campagna!
 
Salve, o vita! potenza misteriosa
fiume selvaggio, poderoso eterno
ragione e forza a tutto l’universo
salve o superba!
 
Te nel silenzio gravido di suoni
te nel piano profondo o palpitante
cui nuovi germi agitano il seno
te nel canto lontano degli uccelli
nel frusciar delle nascenti piante;
te nell’astro che sorge trionfante
ed in fra muti sconsolati avelli
sento vibrare
 
E ribollir ti sento nel mio sangue
mentre il sole m’illumina la faccia
e dalle labbra mi prorompe il grido:
 
viva la vita!
 
(1° giugno 1905) 
 
Il vitalismo dannunziano permea di sé questa poesia, fitta di esclamazioni, composta nello stesso periodo. La lettura di Nietzsche darà ben altri frutti nell’opera filosofica (tesi di laurea).
In quella successiva l’incipit leopardiano apre una serie di versi e immagini molto efficaci per comprendere il tormento interiore del giovanissimo poeta e la tensione del suo spirito libero verso l’alto, il volo verso il vero, verso la «luce pura trionfante».

 

La notte

Tace la notte intorno a me solenne
le ore vanno e sfilan le memorie
siccome un nero e funebre convoglio.
 
Del cielo nelle oscurità remote
nell’ombra amica che con man soave
le grevi forme della chiesa lambe,
nell’ombra amica che gl’uomini culla
col lento canto della pace eterna
vedo di forme strane scatenarsi
una ridda veloce e affascinante
vedo la mente umana abbacinata
chinar la fronte…
 
Ma il mio pensiero innalzasi sdegnoso
e squarcia il manto della notte bruna
libero, e vola, –
vola alla luce pura trionfante
vola al sole del vero, dove i forti
stan combattendo l’immortale agone
cinti le terapie d’agili corone,
vola esultante.
                                       (1905)
 
Due anni dopo avvenne un profondo mutamento nell’animo di Michelstaedter. Ciò è evidente in questa lirica così vicina a Leopardi nella conflittualità finale tra Amore e Morte, tra universo e nulla:
 
 
I
Cade la pioggia triste senza posa
a stilla a stilla
e si dissolve. Trema
la luce d’ogni cosa. Ed ogni cosa
sembra che debba
nell’ombra densa dileguare e quasi
nebbia bianchiccia perdersi e morire
mentre filtri voluttüosamente
oltre i dïafani fili di pioggia
come lame d’acciaio vibranti.
 
Così l’anima mia si discolora
e si dissolve indefinitamente
che fra le tenui spire l’universo
volle abbracciare.
Ahi! che svanita come nebbia bianca
nell’ombra folta della notte eterna
è la natura e l’anima smarrita
palpita e soffre orribilmente sola
sola e cerca l’oblio.
 
II
“Guardi dove cammina! o ‘che ‘gli è cieco?”.
M’erutta in faccia con fetor di vino
un popolano dondolando l’anca.
In vasta curva costeggiando il fiume
tremola ancor la luce dei fanali
e l’Arno scorre sonnacchioso e grigio,
l’acque melmose.
Spicca dei colli ancor la massa oscura
e San Miniato avvolto nella nebbia
ombra nell’ombra, –
fiaccola rossa dai camini neri
batte nell’aria, e l’alito affannoso
ferve di vita.
E risponde dall’anima mia triste
un’ansïosa brama di vittoria
ed un bisogno amaro di carezze:
forza incosciente – fiaccola fumosa.
 
III
O vita, o vita ancor mi tieni, indarno
l’anima si divincola, ed indarno
cerca di penetrar il tuo mistero
cerca abbracciare in un amplesso immenso
ogni tuo aspetto. –
Amore e morte, l’universo e ‘1 nulla
necessità crudele della vita
tu mi rifiuti.
                                 (Febbraio 1907)
 
Nel 1908 avvenne in Carlo una profonda maturazione intellettuale, forse dovuta alla lettura di Ibsen, forse alla seria riflessione sull’eloquenza, retorica e persuasione, forse anche alla vita di mare a Pirano e a un nuovo amore (del mare e dell’amore ispiratori di poesia si dirà nella seconda parte dello scritto).
È del 1909 Il canto delle crisalidi proposto in apertura mentre, dopo alcune poesie intitolate ai mesi dell’anno in una sorta di diario, sono del 1910 due liriche premonitrici di ciò che avverrà ben presto.
 
 
Aprile
(ultima strofa)
 
Pur tu permani, o morte, e tu m’attendi
o sano o tristo, ferma ed immutata,
morte benevolo porto sicuro.
Che ai vivi morti quando pur sia vano
quanto la vita il pallido tuo aspetto
e se morir non sia che continuar
la nebbia maledetta
e l’affanno agli schiavi della vita –
– purché alla mia pupilla questa luce
che pur guarda la tenebra si spenga
e più non sappia questo ch’ora soffro
vano tormento senza via né speme,
tu mi sei cara mille volte, o morte,
che il sonno verserai senza risveglio
su quest’occhio che sa di non vedere,
sì che l’oscurità per me sia spenta.
 
                               Notte 16-17 aprile 1910

 

Risveglio

Giaccio fra l’erbe
sulla schiena del monte, e beve il sole
il mio corpo che il vento m’accarezza
e sfiorano il mio capo i fiori e l’erbe
ch’agita il vento
e lo sciame ronzante degli insetti. –
Delle rondini il volo affaccendato
segna di curve rotte il cielo azzurro
e trae nell’alto vasti cerchi il largo
volo dei falchi…
Vita?! Vita?! qui l’erbe, qui la terra,
qui il vento, qui gl’insetti, qui gli uccelli,
e pur fra questi sente vede gode
sta sotto il vento a farsi vellicare
sta sotto il sole a suggere il calore
sta sotto il cielo sulla buona terra
questo ch’io chiamo “io”, ma ch’io non sono.
No, non son questo corpo, queste membra
prostrate qui fra l’erbe sulla terra,
più ch’io non sia gli insetti o l’erbe o i fiori
o i falchi su nell’aria o il vento o il sole.
Io son solo, lontano, io son diverso –
altro sole, altro vento e più superbo
volo per altri cieli è la mia vita…
Ma ora qui che aspetto, e la mia vita
perché non vive, perché non avviene?
Che è questa luce, che è questo calore,
questo ronzar confuso, questa terra,
questo cielo che incombe? M’è straniero
l’aspetto d’ogni cosa, m’è nemica
questa natura! basta! voglio uscire
da questa trama d’incubi! la vita!
la mia vita! il mio sole!
 
Ma pel cielo
montan le nubi su dall’orizzonte,
già lambiscono il sole, già alla terra
invidiano la luce ed il calore.
Un brivido percorre la natura
e rigido mi corre per le membra
al soffiare del vento. Ma che faccio
schiacciato sulla terra qui fra l’erbe?
Ora mi levo, che ora ho un fine certo,
ora ho freddo, ora ho fame, ora m’affretto,
ora so la mia vita,
che la stessa ignoranza m’è sapere –
la natura inimica ora m’è cara
che mi darà riparo e nutrimento,
ora vado a ronzar come gl’insetti. –
Sul S. Valentin, giugno 1910
 
Pochi mesi dopo il colpo di rivoltella.
 
***
 
 
II   L’amore, la donna, il mare
 
Nella prima parte dello scritto sulla poesia del giovane goriziano Carlo Michelstaedter, nato il 3 giugno 1887 e suicida a soli ventitré anni, il 17 ottobre 1910, si era detto che nel 1908, quando aveva frequentato già da due anni la facoltà di Lettere nell’Istituto Superiore di Studi a Firenze, era avvenuta in lui una profonda maturazione intellettuale, forse dovuta alla lettura del drammaturgo Ibsen, forse alla profonda riflessione sull’eloquenza, retorica e persuasione, argomento della sua tesi di laurea, forse anche alla vera vita di mare praticata in quell’estate a Pirano e a un nuovo amore.
La presenza della donna nella sua giovane vita e la poesia d’amore, tralasciate nella prima parte dello scritto, sono ora oggetto di questa lettura rivolta anche al mare, grande passione del giovane Carlo, teatro del suo nuovo amore e dell’ispirazione poetica.
Anche nel suo esordio poetico del 1905 aveva scritto d’amore, ma le liriche in strofe saffiche riecheggiavano molto il suo modello Francesco Petrarca nelle lodi alla donna amata, nella sofferenza amorosa e nell’incapacità di esprimere il proprio sentimento.
Eccone un esempio:
 
Poiché il dolore l’animo m’infranse
per me non ebbe più la vita un fiore…
e pure inconscio iva cercando amore
l’animo offeso.
 
Ahi ti vidi e a te il pensier rivolsi
a te che pura sei siccome un giglio…
… Le lacrime mi sgorgano dal ciglio
invirilmente.
 
Oh mia fanciulla, oh tu non hai compreso
di quanto amore io t’ami. Ed un dolore
nuovo, più intenso mi attanaglia il cuore
che tu feristi.
 
Se m’ami Elsa a che mi fai soffrire?
Tu della vita mia unico raggio
tu che sola m’infondi quel coraggio
che mi fa vivo!
 
Lo sguardo mio non t’ha saputo dire
non t’han saputo dir le mie parole
quello che dice all’universo il sole,
amore! amore!?
 
3 aprile 1905
 
 
Era necessario che Carlo Michelstaedter si liberasse dai modelli della tradizione e scrivesse seguendo la propria ispirazione, così come nella speculazione filosofica, allontanandosi dal progetto per la tesi di laurea proposto dal suo professore di letteratura greca, era giunto al convincimento che la «persuasione» è la visione di chi ha compreso la tragicità della finitezza umana sulla terra e che «persuaso è chi ha in sé la sua vita», chi dunque vuole abbandonare la terra, che è un deserto, fuggendo verso l’alto, fin sulla vetta di una montagna che tocca il cielo, per liberarsi dalla schiavitù dei condizionamenti terreni, oppure fuggendo verso il mare aperto, che è l’opposto del deserto, un regno alternativo alla terra. La «persuasione» è il concetto filosofico che corrisponde al mito del mare cantato appunto nelle poesie composte nell’ultimo periodo della sua breve vita.
Tornando alle poesie d’amore, spesso legate all’amato mare, abbandonato il modello petrarchesco, nel 1907 il poeta diciottenne aveva compiuto un rovesciamento dialettico del vitalismo dannunziano espresso nella poesia Alba. Il canto del gallo (1905). Ora l’unico grande modello di poesia lirica non poteva che essere Giacomo Leopardi, la cui antinomia Amore e Morte compare nella poesia di Carlo Cade la pioggia (1907).
In questa nuova fase poetica, componendo strofe di endecasillabi e settenari libere da rime e da schemi fissi, trae ispirazione da reali vicende amorose e rivolge  la sue parole non a fanciulle virtuali, ma a Nadia, Iolanda, Senia.
 
Senti Iolanda come è triste il sole
e come stride l’alito del vento –
passa radendo i vertici fioriti
un nembo irresistibile.
 
Senti, è sinistro il grido degli uccelli
vedi che oscura è l’aria
ed è fuliggine
nel raggio d’ogni luce e dal profondo
sembra levarsi tutto quanto è triste
e doloroso nel passato e tutte
le forze brute in fremito ribelle
contaminarsi irreparabilmente.
 
Scompose il nembo irreparabilmente
il tuo sorriso,
Iolanda, e mi percorse
con ignoto terrore il core altero. –
Che è questo che s’attarda insidioso
nel nostro sguardo allor che senza fine
immoto intenso dalle nere ciglia
arde di vicendevole calore?
Perché di fosca fiamma la pupilla
s’accende nel languore disperato?
Perché non ride amore
come rideva amico nelle tenui
sere di maggio?
È più forte, più forte
questa torbida fiamma di desio
e mentre tutto intorno a me precipita
mentre crolla nel vortice funesto
ogni affetto, ogni fede, ogni speranza
sbatte le rosse lingue e s’attorciglia
inestinguibile.
 
E più, e più, e più nel cielo tumido
arde l’ansia selvaggia e dolorosa
purché io sugga dai tuoi occhi il fascino
purché io senta le tue mani fremere
purché io colga alla tua bocca fervida
la voluttà infinita del tuo bacio
Ïolanda, e l’ebbrezza infinita. –
 
Giugno 1907
 
 
Nell’anno successivo, durante la vacanza estiva a Pirano, ecco l’effetto del mare nella poesia di Carlo, ove il termine iniziale «Amico» non è certo un’invocazione, ma un aggettivo predicativo di «mare» alla greca, come se volesse dire: “ Mi circonda amico, amichevolmente, con amicizia”
 
Amico – mi circonda il vasto mare
con mille luci – io guardo all’orizzonte
dove il cielo ed il mare
lor vita fondon infinitamente. –
Ma altrove la natura aneddotizza
la terra spiega le sue lunghe dita
ed il sole racconta a forti tratti
le coste cui il mare rode ai piedi
ed i verdi vigneti su coronano.
E giù: alle coste in seno accende il sole
bianchi paesi intorno ai campanili
e giù nel mare bianche vele erranti
alla ventura. –
 
A me d’accanto, sullo stesso scoglio
sta la fanciulla e vibra come un’alga,
siccome un’alga all’onda varia e infida
φίλοβαθεία.-
S’avviva al sole il bronzo dei capelli
ed i suoi occhi di colomba tremuli
guardano il mare e guardano la costa
illuminata. –
Ma sotto il velo dell’aria serena
sente il mistero eterno d’ogni cosa
costretta a divenire senza posa
nell’infinito.
Sente nel sol la voce dolorosa
dell’universo, – e l’abisso l’attira
l’agita con un brivido d’orrore
siccome l’onda suol l’alga marina
che le tenaci aggrappa
radici nell’abisso e ride al sole. –
 
Amico io guardo ancora all’orizzonte
dove il cielo ed il mare
la vita fondon infinitamente.
Guardo e chiedo la vita
la vita della mia forza selvaggia
perch’io plasmi il mio mondo e perché il sole
di me possa narrar l’ombra e le luci –
la vita che mi dia pace sicura
nella pienezza dell’essere.
 
E gli occhi tremuli della colomba
vedranno nella gioia e nella pace
l’abisso della mia forza selvaggia –
e le onde varie della mia esistenza
l’agiteranno or lievi or tempestose
come l’onda del mar l’alga marina
che le tenaci aggrappa
radici nell’abisso e ride al sole. –
 
Pirano, agosto 1908
 
 
La penultima strofa esprime il desiderio di vita e la «pienezza dell’essere» di chi è «persuaso» e si plasma il suo mondo nel mare amico, simbolo di libertà e di infinito.
Felici immagini nel giuoco delle onde reali e metaforiche, nel sole che illumina lui e l’alga marina ridente.
Torna a Pirano nell’estate del 2010 e il mare lo ispira nuovamente per la composizione di alcune liriche senza dubbio le più alte e artisticamente compiute, soprattutto se paragonate all’acerbità dell’apprendistato poetico. Dopo la lettura di Ibsen nasce in lui la simbologia polisemica del mare, sicché la sua estrema esperienza di vita assume il carattere di una navigazione esistenziale, la cui rotta è l’Essere-per-la-morte.
Nella prima delle due qui riportate, Onda per onda, il mare è il Leitmotiv della lirica in modo quasi ossessivo, ma sentito come «assenza», indicato per negazione
 
 
Onda per onda batte sullo scoglio
– passan le vele bianche all’orizzonte;
monta rimonta, or dolce or tempestosa
l’agitata marea senza riposo.
Ma onda e sole e vento e vele e scogli,
questa è la terra, quello l’orizzonte
del mar lontano, il mar senza confini.
Non è il libero mare senza sponde,
il mare dove l’onda non arriva,
il mare che da sé genera il vento,
manda la luce e in seno la riprende,
il mar che di sua vita mille vite
suscita e cresce in una sola vita.
 
Ahi, non c’è mare cui presso o lontano
varia sponda non gravi, e vario vento
non tolga dalla solitaria pace,
mare non è che non sia un dei mari.
Anche il mare è un deserto senza vita,
arido triste fermo affaticato.
Ed il giro dei giorni e delle lune,
il variar dei venti e delle coste,
il vario giogo sì lo lega e preme
– il mar che non è mare s’anche è mare.
Ritrova il vento l’onda affaticata,
e la mia chiglia solca il vecchio solco.
E se fra il vento e il mare la mia mano
regge il timone e dirizza la vela,
non è più la mia mano che la mano
di quel vento e quell’onda che non posa…
Ché senza posa come batte l’onda
ché senza posa come vola il nembo,
sì la travaglia l’anima solitaria
a varcar nuove onde, e senza fine
nuovi confini sotto nuove stelle
fingere all’occhio fisso all’orizzonte,
dove per tramontar pur sorga il sole.
Al mio sole, al mio mar per queste strade
della terra o del mar mi volgo invano,
vana è la pena e vana la speranza,
tutta è la vita arida e deserta,
finché in un punto si raccolga in porto,
di sé stessa in un punto faccia fiamma.
 
                                 Pirano, agosto 1910
 
 
Veramente significativi i versi «Anche il mare è un deserto senza vita, / arido triste fermo affaticato» dopo tanti «non», «non» , « non».
Pochi giorni dopo Carlo Michelstaedter compone quella che viene definita una grande sinfonia, in cui la speculazione filosofica de La persuasione e la Rettorica trova la sua altissima espressione artistica, il vero e proprio vertice dell’arte poetica di Carlo.
 
 
[I figli del mare]
 
Dalla pace del mare lontano
dalle verdi trasparenze dell’onde
dalle lucenti grotte profonde
dal silenzio senza richiami –
Itti e Senia dal regno del mare
sul suolo triste sotto il sole avaro
Itti e Senia si risvegliaro
dei mortali a vivere la morte.
Fra le grigie lagune palustri
al vario trasmutar senza riposo
al faticare sordo ansioso
per le umide vie ritorte
alle mille voci d’affanno
ai mille fantasmi di gioia
alla sete alla fame allo spavento
all’inconfessato tormento –
alla cura che pensa il domani
che all’ieri aggrappa le mani
che ognor paventa il presente più forte
al vano terrore della morte
fra i mortali ricurvi alla terra
Itti e Senia i principi del mare
sul suolo triste sotto il sole avaro
Itti e Senia si risvegliaro. –
 
Ebbero padre ed ebbero madre
e fratelli ed amici e parenti
e conobbero i dolci sentimenti
la pietà e gli affetti e il pudore
e conobbero le parole
che conviene venerare
Itti e Senia i figli del mare
e credettero d’amare.
E lontani dal loro mare
sotto il pallido sole avaro
per il dovere facile ed amaro
impararono a camminare.
Impararono a camminare
per le vie che la siepe rinserra
e stretti alle bisogna della terra
si curvarono a faticare.
Sulle pallide facce il timore
delle piccole cose umane
e le tante speranze vane
e l’ansia che stringe il core.
 
Ma nel fondo dell’occhio nero
pur viveva il lontano dolore
e parlava la voce del mistero
per l’ignoto lontano amore.
E una sera alla sponda sonante
quando il sole calava nel mare
e gli uomini cercavano riposo
al lor ozio laborioso
Itti e Senia alla sponda del mare
l’anima solitaria al suono dell’onde
per le sue corde più profonde
intendevano vibrare.
E la vasta voce del mare
al loro cuore soffocato
lontane suscitava ignote voci,
altra patria altra casa un altro altare
un’altra pace nel lontano mare.
Si sentirono soli ed estrani
nelle tristi dimore dell’uomo
si sentirono più lontani
fra le cose più dolci e care.
E bevendo lo sguardo oscuro
l’uno all’altra dall’occhio nero
videro la fiamma del mistero
per doppia face battere più forte.
Senia disse: “Vorrei morire”
e mirava l’ultimo sole.
Itti tacque, che dalla morte
nuova vita vedeva salire.
E scorrendo l’occhio lontano
sulle sponde che serrano il mare
sulle case tristi ammucchiate
dalle trepide cure avare
“Questo è morte, Senia” – egli disse –
“questa triste nebbia oscura
dove geme la torbida luce
dell’angoscia, della paura.
 
Altra voce dal profondo
ho sentito risonare
altra luce e più giocondo
ho veduto un altro mare.
Vedo il mar senza confini
senza sponde faticate
vedo l’onde illuminate
che carena non varcò.
Vedo il sole che non cala
lento e stanco a sera in mare
ma la luce sfolgorare
vedo sopra il vasto mar.
Senia, il porto non è la terra
dove a ogni brivido del mare
corre pavido a riparare
la stanca vita il pescator.
Senia, il porto è la furia del mare,
è la furia del nembo più forte,
quando libera ride la morte
a chi libero la sfidò”.
 
Così disse nell’ora del vespro
Itti a Senia con voce lontana;
dalla torre batteva la campana
del domestico focolare:
“Ritornate alle case tranquille
alla pace del tetto sicuro,
che cercate un cammino più duro?
che volete dal perfido mare?
Passa la gioia, passa il dolore,
accettate la vostra sorte,
ogni cosa che vive muore
e nessuna cosa vince la morte.
Ritornate alla via consueta
e godete di ciò che v’è dato:
non v’è un fine, non v’è una meta
per chi è preda del passato.
Ritornate al noto giaciglio
alle dolci e care cose
ritornate alle mani amorose
allo sguardo che trema per voi
a coloro che il primo passo
vi mossero e il primo accento,
che vi diedero il nutrimento
che vi crebbe le membra e il cor.
Adattatevi, ritornate,
siate utili a chi vi ama
e spegnete l’infausta brama
che vi trae dal retto sentier.
Passa la gioia, passa il dolore,
accettate la vostra sorte,
ogni cosa che vive muore
nessuna forza vince la morte”.
 
Soffocata nell’onda sonora
con l’anima gonfia di pianto
ascoltava l’eco del canto
nell’oscurità del cor,
e con l’occhio all’orizzonte
dove il ciel si fondeva col mare
si sentiva vacillare
Senia, e disse: “Vorrei morire”.
Ma più forte sullo scoglio
l’onda lontana s’infranse
e nel fondo una nota pianse
pei perduti figli del mare.
“No, la morte non è abbandono”
disse Itti con voce più forte
“ma è il coraggio della morte
onde la luce sorgerà.
Il coraggio di sopportare
tutto il peso del dolore,
il coraggio di navigare
verso il nostro libero mare,
il coraggio di non sostare
nella cura dell’avvenire,
il coraggio di non languire
per godere le cose care.
Nel tuo occhio sotto la pena
arde ancora la fiamma selvaggia,
abbandona la triste spiaggia
e nel mare sarai la sirena.
Se t’affidi senza timore
ben più forte saprò navigare,
se non copri la faccia al dolore
giungeremo al nostro mare.
 
Senia, il porto è la furia del mare,
è la furia del nembo più forte,
quando libera ride la morte
a chi libero la sfidò”. –
 
                        Carsia, 2 settembre 1910
 
Questa lirica non necessita di commento, se non l’indicazione che i due giovani figli del mare dai nomi simbolici, emersi dall’acqua e risvegliatisi sulla terra, sono «perduti» alla terra perché non sanno vivere, sono «perduti» al mare da cui ormai sono esuli tormentati dal rimpianto. Notevole il ritornello che intervalla e conclude la composizione.
Tornato a Gorizia, Carlo compone un canzoniere d’amore, suddiviso in otto parti, nato dall’amore per Argia Cassini, nominata in greco nella quinta parte con l’appellativo φίλοβαθεία, “mante della profondità”, ma invocata spesso con il nome Senia, la figlia del mare della composizione precedente. L’amore tra i due è reso sempre più irrealizzabile per i vari ostacoli che si frappongono. Riportare Senia nel suo regno marino sarebbe possibile solo a Itti, figlio del mare anch’egli, non a Carlo, essere terreno. Il presentimento del naufragio è evidente nei versi della quarta parte: «Il vento e l’onde intanto lentamente / come un rottame verso la scogliera / mi spingono a rovina senza scampo.».
 
 
IV
 
Alla punta del golfo donde il mare
s’apre libero e vasto senza fine
tu m’attendi sicura e fiduciosa,
le vesti al vento, ritta sullo scoglio.
Costeggiar mi conviene la scogliera
per uscire dal golfo, quindi uniti
navigheremo, poiché a me t’affidi:
sì breve tratto da te mi divide
e dal libero mar sì breve tratto!
– Ma perch’io tenti la bordata e tenda
la vela al vento, pur l’inerte chiglia
non fende l’onda, ch’ora sulle creste
spumanti, or negli abissi, or sur un bordo
or sull’altro la trae senza riposo.
E se l’albero gema, se la scotta
a spezzarsi si tenda, e nella vela
ingolfandosi il vento il mio naviglio
minacci di sommergere, pur sempre
alla stessa distanza io mi ritrovo
dalla punta agognata. Col timone
io m’adopero invano al mare aperto
dirizzare la prora: a chiglia inerte
il timone non giova.
 
Il vento e l’onde intanto lentamente
come un rottame verso la scogliera
mi spingono a rovina senza scampo.
Ch’io debba naufragar senza lottare
fra la miseria dei battuti scogli,
presso al porto esecrato, come un vile,
senza esser giunto al mare, e te lasciando
sola e distrutta dopo il sogno infranto
fra le stesse miserie?
 
Gorizia, 15 settembre 1910
 
 
Dopo solo un mese, il 17 ottobre 2010, il vero “naufragio” di Carlo Michelstaedter.
 
*

 

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Informazioni su Giorgina Busca Gernetti

Amo la poesia, la musica classica, la danza classica, il canto lirico, l'arte, l'archeologia, i fiori, gli animali e il mare. Compongo poesie fin dall'adolescenza, benché abbia iniziato tardi a pubblicarle. Scrivo anche racconti, recensioni o saggi artistico-letterari. Sono nata a Piacenza e mi sono laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Sono stata docente d’Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate, città dove tuttora vivo. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio Musicale di Piacenza. Sono socia di Centri culturali prestigiosi come il “Pannunzio” di Torino, “Novecento Poesia” di Firenze e l’“Accademia Internazionale d’Arte Moderna” di Roma. Ho pubblicato per Genesi di Torino i libri di poesia "Asfodeli" (1998), "La luna e la memoria" (2000), "Ombra della sera" (2002) e "Parole d’ombraluce" (2006); per le Edizioni del Leone di Venezia il libro "Onda per onda" con prefazione di Paolo Ruffilli (2007); per Youcanprint il libro di poesie d'amore "Amores" con introduzione dal "Simposio" di Platone (2014). Mi sono state pubblicate come 1° premio quattro sillogi di poesie: "Nell’isola dei miti", ALAPAF, Bagheria 1999; "La luna e la memoria", Edizioni del Cenacolo, La Spezia 2000, poi confluita nell’omonimo libro maggiore; "La memoria e la parola", ETS – Il Portone Letteraria, Pisa 2005; "L’anima e il lago", con prefazione di Giuseppe Panella della Scuola Normale Superiore di Pisa, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010; seconda edizione con Nota dell'autrice e Rassegna critica per Youcanprint, Lecce 2012 . Il mio saggio critico "Itinerario verso il 27 agosto 1950" è stato pubblicato nel 2009 dal Centro “Pannunzio”, nei suoi “Annali” 2008/2009, per il Centenario della nascita di Cesare Pavese. Per la Puntoacapo Editrice di Novi Ligure ho pubblicato nel 2011 un inserto di sette racconti nell’Almanacco Dedalus n. 1 ("Sette storie al femminile"). Nel 2012 ho pubblicato in volume singolo il saggio pavesiano "Itinerario verso il 27 agosto 1950" per le Edizioni Youcanprint di Lecce. Le "Sette storie al femminile", con Prefazione di A.G. Pessina e Nota dell'Autrice, sono uscite in volume individuale per Youcanprint, Lecce 2013. Nel 2014 ho pubblicato per Youcanprint il libro di poesie tutte d'amore intitolato "Amores", con introduzione di Platone dal "Simposio". Nel 2015 è uscito per Polistampa, collana "Sagittaria", il mio libro di poesia "Echi e sussurri", con prefazione del prof. Marco Onofrio e postfazione-nota editoriale del prof. Franco Manescalchi. Bellissime recensioni Mie poesie, talora tradotte in varie lingue straniere, qualche racconto e saggio artistico-letterario figurano in riviste e antologie anche per la scuola. Sono stata inclusa in alcune storie della letteratura contemporanea e in varie opere di critica letteraria. Eminenti critici hanno espresso giudizi di consenso sulla mia poesia e narrativa. *************** Questo blog non è una "testata" giornalistica e non è aggiornato con regolare periodicità. Privo dei due requisiti che lo dovrebbero contraddistinguere, non può pertanto considerarsi un "prodotto editoriale" ex lege 7/3/2001, n.62. Non è quindi soggetto alle disposizioni e agli obblighi previsti dagli art.2 e art.5 della Legge n.47/1948.
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