Maria Francesca Cella. Recensione a “L’anima e il lago” di Giorgina Busca Gernetti

lanima_e_il_lago[1]L’ANIMA E IL LAGO di GIORGINA BUSCA GERNETTI

Il Croco, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010

Pubblicazione Primo Premio “Città di Pomezia” 2010

Prefazione di Giuseppe Panella

della Scuola Normale superiore di Pisa

 

Tredici poesie compongono questa bella silloge premiata e pubblicata nel Concorso “Città di Pomezia 2010”. Quasi cinquecento versi, come forse richiedeva il bando: non molti, ma sufficienti alla poetessa Giorgina Busca Gernetti per svolgere, con la consueta eleganza del dettato – limpido, icastico, pregnante, raffinato nelle scelte lessicali – e con la già ampiamente riconosciuta perizia metrico-prosodica nella struttura dei singoli testi, una tragica vicenda che si svolge sulle rive del lago, nelle acque del lago, nel cielo che vi si specchia, mai lontano da quell’acqua «livida e grigia».

Il titolo indica i due protagonisti di quello che per certi aspetti potrebbe considerarsi un poemetto: l’anima, certamente dell’autrice, e il lago (non “un” lago, ma “il” lago in sé e per sé), metafora dell’inconoscibile ed insondabile per le sue acque ben raramente limpide e trasparenti sì da lasciar vedere il fondo, come spesso accade al mare cui la Busca Gernetti ha dedicato un libro intero, Onda per onda, luminoso e sereno in ogni testo.

Il lago da sempre nella letteratura, soprattutto nordica, è teatro di eventi straordinari di cui i numerosi esempi sono assai noti e, come acutamente li definisce il dotto prefatore Giuseppe Panella, di eventi «luminosi» (non quindi “numinosi”, occulti, magici e misteriosi, scaturiti dall’inconscio, bensì percepiti in uno stato cosciente della psiche, secondo le teorie di Carl Gustav Jung). L’acqua, inoltre, attrae l’anima come in un rimpianto della madre, del tiepido liquido amniotico in cui l’embrione si è sviluppato, sentendosi al sicuro nel grembo materno prima d’essere gettato ad affrontare la drammaticità della vita senza alcuna difesa, secondo l’opinione di Sigmund Freud.

Da queste riflessioni riguardanti il solo titolo, si evincono la profondità dell’analisi interiore e l’ampiezza del sostrato culturale su cui poggia il “racconto” offerto da Giorgina Busca Gernetti. L’anima e il lago non è, dunque, una rappresentazione di paesaggi lacustri raffigurati in ogni stagione, con assoluta prevalenza di condizioni atmosferiche tempestose e lugubri secondo il gusto dello Stürm und Drang («grigio» e «livido» sono gli attributi usati più spesso in tutto il libro); neppure un polittico di paesaggi come trasfigurazione di stati d’animo o fonte essi stessi delle più varie emozioni – tema peraltro poeticamente valido – bensì è una “storia” drammatica in cui il lago partecipa pienamente alla vicenda dell’anima, in un’intima fusione tra elemento naturale ed elemento spirituale, l’uno alter ego dell’altro.

Si è detto che la “plaquette” potrebbe essere un poemetto per certi aspetti: narra, infatti, una storia e i testi sono strettamente consequenziali in modo da rappresentare i momenti essenziali della vicenda. Lo è, dunque, ma non può esserlo del tutto per gli aspetti formali. Ogni testo reca un titolo pregnante e insopprimibile; i versi non sono tutti endecasillabi, come si pretenderebbe da un poemetto classico, ma di testo in testo la struttura metrica muta, variando dagli endecasillabi e settenari della tradizione lirica (i più diffusi), agli agili settenari per lo più giambici, a un’alternanza di versi lunghi e brevi, sempre ritmicamente riconducibili alla tradizione, ma volutamente disposti in modo atipico per ottenere quasi uno spartito musicale, un ritmo che riproduca con gli accenti tonici dei termini, per esempio, il fragore e i tuoni della tempesta (Tempesta sul lago in agosto), a somiglianza della celebre opera di Antonio Vivaldi, Le Quattro Stagioni, ove, nel secondo concerto dedicato all’Estate, scoppia all’improvviso un temporale perfettamente riprodotto dai toni accesi e violenti della musica.

Ciò che accomuna le tredici poesie rendendo stilisticamente omogeneo il libriccino (al diminutivo solo per la piccola mole) è la frequenza di rime interne e di rime al mezzo, soprattutto nel testo accennato per ultimo, ove tali rime e spesso assonanze o consonanze o allitterazioni e iterazioni, insieme con una dovizia di parole sdrucciole dal veloce ritmo dattilico, contribuiscono a creare la “musicalità descrittiva” o la “musica a programma” voluta e perseguita con perizia dall’autrice, dedita in passato ad un serio studio musicale presso il Conservatorio. In ogni composizione, qualunque ne sia la struttura, il ritmo è ineccepibile.

Quale evento tragico si svolge nelle tredici poesie di questo poemetto?

Tempesta sul lago in agosto apre drammaticamente l’opera poiché la lirica evoca icasticamente un violento temporale estivo durante il quale, nello sconvolgimento del cielo e del lago, tra fulmini e tuoni, si svolge il dialogo doloroso tra l’anima e una voce che potrebbe essere quella della sua coscienza, oppure quella di un essere misterioso e potente che domina su tutto. Nell’infuriare della tremenda tempesta agostana si presenta il tormentoso e assillante dubbio dell’anima, ansiosa di comprendere il «mistero che incombe» su ogni essere vivente, di scoprire «delle cose l’arcana ragione», di decifrare il loro «criptico linguaggio». Nella prima poesia, dunque, l’evento naturale s’intreccia strettamente all’indagine sul piano gnoseologico-metafisico. L’anima e il lago interagiscono mentre presentano un tema fondamentale sia di questo poemetto, sia di tanta poesia composta da ben più grandi ingegni: l’uomo, nella sua piccolezza e precarietà, di fronte all’insondabile mistero dell’universo e dell’esistenza, ordita per lo più di tragedie e d’infinito dolore. L’uomo che interroga e vuole conoscere, pur consapevole che non avrà mai risposta.

Scruta il futuro e «la sorte / che tragica incombe» anche il vecchio che, nella terza poesia (Le rune), interroga appunto le rune di pietra, secondo un’antichissima usanza celtica, gettandole poi deluso nel lago senza aver potuto sciogliere il mistero (si presume dalla biografia dell’autrice che l’ambiente in cui vive sia ancora memore della civiltà celtica originaria, in cui il vecchio con le rune non è una presenza artificiosa e fuori tema). Il lago, protagonista della seconda, della quarta e della quinta poesia, con l’avvicendarsi delle ore sempre più buie e delle stagioni più tristi, l’autunno e l’inverno, con la pioggia battente che lo sferza, il vento furioso che imperversa tra le canne della palude e la notte che tutto «rapida rapisce e nasconde / nelle sue tumide pieghe del manto», esprime la sofferenza dell’anima che attende qualcosa di tragico. Tuttavia la seconda (Pioggia d’autunno sul lago) presenta di nuovo la stretta unione tra l’anima e il lago: «Triste, dolente grigio / del lago immobile sotto la pioggia. / Angoscia intrisa di gocce infinite / le lacrime del cielo sul mio volto.»

Giuseppe Panella ha scritto nella Prefazione: «(…) sulle rive del lago tormentato dalla bufera (…) un incubo in cui i fantasmi più temibili del passato si manifestano rivelando la loro natura minacciosa, problematica, questioni lasciate aperte nel passato e che vanno una volta per tutte assunte in carico e definitivamente risolte (…)». Perfetta interpretazione della sesta poesia, Simulacri sul lago, che reca il sottotitolo Incubo, in cui c’è sì la suggestione macabra del racconto The Masque of the Red Death di Edgard Allan Poe, ma c’è soprattutto l’accumulo di tormenti, rimorsi, fantasmi del passato, trasfigurati in un nero lugubre corteo, guidato dalla Morte, che sfila sull’onnipresente lago avviandosi minaccioso verso l’anima.

Le due successive poesie (Oltre le nuvole; Non odo più) dovrebbero far intendere senza alcun dubbio ciò che è accaduto all’anima e al lago. Lo dicono particolarmente alcuni versi della prima: «È lo spirito mio che vaga libero / oltre le soffici candide nuvole / sull’acqua tenebrosa, grigia, livida / del lago traditore.» e l’anafora delle prime tre strofe nella seconda, in agili settenari: «Non odo più», «Non tinnuli gorgheggi», «Non rèfolo di vento». Un essere “vivo” non vaga tra le nuvole se non metaforicamente e in senso ironico, interpretazione non certo adatta a questo passo tragico del poemetto, in cui ormai l’anima viene denominata spesso «spirito», quasi fosse lo “spirito del lago” di certe leggende nordiche.

Seguono le tre liriche fondamentali sia per il tema metafisico proposto, che riprende ed amplifica quello dell’ansioso interrogarsi umano sul mistero universale, additato nella prima poesia, sia per l’incontro dell’anima con l’Ombra, che fa di questa parte del poemetto una vera e propria nekyia, come giustamente ha scritto Giuseppe Panella, memore degli analoghi eventi nell’Odissea e nell’Eneide.

La lirica La Soglia segreta, nel metro tipico della lirica tradizionale (endecasillabi e settenari), continuato fino alla fine dell’opera, con un linguaggio intriso d’angoscia ma classicamente pacato, descrive l’ostacolo invalicabile della Soglia segreta posta fra chi vuole comprendere la sorte degli esseri travolti da ingiuste sciagure e la Verità posta nell’Oltre, non concessa ai mortali né da vivi né, forse, da morti («la vita appena spenta»). Perché esiste il Male nel mondo? Chi decide la Sorte di ogni creatura? «La Soglia è impenetrabile».

Nella successiva lirica, L’Ombra, scritta con lucidità e passione, con fermezza e commozione, è rappresentato l’incontro fra l’anima-spirito e un’Ombra che sembra esitare accanto alla Soglia, quasi temesse di turbare, essa stessa turbata, chi non aveva mai potuto conoscere ed esserne conosciuta. Il Padre di Giorgina: Giorgio Busca. Le notizie sulla tragedia sono scritte nella Nota editoriale di Domenico Defelice.

Ciò che importa qui è la decima poesia, il fulcro del poemetto. È il dialogo tra i due, entrambi defunti: «Padre, sei tu?» (…). «Sei tu, padre, che infine mi compari / sì ch’io ti veda almeno oltre la morte?». «Figlia mia, son tuo padre (…). Ora gli abbracci / solo tra fredde ombre.». Dopo altre commoventi parole tra padre e figlia la lirica si conclude con il verso: «E svanisce tra l’alghe l’Ombra amata». La parte più tragica della silloge che avrebbe potuto far cadere l’autrice in una lacrimevole commozione, perché parla della “sua” sorte, è invece stata risolta con fermezza, contegno, pacatezza di linguaggio, apparente distacco, benché l’animo sia irrimediabilmente ferito.

Senza pace non è solo il titolo della lirica successiva, ma anche la condizione dello spirito (così è denominata l’anima da Oltre le nuvole in poi, quasi fosse uno spirito vagante nell’aria e nell’acqua senza tregua). Esso rimedita e approfondisce il tema della sorte sua privata, soffrendo per il padre di cui non conosce nemmeno la voce da vivo, e della sorte umana in ogni luogo ed epoca, in cui la sofferenza è insita e connaturata nel vivere stesso.

Come in un rimpianto della vita ormai perduta nel «lago traditore», lo spirito cerca inutilmente nell’acqua il suo corpo abbandonato, ma rinviene Tra le canne solo una lacera veste a fiori, reliquia di una vita amara, comunque più luminosa di quel perenne crepuscolo in cui volteggia senza più peso, sia nell’aria, sia in fondo al lago.

Potrebbe finire qui il poemetto, ma l’autrice ha voluto concludere la tragedia, iniziata con la Tempesta sul lago in agosto, offrendo uno splendido paesaggio primaverile del lago illuminato da una limpida luce (Sole e lago), percorso da candide vele sull’acqua azzurra appena increspata, patria di cigni e gabbiani mentre, in un’elegante similitudine, compare un airone che s’innalza nel cielo verso l’infinito. Perché tutta questa bellezza dopo il pianto senza lacrime? Si può far comprendere il vuoto e il buio della morte presentando proprio quanto di più bello e di più luminoso il lago possa offrire ai vivi, solo ai vivi.

«E se dal fondo lo spirito emerge / la luce pare opaca, sembra spegnersi.»

Giustamente Giuseppe Panella ha concluso la Prefazione con le parole: «Elegante e lucido, spietato quanto appassionato, questo poemetto rivela i misteri di un’anima con parole classicamente sobrie e senza concessioni allo spirito dei tempi. »

Maria Francesca Cella

Lugano (CH)

*

Recensione a cura di Maria Francesca Cella

Pubblicata in Literary, 12/2010 e in altre riviste tra le quali Cultura e prospettive, Castigione di Sicilia (CT), 2011.

 

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Informazioni su Giorgina Busca Gernetti

Amo la poesia, la musica classica, la danza classica, il canto lirico, l'arte, l'archeologia, i fiori, gli animali e il mare. Compongo poesie fin dall'adolescenza, benché abbia iniziato tardi a pubblicarle. Scrivo anche racconti, recensioni o saggi artistico-letterari. Sono nata a Piacenza e mi sono laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Sono stata docente d’Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate, città dove tuttora vivo. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio Musicale di Piacenza. Sono socia di Centri culturali prestigiosi come il “Pannunzio” di Torino, “Novecento Poesia” di Firenze e l’“Accademia Internazionale d’Arte Moderna” di Roma. Ho pubblicato per Genesi di Torino i libri di poesia "Asfodeli" (1998), "La luna e la memoria" (2000), "Ombra della sera" (2002) e "Parole d’ombraluce" (2006); per le Edizioni del Leone di Venezia il libro "Onda per onda" con prefazione di Paolo Ruffilli (2007); per Youcanprint il libro di poesie d'amore "Amores" con introduzione dal "Simposio" di Platone (2014). Mi sono state pubblicate come 1° premio quattro sillogi di poesie: "Nell’isola dei miti", ALAPAF, Bagheria 1999; "La luna e la memoria", Edizioni del Cenacolo, La Spezia 2000, poi confluita nell’omonimo libro maggiore; "La memoria e la parola", ETS – Il Portone Letteraria, Pisa 2005; "L’anima e il lago", con prefazione di Giuseppe Panella della Scuola Normale Superiore di Pisa, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010; seconda edizione con Nota dell'autrice e Rassegna critica per Youcanprint, Lecce 2012 . Il mio saggio critico "Itinerario verso il 27 agosto 1950" è stato pubblicato nel 2009 dal Centro “Pannunzio”, nei suoi “Annali” 2008/2009, per il Centenario della nascita di Cesare Pavese. Per la Puntoacapo Editrice di Novi Ligure ho pubblicato nel 2011 un inserto di sette racconti nell’Almanacco Dedalus n. 1 ("Sette storie al femminile"). Nel 2012 ho pubblicato in volume singolo il saggio pavesiano "Itinerario verso il 27 agosto 1950" per le Edizioni Youcanprint di Lecce. Le "Sette storie al femminile", con Prefazione di A.G. Pessina e Nota dell'Autrice, sono uscite in volume individuale per Youcanprint, Lecce 2013. Nel 2014 ho pubblicato per Youcanprint il libro di poesie tutte d'amore intitolato "Amores", con introduzione di Platone dal "Simposio". Nel 2015 è uscito per Polistampa, collana "Sagittaria", il mio libro di poesia "Echi e sussurri", con prefazione del prof. Marco Onofrio e postfazione-nota editoriale del prof. Franco Manescalchi. Bellissime recensioni Mie poesie, talora tradotte in varie lingue straniere, qualche racconto e saggio artistico-letterario figurano in riviste e antologie anche per la scuola. Sono stata inclusa in alcune storie della letteratura contemporanea e in varie opere di critica letteraria. Eminenti critici hanno espresso giudizi di consenso sulla mia poesia e narrativa. *************** Questo blog non è una "testata" giornalistica e non è aggiornato con regolare periodicità. Privo dei due requisiti che lo dovrebbero contraddistinguere, non può pertanto considerarsi un "prodotto editoriale" ex lege 7/3/2001, n.62. Non è quindi soggetto alle disposizioni e agli obblighi previsti dagli art.2 e art.5 della Legge n.47/1948.
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