“L’AGAVE SU LO SCOGLIO ” di Giorgina Busca Gernetti per l’Anniversario della nascita di Eugenio Montale

.
L'agave sullo scoglio
L’agave su lo scoglio

“Ossi di seppia” di E. Montale

nella cornice delle Cinque Terre

di Giorgina Busca Gernetti

L'agave sullo scoglio.
.
Le Cinque Terre sembra che scaturiscano dalla viva roccia, arroccate come sono sulla falesia a picco sul mare, ora scabra ora coperta di fitti cespugli, oppure che strappino a strapiombi di viti e scogliere un piccolo lembo di terra su cui “poche case di annosi mattoni, scarlatte” si addossano l’una all’altra intorno a un piccolo porto di pescatori, ove i gozzi beccheggiano e le reti si asciugano al sole.
Sono cinque borghi marinari che hanno conservato intatto il l’aspetto medioevale, forse per il loro isolamento che il turismo, pur esaltando la bellezza singolare di questi luoghi, non è ancora riuscito a intaccare: sono infatti collegati fra loro solo dal mare o dalla ferrovia, oppure da impervi sentieri che “tra macchie di vigneti e di pinete, / petraie (…) calve e gibbosi dorsi di collinette”, tra “ulivi (…) qua e là disseminati come greggi” si arrampicano fino ai crinali dei monti che racchiudono questi paesi senza tempo, “fuori del mondo ormai abituale”. Compaiono all’improvviso quando il treno esce fischiando da una lunghissima galleria, oppure quando il turista che percorre a piedi il sentiero fra il verde si trova davanti agli occhi, talora a centinaia di metri sotto di sé, la distesa palpitante del mare e un gruppetto di case , divise solo da sottopassaggi o da un labirinto di vicoli angusti.
Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore, a breve distanza da Portovenere e da La Spezia, sono dunque cinque perle incastonate fra cielo, roccia e mare; un cielo inondato di luce mediterranea, rocce aspre a precipizio sull’acqua, alte come possenti muraglie che si stagliano sullo sfondo del cielo, un mare che s’increspa lievemente o che spumeggia rovesciandosi con furia sulla scogliera: “spiega la luce le sue grandi vele”; “architetture / possenti campite di cielo”; “lameggia nella chiaria / la vasta distesa, s’increspa”; “un mare pulsante, sbarrato da solchi, cresputo e fioccoso di spume”; “un ripiovere di schiume sulle rocce”.
In questi luoghi trascorreva l’estate quando era “smarrito adolescente” Eugenio Montale, nato a Genova cent’anni fa (il 12 ottobre 1896) da una famiglia che risiedeva a Monterosso da almeno due secoli e che nel 1900 vi aveva fatto costruire “la casa delle due palme”: “una pagoda giallognola e un po’ stinta, (…) con due palme davanti, simmetriche ma non proprio uguali”; “la casa delle mie estati lontane / (…) là nel paese dove il sole cuoce”, “il chiuso asilo / della nostra stupita fanciullezza”.
Chi è nato e vive presso il mare non può astrarsi da esso, tanto grande è la sua forza, tanto potente il suo fascino. Chi poi è poeta non può non esprimere ciò che ha visto udito odorato fin dai primi anni di vita, ciò che è stato il suo compagno di giuochi quando era fanciullo, ciò che impregnava di sé la sua memoria giorno dopo giorno, così come la salsedine o “l’amaro aroma del mare” impregna ogni cosa.
Montale aveva accumulato nella sua memoria quei luoghi aspri, isolati e silenziosi, quel mare dai mille volti e dalla bellezza maestosa e pura, quegli odori salmastri presso il porticciuolo e quei profumi intensi di maggiorana origano timo nei “broli stenti” fra le vecchie case. Aveva nella mente  quei ciuffi d’erbaspada che quasi per miracolo pendono dalle rocce; quello “scoglio lucente di sale” su cui da ragazzi si stendevano al sole e quel “tremulo asse” proteso sull’acqua da cui Esterina si tuffava fra le onde: “t’abbatti fra le braccia / del tuo divino amico che t’afferra”; quei sentieri tagliati nella parete rocciosa dove forse gli innamorati, fra cielo e mare, sognavano la loro felicità futura (Via dell’Amore infatti è chiamato il sentiero che serpeggia fra Manarola e Riomaggiore, aperto e sospeso sull’acqua tanto da suscitare un senso di vertigine). Aveva negli occhi immagini dimesse e usuali, talora squallide e desolate, quali “il polveroso prato”, “lo scalcinato muro”, “le pozzanghere mezzo seccate” oppure “le petraie d’un greto”, “le crepe del suolo” e “i calvi picchi”.
Questi elementi paesaggistici di una Liguria non leziosa e agghindata, ma irta e pietrosa, in cui la vita scorre ancora semplice e naturale come nel passato, scandita sul ritmo delle stagioni e plasmata dal mare, divengono lo strumento espressivo di Eugenio Montale attraverso un processo di emblematizzazione che egli stesso rivela con chiarezza: “Bisognava esprimere l’oggetto e tacere l’occasione-spinta. Un modo nuovo di immergere il lettore in medias res”. Vale a dire che il poeta nasconde l’occasione biografica in cui un dato “oggetto”, una “cosa” gli hanno offerto – come in un’illuminazione improvvisa – un “segnale” per comprendere il mistero della realtà, la spinta cioè a tentare di penetrare nel “segreto” delle cose, e presenta direttamente gli “oggetti” ormai divenuti simboli di situazioni esistenziali: ne derivano un susseguirsi di metafore apparentemente oscure e quelle scarne enumerazioni di “cose” nelle quali sono racchiusi i suoi sentimenti, le emozioni, le idee ormai spersonalizzati.
Negli Ossi di seppia – pubblicati nel 1925 – il linguaggio poetico è dunque tutto fatto di “cose – simboli” (“povere cose e grandi simboli” scrisse il critico De Robertis), intessuto di termini ora di una precisione naturalistica singolare (i nomi delle piante e delle erbe, ad esempio) ora tecnici, gergali, liguri, oppure rari e preziosi desunti dalla tradizione poetica, con un tono volutamente dimesso e colloquiale che ben si accorda sia con le immagini usuali e quotidiane, sia con la concezione radicalmente pessimistica della vita che mal sopporterebbe un tono alto e declamatorio.
Infatti Montale confida ad un immaginario interlocutore (il “tu” che sempre ricorre nella sua poesia): “Ascoltami, i poeti laureati / si muovono soltanto fra le piante / dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti. / Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi / fossi (…) le viuzze che seguono i ciglioni, / discendono fra i ciuffi delle canne / e mettono negli orti, tra gli alberi di limoni”. Se il “poeta-vate” incoronato d’alloro amava e cantava solo le piante preziose e superbe, il poeta Montale, poiché non ha più certezze ed ha scoperta l’illusorietà degli ideali proclamati da quei poeti, ama l’umile albero di limoni, che comunque, se compare da “un mal chiuso portone “con il giallo splendente dei suoi frutti, gli fa dire: “E il gelo del cuore si sfa / e in petto ci scrosciano / le loro canzoni / le trombe d’oro della solarità”.
Da questa scelta espressiva e dalla trasfigurazione delle cose in simboli nascono espressioni quali “le salmastre parole” che Montale avrebbe voluto rapire al mare, quelle parole “in cui natura ed arte si confondono / per gridar meglio la mia malinconia” e che invece si riducono al “mio balbo parlare”, a “questo mio ritmo stento”, a “qualche storta sillaba e secca come un ramo”.
Perché dunque questa incapacità di esprimersi se non con stentate parole aspre e scabre come le “sue” Cinque Terre? Poiché “questo solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.
E’ inutile infatti chiedere al poeta “la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe (…) e risplenda come un croco” poiché appunto l’animo è “informe”, non è più definibile con certezza: tutto è precario, sfuggente, indecifrabile e il poeta si trova nell’impossibilità di raggiungere non solo una certezza metafisica, ma persino la stessa coscienza dell’essere che non sia una triste consapevolezza della mediocrità dell’esistenza.
E’ inutile, ancora, domandare al poeta “la formula che mondi possa aprirti” poiché in una situazione esistenziale in cui egli, solo e isolato, non riesce più a trovare alcun rapporto né con le cose né con gli eventi, in un mondo in cui egli si sente soggetto alla dura Necessità che ci incatena e ci imprigiona nel suo meccanismo, non è più possibile proclamare messaggi di fiducia in un ordine provvidenziale o speranze in una certezza definitiva.
Beato allora l’uomo che se ne va sicuro perché non si pone questi interrogativi esistenziali (chi sono? che cosa voglio?) e vive in un’incosciente indifferenza. Infelice invece, ma coraggioso, chi se li pone sempre lucidamente e osa esprimere con amarezza la negatività dell’esistenza (appunto ciò che non siamo, ciò che non vogliamo).
E che cosa avrebbe voluto Montale in questo mondo ostile e indecifrabile in cui, invece, con la sua lucida osservazione e riflessione ha scoperta una tragica realtà che traluce da ogni cosa: il “male di vivere”?
“Spesso il male di vivere ho incontrato: / era il rivo strozzato che gorgoglia, / era l’incartocciarsi della foglia / riarsa, era il cavallo stramazzato”; una sofferenza cosmica dunque a cui egli può e sa opporre solo la “divina Indifferenza”: una stoica apatia ben diversa dall’inconsapevolezza dell’uomo che se ne va sicuro, un superiore distacco che ben si traduce nel simbolo della “statua nella sonnolenza / del meriggio” o del “falco alto levato”.
Che cosa avrebbe voluto dunque il poeta?
“Oh allora sballottati / come l’osso di seppia dalle ondate / svanire a poco a poco; diventare un albero rugoso od una pietra / levigata dal mare (…) Erano questi, / riviere, i voti del fanciullo antico / che accanto ad una ròsa balaustrata / lentamente moriva sorridendo”. Ma la fine dell’infanzia aveva del tutto vanificati questi sogni, mentre prima “rapido rispondeva / a ogni moto dell’anima un consenso/ esterno, si vestivano di nomi / le cose, il nostro mondo aveva un centro “ poiché il fanciullo Montale si sentiva in armonia con la natura.
“Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale / siccome i ciottoli che tu volvi, / mangiati dalla salsedine (…) Altro fui (…) Volli cercare il male / che tarla il mondo, la piccola stortura / d’una leva che arresta / l’ordigno universale (…) Altri libri occorrevano / a me, non la tua pagina rombante”. Ecco i “voti” insoddisfatti del poeta che non aveva saputo abbandonarsi al mare, al “padre”, all’”amico” simbolo di innocenza, libertà e salvezza come innocente, libera e felice è l’infanzia; la maturità aveva posto nel suo animo un desiderio febbrile di indagare per comprendere l’essenza ultima di quella realtà che, un tempo salda, conosciuta e amica, ora gli appariva instabile, precaria e indecifrabile: un’ansia metafisica destinata a non trovare risposta .
Eppure la salvezza sarebbe stata lì, davanti ai suoi occhi: il mare in cui Esterina si tuffava “con un crollar di spalle”, scrollandosi di dosso ogni contraddizione o triste presagio; ma egli la guardava restando immobile, egli che era “della razza di chi rimane a terra”, di chi resta al centro di una realtà corrotta – la terra/maturità in antitesi con il mare / innocenza dell’infanzia – rifiutando l’evasione che dà forse la felicità, ma che chiude gli occhi di fronte al vero.
Montale non cercava la salvezza per sé, ma la offriva agli altri: “Se procedi t’imbatti / tu forse nel fantasma che ti salva (…) Cerca una maglie rotta nella rete / che ci stringe, tu balza fuori, fuggi”. Per sé invece la sofferenza: “Vedi, in questi silenzi in cui le cose / s’abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto, / talora ci aspetta / di scoprire uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità”. Ma questo balenare improvviso è solo l’illusione di un momento poiché all’uomo, che pure “fruga d’intorno” con lo sguardo e “indaga” con la mente, non è consentito di decifrare la realtà: lo “scacco” lo attende ogni volta e gli rinnova l’angoscia di fronte al mistero.
Ben salda era invece un’amara consapevolezza: l’assurdità dell’esistenza rinvenuta in ogni “cosa”, in ogni condizione.
“Meriggiare pallido e assorto / lungo un rovente muro d’orto”. La vita, ormai disvelata agli occhi del poeta, appare come un cammino penoso, eterno e senza speranza, che comunque si deve percorrere in quest’arida solitudine ed esclusione: “Sentire con triste meraviglia / com’è tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”.
Ma l’uomo, le cose che soffrono possono trovare il loro riscatto proprio in questo patimento accettato consapevolmente, con un dovere di resistenza che riafferma la loro dignità. Ecco allora il simbolo dell’agave sullo scoglio, aggrappata tenacemente alle sue radici – le “sue” Cinque Terre – per non morire, benché la vita non offra che precarietà e patimenti.
“O rabido ventare di scirocco (…) ora son io / l’agave che s’abbarbica al crepaccio / dello scoglio / e sfugge al mare da le braccia d’alghe / che spalanca ampie gole e abbranca rocce”.
.
.
.
.                                                                        *****
.
.
DIDASCALIE DELLE ILLUSTRAZIONI
CHE CORREDAVANO IL SAGGIO

1.. “L’agave su lo scoglio” 2.. “La casa delle due palme” a Monterosso 3… Monterosso 4… Vernazza 5… Corniglia 5… Manarola 6… Riomaggiore 7.. “La Via dell’Amore” ..

.
.Pubblicata nella rivista turistico-culturale Albergo, Roma n. 8 / 1996
.
.
1° premio “Vivere il mare – V.G. Rossi” 1999, S. Margherita Ligure
..
1° premio “Il Cortile” 1999, La Spezia
.
*
.
Fotografia dell’ “Agave su lo scoglio” di Antonio Podestà
.
Tutti i diritti riservati
.
.
.
Annunci

Informazioni su Giorgina Busca Gernetti

Amo la poesia, la musica classica, la danza classica, il canto lirico, l'arte, l'archeologia, i fiori, gli animali e il mare. Compongo poesie fin dall'adolescenza, benché abbia iniziato tardi a pubblicarle. Scrivo anche racconti, recensioni o saggi artistico-letterari. Sono nata a Piacenza e mi sono laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Sono stata docente d’Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate, città dove tuttora vivo. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio Musicale di Piacenza. Sono socia di Centri culturali prestigiosi come il “Pannunzio” di Torino, “Novecento Poesia” di Firenze e l’“Accademia Internazionale d’Arte Moderna” di Roma. Ho pubblicato per Genesi di Torino i libri di poesia "Asfodeli" (1998), "La luna e la memoria" (2000), "Ombra della sera" (2002) e "Parole d’ombraluce" (2006); per le Edizioni del Leone di Venezia il libro "Onda per onda" con prefazione di Paolo Ruffilli (2007); per Youcanprint il libro di poesie d'amore "Amores" con introduzione dal "Simposio" di Platone (2014). Mi sono state pubblicate come 1° premio quattro sillogi di poesie: "Nell’isola dei miti", ALAPAF, Bagheria 1999; "La luna e la memoria", Edizioni del Cenacolo, La Spezia 2000, poi confluita nell’omonimo libro maggiore; "La memoria e la parola", ETS – Il Portone Letteraria, Pisa 2005; "L’anima e il lago", con prefazione di Giuseppe Panella della Scuola Normale Superiore di Pisa, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010; seconda edizione con Nota dell'autrice e Rassegna critica per Youcanprint, Lecce 2012 . Il mio saggio critico "Itinerario verso il 27 agosto 1950" è stato pubblicato nel 2009 dal Centro “Pannunzio”, nei suoi “Annali” 2008/2009, per il Centenario della nascita di Cesare Pavese. Per la Puntoacapo Editrice di Novi Ligure ho pubblicato nel 2011 un inserto di sette racconti nell’Almanacco Dedalus n. 1 ("Sette storie al femminile"). Nel 2012 ho pubblicato in volume singolo il saggio pavesiano "Itinerario verso il 27 agosto 1950" per le Edizioni Youcanprint di Lecce. Le "Sette storie al femminile", con Prefazione di A.G. Pessina e Nota dell'Autrice, sono uscite in volume individuale per Youcanprint, Lecce 2013. Nel 2014 ho pubblicato per Youcanprint il libro di poesie tutte d'amore intitolato "Amores", con introduzione di Platone dal "Simposio". Nel 2015 è uscito per Polistampa, collana "Sagittaria", il mio libro di poesia "Echi e sussurri", con prefazione del prof. Marco Onofrio e postfazione-nota editoriale del prof. Franco Manescalchi. Bellissime recensioni Mie poesie, talora tradotte in varie lingue straniere, qualche racconto e saggio artistico-letterario figurano in riviste e antologie anche per la scuola. Sono stata inclusa in alcune storie della letteratura contemporanea e in varie opere di critica letteraria. Eminenti critici hanno espresso giudizi di consenso sulla mia poesia e narrativa. *************** Questo blog non è una "testata" giornalistica e non è aggiornato con regolare periodicità. Privo dei due requisiti che lo dovrebbero contraddistinguere, non può pertanto considerarsi un "prodotto editoriale" ex lege 7/3/2001, n.62. Non è quindi soggetto alle disposizioni e agli obblighi previsti dagli art.2 e art.5 della Legge n.47/1948.
Questa voce è stata pubblicata in arte, critica letteraria, narrativa, recensioni, saggistica e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...