Intervista di Fulvio Castellani a Giorgina Busca Gernetti (2006)

INTERVISTA di FULVIO CASTELLANI 

GIORGINA BUSCA GERNETTI

OVVERO LA COERENZA POETICA DELLA PAROLA

 

Se “il lago azzurro freme per la brezza / che ricama ed increspa / la sua lucente seta sotto i raggi / d’un sole d’oro”, la parola acquista in Giorgina Busca Gernetti una musicalità ed una rotondità che finiscono per ricamare un ordito poetico a dir poco unico, unitario, inconfondibile.

Ciò spiega il perché nel giro di pochi anni, sia riuscita ad entrare nel “cuore” di quanti amano la poesia autentica, il fascino della parola che suggerisce, che invita alla riflessione, che stuzzica un interesse non epidermico.

Giorgina Busca Gernetti, infatti, ha trovato nella poesia (e questo da sempre, anche se il suo tuffo ufficiale nel contesto della poesia contemporanea è avvenuto una decina d’anni orsono) il lasciapassare per catturare a sé quelle emozioni e quei ricordi che costituiscono, poi, il tessuto stesso del suo essere donna e del suo vivere a tutto tondo la realtà d’oggi nonostante i giochi della convivenza non siano sempre gratificanti.

“La mente deve essere libera, altrimenti resta inerte come un albatro incatenato”, ha affermato a suo tempo parlando di poesia; ebbene lei dimostra, e lo sta dimostrando in ogni circostanza, la sua innata libertà interiore, la sua gioia nel coniugare verità ed attese, la sua forza nello spingere sull’acceleratore dei sentimenti per dare corpo e consistenza non materica ai suoi voli dentro ed oltre il sogno, il diario quotidiano…

Ecco che in tal modo, come abbiamo già avuto modo di evidenziare, ogni sua poesia diventa un “piccolo-grande mosaico di rintocchi e di parole che racchiudono visioni, elementi per meditare, brividi epocali”.

Di recente, tra l’altro, presso la Cave des Poètes a Torino, è stata al centro di un incontro con la sua poesia nell’ambito della manifestazione “La gioventù del mondo”, promossa dalle associazioni “Piazza dei Mestieri” e “Elogio della Poesia”. Ed anche in tale occasione, il suo percorso poetico ha ricevuto dei lusinghieri apprezzamenti, come si conviene, del resto, a chi, come lei, alla poesia va dedicando il meglio di sé ed un’attenzione costante, diuturna.

Citare i premi da lei vinti ed i critici che si sono occupati del suo io creativo sarebbe logico a questo punto. Ma perché, invece, non metterla un po’ sotto torchio sollecitandola a liberare il suo mondo poetico? Detto e fatto.

D – Com’è avvenuta la decisione di pubblicare la Sue prima silloge poetica a distanza di molti anni da quando si era sviluppata in Lei l’idea di scrivere versi?

R – La mia vocazione per la scrittura poetica, al pari di quella per la musica, è nata fin dall’infanzia, ma la vera e propria composizione di testi è avvenuta nell’adolescenza, grazie alla lettura, scolastica o privata, di poesie per me affascinanti e alla conoscenza della tecnica compositiva, della metrica e della stilistica, in quel tempo materia di studio nella scuola media inferiore. Quando avevo 18 anni mi è stata pubblicata una poesia nella rivista Selezione Piacentina, quasi fosse l’inizio di una consuetudine desiderata e realizzabile, poiché le poesie si accumulavano di anno in anno in un mio “zibaldone” segreto. Purtroppo mi sono lasciata “incatenare” dai numerosi impegni che mi hanno imposti la frequentazione dell’università a Milano, il matrimonio, il trasferimento in una città diversa da quella natale (Piacenza), la famiglia e l’insegnamento al liceo classico, da me assolti con dedizione forse eccessiva. La poesia, perciò, è rimasta a lungo un mio grande amore coltivato in segreto, nell’attesa di un tempo in cui, finalmente, io potessi dedicarmi soprattutto a me stessa e alle mie vocazioni. Ecco, dunque, l’anno decisivo per la mia “uscita dall’eremo”: nel 1998 ho pubblicato il primo libro di poesia dal titolo Asfodeli ed ho partecipato a numerosi concorsi letterari.

D – In pochi anni, comunque, precisamente dal novembre 1998, ha dato alle stampe non poche sillogi ed ha conseguito non pochi e prestigiosi riconoscimenti. Cos’è che L’ha gratificata maggiormente?

R – Senza dubbio la pubblicazione dei miei quattro libri presso Genesi di Torino (Asfodeli nel 1998, La luna e la memoria nel 2000, Ombra della sera nel 2002 e Parole d’ombraluce nel gennaio del 2006), cui posso aggiungere tre brevi sillogi pubblicate da Associazioni culturali perché vincitrici di concorso, ad esempio La memoria e la parola (ETS, Pisa, 2005). Non è tanto la pubblicazione in sé e per sé, benché desiderata così a lungo, la causa di tanta soddisfazione, quanto tutto il “lavoro d’officina” che la precede (scelta e disposizione delle poesie secondo un criterio ben preciso e un progetto direi quasi architettonico), quando le composizioni da includere nel libro in fieri sono già perfectae, vale a dire elaborate nella stesura definitiva e perfezionate con un lungo labor limae d’oraziana memoria. Solo di poco, quasi di un soffio seguono i numerosissimi premi letterari conseguiti, i quali, soprattutto quelli che Lei definisce “prestigiosi”, sono un’assai gratificante conferma, pur da visuali diverse espresse nelle motivazioni, che la mia opera vale almeno “qualcosina”.

D – C’è qualcuno che, in un certo senso, L’ha scoperta e L’ha sollecitata ad esporsi alla critica, spesso feroce ed abbastanza restia nel dare spazio alle voci nuove? Ne parli

R – Proprio “scoperta” nel senso letterale del termine? Dovrei indicare il giovane redattore della rivista Selezione Piacentina (attualmente regista cinematografico e televisivo) che mi “rubò” una delle poesie affidategli solo per una breve lettura e che, invece, mi fece la bella sorpresa di mostrarmela pubblicata nella rivista, con una fotografia sottrattami chissà quando e come. Tale poesia (Dopo la pioggia) è ora inclusa in Asfodeli senza alcuna variazione. Debbo però indicare l’editore della Genesi di Torino, Sandro Gros-Pietro, per un altro genere di scoperta, nel senso che ha accettato di pubblicare il mio primo libro senza alcun’esitazione, aprendomi subito quella strada che successivamente ho percorsa con successo di libro in libro. Egli, inoltre, mi ha sempre spronata a non rinchiudermi di nuovo nel mio “eremo” (l’indole schiva mi spinge purtroppo in questa direzione), ma a farmi conoscere e ad espormi al parere dei critici, benché potenzialmente feroci, suggerendomi i nomi dei più ragguardevoli e le riviste letterarie più serie. Inoltre il prof. Carmine Manzi, che mi ha apprezzata nel concorso Paestum (da lui creato e diretto per quasi mezzo secolo), mi ha spesso consigliata in questo senso, privilegiando la critica rispetto ai concorsi letterari per una più approfondita valutazione delle opere. Quanto alla ferocia dei critici verso le voci nuove, per mia fortuna non l’ho sperimentata, anzi, persino sull’“opera prima” ho ricevuto giudizi d’apprezzamento lusinghieri, di cui sono davvero grata a chi li ha espressi con serietà professionale e giusti rilievi, utili per una continua crescita o per una riflessione critica sulle mie opere. Non cito nessun nome nel timore di qualche involontaria omissione.

D – Fantasia e realtà fanno un tutt’uno nella Sua poesia. Ma cos’è che l’ispira soprattutto e che Le dà la giusta carica per mettere a segno emozioni, ricordi, indagini dentro l’io…?

R – Ciò che afferma è vero: la fantasia (lode a Gian Battista Vico!) e la realtà (sia quella psicologica, vale a dire l’autenticità dei sentimenti, sia quella concreta della vita nel suo svolgersi per me e intorno a me) nutrono i miei versi compenetrandosi o intrecciandosi in una struttura che può ricordare la “fuga” musicale. Emozioni, sentimenti, rimpianti, speranze, assiduo e profondo scavo interiore, immagini del mio passato, fantasticherie esistenziali o mitologiche, contemplazione della natura, paesaggi-stati d’animo, in breve tutto ciò che Ella ha colto perfettamente nei miei scritti m’ispira, ma è “mosso” (leggi: individuato, suscitato, rievocato, instillato, creato) e diviene poesia, attraverso il complesso percorso della poiesi, solo quando nell’animo e nella mente si accende una scintilla (divina?) che eccita tutte le facoltà preposte alla composizione poetica, in primis l’intuizione, capace di spingersi oltre il fenomenico e di addentrarsi nel mistero, anche in quello dell’animo.

D – Come vivono in Lei i sentimenti dell’amore e dell’amicizia, la felicità e il dubbio, la fede e l’effimero?

R – L’amore e l’amicizia sono sentimenti essenziali nella vita umana, quasi fossero un’intensa luce senza la quale la vita stessa non sarebbe possibile (non alludo solo al regno vegetale). Senza la luce tutto sarebbe opaco, triste, persino squallido nella realtà concreta e nell’animo. Il calore dell’amicizia intorno a me sarebbe indispensabile, ma purtroppo io ho una sola vera amica, Franca, che mi è sempre stata vicina con affetto e comprensione fin dagli anni del ginnasio, benché da molto tempo viviamo in città diverse. Grazie alla mia partecipazione a convegni letterari e a premiazioni in tante città ho allacciato con altri poeti molti rapporti amichevoli, talora sfumati d’affettuosa simpatia, ma anche in questo caso la lontananza impedisce la frequentazione, quindi non mento se parlo spesso di solitudine. L’altra luce della vita, l’amore, è invece più viva in me e intorno a me, sia per l’uomo che mi vive accanto da molti anni, sia per il frutto di questo sentimento, la mia amatissima figlia Francesca. Sembrerà anomalo, ma questi due esseri non compaiono mai nelle mie opere, almeno esplicitamente; forse il primo dei due è riconoscibile in un’allusione nella poesia Volterra, ma sulla seconda resta il mistero. Nei due ultimi libri, però, sono presenti le sezioni Eros e Amores che nel titolo annunciano il tema delle poesie, appunto l’amore per un uomo in tutta la sua fenomenologia, dal primo turbamento al dolore lacerante del discidium, al rimpianto o all’“opaca indifferenza”. Il sentimento amoroso inoltre è presente anche in Asfodeli, sebbene alternato ad altri temi, tuttavia sentito e vissuto in modo profondo e drammatico. Come si spiega allora questo mio comportamento contraddittorio? Il tema erotico è nato insieme con la poesia, con i lirici greci che hanno dato inizio ad una lunghissima schiera di grandi poeti d’amore. Con ciò non affermo che i miei amori cantati nelle poesie sono solo un tema letterario tratto dalla tradizione, anzi, confesso che i sentimenti espressi nei miei versi, non solo l’amore, sono sempre autentici. Se poi esistano veramente un Tizio o un Caio da me amati, non si sa, come non si sa se sia esistita Laura quale appare in “Chiare, fresche e dolci acque”. Posso affermare però, con i versi di Saffo, che l’amore travolge l’animo “come vento sui monti s’abbatte su una quercia”. La felicità è stupenda, ma troppo intermittente nella mia vita, mentre il dubbio è una presenza costante che mi tormenta ma, nel contempo, mi spinge a riflettere sempre su ciò che dico o faccio, in un continuo e severo esame di coscienza. Costante è anche un altro dubbio di ben più profonda portata che m’induce ad interrogarmi sul nostro destino di creature effimere, sulle ragioni dell’esistere, sulla morte e sull’Oltre, sul mistero in cui viviamo immersi senza strumenti con cui decifrarlo, tutti temi essenziali della mia poesia. La fede è viva nel mio animo, però cerco Dio, la Sua voce, la Sua presenza tra gli uomini, direi quasi il Suo intervento nelle vicende troppo atroci senza trovare alcun segno di Lui. C’è “solo buio e silenzio” intorno a me, che Lo cerco in una chiesa deserta nella poesia dal titolo Dove sei? nel libro La luna e la memoria, oppure Gli chiedo: “Dove guardavi, Dio?” nella poesia sulla strage di scolaretti a Beslan, nel libro Parole d’ombraluce. Quanto all’effimero, vita terrena compresa, lo considero per quello che è, vale a dire breve, precario, “della durata di un giorno”, seguendo i saggi consigli di Orazio a Leuconoe e non illudendomi di avere per sempre ciò che forse mi appartiene solo oggi.

DLei divide le Sue raccolte di poesie sempre in diversi capitoli o, se preferiamo, in stazioni di sosta? Perché?

R – Dividere in varie sezioni la propria opera, tutta percorsa e unita da un Leitmotiv, è una forma di critica esercitata sulle singole composizioni nel momento in cui si decide di organizzare secondo un progetto ben articolato un “libro”, non una “raccolta” di poesie sciolte. Cesare Pavese, come poeta, lavorava in questo modo, stendendo vari elenchi delle sue poesie ripartite secondo il comune motivo lirico. Per consuetudine io raggruppo in una stessa sezione, con un titolo ben preciso e un’epigrafe che ne anticipi quasi il contenuto, le poesie che, pur nella varietà degli argomenti, hanno in comune lo stesso tema, ad esempio il disagio esistenziale nella sezione Aegritudines di Parole d’ombraluce. Cogliere il tema di una lirica o la tematica di un libro è appunto uno dei compiti della critica, quando analizza il “contenuto” di un testo. Bella, però, la Sua definizione di “stazioni di sosta”, poiché ogni mio libro può essere inteso come un lungo viaggio dello spirito verso una meta molto lontana.

D – Tra le motivazioni avute in occasione dei primi premi da Lei vinti, qual è quella che L’ha resa più felice e che ha centrato più a fondo il Suo pensiero?

R – È difficile rispondere perché rischio di apparire adulatrice se indico proprio la Sua, per il 1° premio “Il Convivio” assegnato al libro Ombra della sera, come affermai durante la cerimonia di premiazione evidenziando l’esatta corrispondenza tra le Sue parole e il mio pensiero. Sono moltissime, però, le motivazioni raccolte nella mia breve “carriera”, perciò numerose quelle dalle quali, seppure per motivi diversi, ho ricavato soddisfazione e persino felicità perché sono stata capita, cosa che non mi succede molto spesso nella vita quotidiana. Indicherei allora quella brevissima, per il libro La luna e la memoria, dietro la quale stava il prof. Vittorio Vettori, presidente di giuria del premio “Firenze-M.Conti”: “Per la lineare coerenza della sua poetica e della sua parola”. Per me la coerenza è una virtù somma, come per il filosofo Seneca.

D – Lei Si è rivolta, in una poesia, alla luna dicendo: “Qual sorte m’attende alla meta?”. Ha paura della morte, dell’Oltre, del Nulla? Ne parli.

R – Non temo la morte perché la considero un’opposizione complementare e integrativa della vita, come la notte e il giorno, l’inverno e la primavera, essenziali l’uno per l’altra tanto da non avere senso disgiuntamente dal proprio contrario. La morte è un evento naturale che riguarda tutti gli esseri viventi, quindi è una meta verso cui camminiamo fin dalla nascita. Non temo nemmeno l’Oltre perché credo nella sopravvivenza dello spirito, o almeno di qualcosa che “prima” costituiva il nostro “io”, pur non sapendo con certezza in quale “luogo” o in quale “forma di nuova vita” esisteremo ancora. La Soglia, di cui parlo spesso nelle poesie su questo tema lirico, mi rende dubbiosa appunto perché non so che cosa vi sia di là, se il buio totale o “la chiara luce che appaga”, in breve la mia sorte. Nella poesia da Lei citata invoco il Nulla, che evidentemente non temo e mi prefiguro leopardianamente come quiete assoluta, “purché svanisca quest’atra amarezza / quest’angoscia che l’anima tormenta”. Il Nulla è l’Infinito in cui anch’io naufragherei dolcemente insieme al Poeta.

D – C’è un poeta contemporaneo che predilige e che ancora non ha ricevuto quella notorietà che si meriterebbe? I motivi.

R – È difficile per un poeta ottenere la notorietà meritata in un mondo che privilegia certi personaggi pubblici discutibili, saltuariamente scrittori e sùbito ai primi posti nella classifica dei libri più venduti o pubblicizzati in altrettanto discutibili trasmissioni televisive. Le stesse case editrici di gran nome danno spazio a costoro e ignorano il poeta che cerca di farsi strada con le proprie qualità letterarie, ma spesso privo di “conoscenze” che aprano ogni strada, compresa quella di certi premi letterari per pochi privilegiati. In questa situazione ostile e ingiusta mi sembra che non sia stato ancora apprezzato in proporzione ai suoi meriti effettivi il poeta Massimo Scrignòli, autore di varie raccolte poetiche tra cui ho letto con profonda immedesimazione Buio bianco e Lesa Maestà. Non voglio dilungarmi sulle opere per la tirannia della pagina, quindi evidenzio solo qualche punto in comune tra noi, pur nella diversità di stile del dettato poetico. Evidente è l’influsso della musica classica sulla nostra poesia, in particolare del poema sinfonico di G.Mahler “Il canto della terra”, intitolato come una sezione del mio libro Ombra della sera e terminante con quell’Ewig (eternamente) ripetuto fino alla dissolvenza come il mormorio del mare in una poesia di Scrignòli. Inoltre entrambi siamo affascinati dal poeta indiano Rabindranath Tagore che egli ha tradotto finemente ed io ho posto in esergo al mio libro indicato poche righe sopra. Infine, ma solo per brevità, le frequenti citazioni dotte non per sfoggio erudito, bensì per devozione verso i poeti più amati o più vicini al nostro sentire.

D – È vero che quando muore un poeta muore una parte di noi, una voce che proviene dall’infinito e che percuote il silenzio che troppo spesso accompagna le stagioni del vivere?

R – Credo proprio di sì. Se esiste un’anima universale di cui ogni anima è una particella, oppure in cui si concentrano tutte le anime formando un tutt’uno coeso, siccome il poeta è l’interprete e la voce di tale anima infinita, la sua morte ci priva di qualcosa, poiché nelle sue parole noi udivamo ciò che pensavamo e non sapevamo dire, vedevamo quel barlume di mistero che da soli non sapevamo captare, percepivamo un legame affettivo che ci faceva sentire meno soli in questa landa desolata che è la nostra vita, sentivamo una forza morale capace di infrangere questo “infinito silenzio” da cui siamo oppressi e quasi incarcerati.

***

(pubblicata in Fiorisce un Cenacolo, n. 10-12/2006).

***

Dopo questa intervista del critico Fulvio Castellani e varie presentazioni del libro pubblicato in questo stesso 2006 (Parole d’Ombraluce, Genesi Editrice, Torino 2006), il 4 ottobre 2007 avvenne inaspettatamente una rottura totale con la casa editrice con cui avevo già pubblicato 4 (quattro) libri di poesie. La causa mi è ignota e le giustificazioni addotte da chi l’ha voluta sembrano appigli dettati più da gelosia femminile e sottomissione maschile che non da fatti reali imputabili a me.

Questo atto inqualificabile, con cui si giunse persino a ritirare dal commercio il mio libro Parole d’ombraluce, mi causò immediatamente una crisi così profonda che compii un atto autolesivo contro di me. Ma mi salvarono.

Fu molto difficile accettare la sopravvivenza e riprendere la penna in mano.

Giorgina Busca Gernetti

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Informazioni su Giorgina Busca Gernetti

Amo la poesia, la musica classica, la danza classica, il canto lirico, l'arte, l'archeologia, i fiori, gli animali e il mare. Compongo poesie fin dall'adolescenza, benché abbia iniziato tardi a pubblicarle. Scrivo anche racconti, recensioni o saggi artistico-letterari. Sono nata a Piacenza e mi sono laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Sono stata docente d’Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate, città dove tuttora vivo. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio Musicale di Piacenza. Sono socia di Centri culturali prestigiosi come il “Pannunzio” di Torino, “Novecento Poesia” di Firenze e l’“Accademia Internazionale d’Arte Moderna” di Roma. Ho pubblicato per Genesi di Torino i libri di poesia "Asfodeli" (1998), "La luna e la memoria" (2000), "Ombra della sera" (2002) e "Parole d’ombraluce" (2006); per le Edizioni del Leone di Venezia il libro "Onda per onda" con prefazione di Paolo Ruffilli (2007); per Youcanprint il libro di poesie d'amore "Amores" con introduzione dal "Simposio" di Platone (2014). Mi sono state pubblicate come 1° premio quattro sillogi di poesie: "Nell’isola dei miti", ALAPAF, Bagheria 1999; "La luna e la memoria", Edizioni del Cenacolo, La Spezia 2000, poi confluita nell’omonimo libro maggiore; "La memoria e la parola", ETS – Il Portone Letteraria, Pisa 2005; "L’anima e il lago", con prefazione di Giuseppe Panella della Scuola Normale Superiore di Pisa, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010; seconda edizione con Nota dell'autrice e Rassegna critica per Youcanprint, Lecce 2012 . Il mio saggio critico "Itinerario verso il 27 agosto 1950" è stato pubblicato nel 2009 dal Centro “Pannunzio”, nei suoi “Annali” 2008/2009, per il Centenario della nascita di Cesare Pavese. Per la Puntoacapo Editrice di Novi Ligure ho pubblicato nel 2011 un inserto di sette racconti nell’Almanacco Dedalus n. 1 ("Sette storie al femminile"). Nel 2012 ho pubblicato in volume singolo il saggio pavesiano "Itinerario verso il 27 agosto 1950" per le Edizioni Youcanprint di Lecce. Le "Sette storie al femminile", con Prefazione di A.G. Pessina e Nota dell'Autrice, sono uscite in volume individuale per Youcanprint, Lecce 2013. Nel 2014 ho pubblicato per Youcanprint il libro di poesie tutte d'amore intitolato "Amores", con introduzione di Platone dal "Simposio". Nel 2015 è uscito per Polistampa, collana "Sagittaria", il mio libro di poesia "Echi e sussurri", con prefazione del prof. Marco Onofrio e postfazione-nota editoriale del prof. Franco Manescalchi. Bellissime recensioni Mie poesie, talora tradotte in varie lingue straniere, qualche racconto e saggio artistico-letterario figurano in riviste e antologie anche per la scuola. Sono stata inclusa in alcune storie della letteratura contemporanea e in varie opere di critica letteraria. Eminenti critici hanno espresso giudizi di consenso sulla mia poesia e narrativa. *************** Questo blog non è una "testata" giornalistica e non è aggiornato con regolare periodicità. Privo dei due requisiti che lo dovrebbero contraddistinguere, non può pertanto considerarsi un "prodotto editoriale" ex lege 7/3/2001, n.62. Non è quindi soggetto alle disposizioni e agli obblighi previsti dagli art.2 e art.5 della Legge n.47/1948.
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