Marco Onofrio, Prefazione al libro di poesia “Echi e sussurri”, Polistampa, Firenze 2015

 

 

PREFAZIONE di MARCO ONOFRIO

  Giorgina Busca Gernetti è una “sognatrice dell’essere”; ma non si perita di appartenere anche al divenire, scandagliando le profondità nascoste dalla maschera apparente. Cerca l’eterno nel tempo, e questo è il movimento del suo sguardo: inseguendo la chioma della sua stella, affonda gli occhi in cielo e scopre l’iridescente complessità che innerva ogni atomo del mondo. Le materie e le energie innumerevoli della totalità – orizzonte sempre irraggiungibile – vengono da lei articolate sotto forma di scansione puntuale dei singoli portati, cioè di analisi infinitesime delle sfumature, di appercezione dei passaggi nevralgici, di lettura delle soglie critiche, e così ricondotte – attraverso le innumerevoli stratificazioni dello sguardo – ad essere poesia, nella condensazione eidetica ed epistemica dell’esperienza che il percorso delle sessantaquattro composizioni qui raccolte svolge e racchiude, a mo’ di sintesi esemplare.

Il segnacolo di questo percorso è già nel titolo. Gli echi ci introducono al cosmo dell’“eterno ritorno”, ovvero a un’idea fondamentale di immutabilità ciclica nell’impermanenza. C’è un residuo ontologico al fondo del perenne divenire, per cui «tutto scorre come un fiume», ma ciò che è accaduto è incancellabile (neanche Dio può far sì che non sia accaduto): resta e ritorna per sempre. I sussurri alludono alla vocazione linguistica (tra lo svelarsi semiotico e il ritrarsi simbolico) del reale, per cui tutto comunica incessantemente, liberando l’essenza del proprio essere ed emettendo il segnale della sua presenza, nella conferma temporale dello spazio. Il vento, ad esempio, è «affabulante», racconta le fatiche degli uomini, la sofferenza eterna della vita. E le stelle sono «trama di miti / intessuta d’eterno»: linguaggio cifrato di «segni arcani» che «effondono una casta / ineffabile quiete» e, insieme, un brivido di orrore.

Il presupposto della poesia è la disposizione all’ascolto. Occorre raggiungere il silenzio, cioè staccarsi dalle sovrastrutture, gli inganni, le false voci dell’io. Svuotarsi delle interferenze. Trasformarsi in «orecchi che ascoltano», come scrive Rilke citato in apertura di libro: solo così è possibile ritrovare la «traccia infinita» del «Dio perduto». Il silenzio, in realtà, è pieno di magie segrete da sfogliare come infiorescenze, «voci impercettibili», brividi, fremiti, riverberi. Il silenzio parla e sussurra con le «mute vibrazioni del tempo» che il poeta percepisce e raccoglie, iniettandole dentro le parole. Ecco perché il percorso poetico nasce dalla notte (“Fiori della notte” si intitola la prima sezione) intesa come spoliazione, sprofondamento, varco per raggiungere l’essenza. La notte è sacra, è madre, è amica. La poetessa aspira ad annullarsi nel suo alveo originario, in guisa di regressione uterina: «Accoglimi nel seno / del tuo corpo materno, sacra notte». La notte, inoltre, è un simbolo spirituale che esprime, suggestivamente, un’ascesa dentro la discesa: occorre affrontare e attraversare l’ombra per placare le «tenebre dell’anima», poiché «solo nel buio» può spalancarsi la radura luminosa dell’essenza. È nel buio, peraltro, che «germina il seme»: «la gemma nel buio / la vita dalla morte attende». Impossibile rinascere, se prima non si è disposti a morire. Giacché la realtà è impastata di metamorfosi, è un caleidoscopio di energie impegnate nella trasmutazione eterna della materia. La “machina” del divenire è come la bocca di un’immensa impastatrice che tutto rimescola incessantemente: «Tutto trascorre dalla vita a morte / da morte a vita forse in altra forma» in un ritmo cosmico di «vita e morte, rinascita e ancor morte», come il ciclo delle stagioni. Al centro di questa metamorfosi c’è il Logos, il plesso nodale che raccorda le energie e il raggio multiverso delle loro direzioni. È la divina necessità: «la mole / che grava sulle cose», le regge da dentro e le fa andare come devono. La stessa forza per cui nella clessidra i «granelli di sabbia non si fermano. / Non c’è parola magica / per interrompere quel flusso tragico / della vita che fugge inesorabile».

Lo sguardo del poeta funge da raccordo olistico tra le figure del nascente che sorgono («tenera foglia danzante nel vento»; «parola che sboccia»; «vibrante a nuova vita») e quelle moriture che scompaiono («Si sta spegnendo quella luce fioca»; «eco vanescente»): le ricompone in superiore armonia dialettica, oltre il conflitto dei loro contrari. È questa la dimensione creativa che spinge Giorgina Busca Gernetti al confronto ineludibile con il rischio dell’Aperto (πειρον) senza appigli, e quindi anzitutto col pensiero della morte (il pensiero dei pensieri) che tutto azzera, ogni cosa riconducendo alla verità. Ecco allora l’effimero dei giorni come sogni, o bolle inconsistenti di sapone, e la vita brevis, la «lotta del vivere» e lo sforzo «vano». Ecco la consapevolezza di essere «un nulla» nel tutto «immenso e vago» che fugge «verso un baratro oscuro, un nero abisso. // Abisso che sprofonda in un abisso». Ed ecco il «vuoto amaro», il «carcere / d’amarezza», l’«abisso dell’animo straziato» che opprime l’uomo solo: solo perché incapace di scendere a patti con le ipocrisie e le maschere del vivere sociale; solo, come visse e morì Cesare Pavese.

Eppure la vita «trova un varco tra gli ostacoli / più avversi». Non tutto è perduto! Scrive Rilke nei Sonetti a Orfeo che le immagini della realtà e ogni minima cosa esistente, in qualunque momento del tempo, appartengono «al Tutto, al radioso disegno». Quali sassi opporre al Vuoto per circoscrivere lo spazio umano del focolare? Anzitutto l’amore, il talismano che dà senso e sapore all’esistenza: «Buia è la vita senza amore, è vuota / come guscio, in inverno, di cicala». Il calore e la dolcezza dei sentimenti («anni di baci e tenere carezze») proteggono il cuore dalla minaccia del gelo cosmico, che incombe per legge di entropia. C’è poi il conforto delle ricordanze: «Memorie mie, ombre vaghe dei sogni, / tornate ad affollare questo vuoto, / (…) tornate a me, fermatevi: / in voi la salda mano che m’afferra, / la sola dolce voce che mi salva / dal baratro, dal buio / del mio silenzio eterno». Affondare il cuore nella memoria significa sublimare la perdita di ciò che pure è ormai inafferrabile, per ritrovarlo magicamente “salvo” nel dominio struggente del canto; i versi, così – rinnovando l’illusione di un tempo inalterato – sciolgono i lacci del distacco “retorico” e si effondono, con trasporto intimistico e sincero, sotto forma di confessione privata, ovvero dolente catarsi elegiaca. Così è, ad esempio, per le bestiole perdute dell’infanzia: il boxer Artù, il topolino Francis, e soprattutto il canarino Lillo: «Ti ho sentito cantare come prima / della tua amara morte (…) / Lillino mio adorato, torna ancora / nei miei sogni, ti prego, canta e vola! / (…) il dolce tuo piccolo corpo / che solo immobile ho potuto stringere / tra le mie mani, freddo e senza vita. / Solo allora ho baciato cento volte / la tua soffice, amata “palla gialla”. / Ritorna Lillo! Torna nei miei sogni!». Dove, peraltro, ha modo obliquamente di rinnovarsi la mitologia orfica della Ποίησις come termine ideale che, nel suo oggetto, «solo immobile» (cioè soltanto come “forma” estratta dalla “vita”) è possibile raggiungere e afferrare: Orfeo ha bisogno di perdere Euridice, voltandosi a guardarla, per averla – finalmente sicura e ferma – nell’eternità.

Affidarsi a cose che non ci sono più come ad appigli di «salda mano» significa porre su fondamenti invisibili la realtà più autentica del proprio tracciato evolutivo e, in questo, corrispondere alla propria vocazione poetica costitutiva. Il muro della memoria viene percorso a ritroso, perlustrato in ogni andito e addirittura oltrepassato, fino a sfiorare il riflesso del suo coté “metafisico”: ed ecco il ricordo senza tempo della condizione prenatale, la nostalgia della pienezza perduta, astratta in quintessenza, nella deriva di una «musica celeste / ignota alla mia mente, ormai lontana / dall’assordante musica terrena». E c’è poi, al pari del ricordo, il rifugio del sogno, dove accade l’ignoto, la misteriosa apertura del segno che si svela.

La condizione umana si definisce nel dubbio “amletico” «Vita o esistenza?». Usare la cultura per trasfigurare la propria natura evolutiva, completando l’opera di Dio, ma con ciò stesso aprire i canali energetici a una sensibilità più acuta, vasta e dolorosa; oppure accettare di essere “sereni” in quanto più vicini all’animale? Vengono subito in mente luoghi celebri della nostra cultura, come il «fatti non foste» della Commedia (Inf. XXVI) o la natura umana indeterminata e libera di cui argomenta Giovanni Pico della Mirandola (De hominis dignitate, 18-23). Ugualmente e profondamente umani sono sia lo slancio evolutivo verso l’ignoto, proteso alla maggiore conoscenza; sia la tentazione dell’oblio, il bisogno di perdere i confini e confondersi con le cose. Ecco, da un lato, l’ansia metafisica che induce il poeta a bramare il vertice, come attratto da turbini svettanti di ascensione, per cui l’anima che anela all’infinito è «albatro puro assetato d’azzurro», e si dibatte nel carcere della materia, e sente la terra non come patria ma doloroso esilio dal cielo, e chiede all’Angelo di liberarla dai lacci dell’angoscia, di spezzare le catene, di farla vagare libera «oltre le bianche nuvole» per raggiungere la pienezza della verità; dall’altro, con movimento opposto e complementare, il cupio dissolvi dove tuffare l’immensa stanchezza di esistere e resistere («Dormire a lungo. Forse un sonno eterno / piuttosto di una scheggia d’atra vita») fino ad abbracciare la smemorante quiete del non essere: «la pace io attendo, / il Nulla, piuttosto, nell’Oltre, / purché svanisca quest’atra amarezza, / quest’angoscia che l’anima tormenta». Sono qui i nutrimenti simbolici – ovvero il retroterra percettivo e gnoseologico – da cui sgorgano certe composizioni intessute di ricerca conoscitiva, di scavo infinitesimo, di struggente chiarificazione autologica.

La lirica di Giorgina Busca Gernetti ha incisa, negli apici del suo “entusiasmo” panico e del suo ardore creativo, una radice “epica”, di apertura cosmica e meditazione metafisica, che utilizza la parola per consentire alle cose di manifestarsi, di incarnarsi in suono. Il mondo appare alle parole in ragione della loro capacità di circoscrivere “un” mondo, anzi: di farsi mondo. Ecco ad esempio, particolarmente riuscita, una rappresentazione ritmica e fonosimbolica del fiume: «Scorre lento il mio fiume tra i piloni / del ponte che due terre opposte unisce / mentre l’acqua le scinde e le lambisce / con lutulenta e grigia acqua fluente». O la pittura viva e benigna del mare: «turchino, azzurro, smeraldino / lamella calmo nell’aurata luce. / Indaco vivo segna l’orizzonte / dove il cielo s’inarca e bacia l’onda». O il farsi di un tramonto sullo Jonio: «Ma fu il tramonto. Il mare s’imbruniva / sempre più rapido verso il crepuscolo (…) / Il buio invase la distesa equorea / la rena scura e fredda, la scogliera / ormai invisibili».

Le cose salgono vivide dalla pagina poiché distillate dopo lunga macerazione e raccolte nel pieno della loro maturità. A un certo punto è possibile leggere una metafora della condizione del poeta nella figura del pescatore ligure assetato davanti al mare: «Arde la gola di sete nel vento / che gonfia le vele su strade azzurre». Le «strade azzurre» sono le infinite rotte percorribili nell’oceano dell’Essere: il pescatore, uso di mare e temprato dalle tempeste, non si lascia paralizzare dall’enigma del possibile, né scoraggiare dal vento che brucia, ma impara proprio dai rovesci a bere e assaporare il «vino d’oro», cioè la quintessenza della vita. La poesia, anzi, è specchio della vita e della memoria: come il vento, che «non è soffio solamente, / ma spirito vivente che riecheggia / ciò che ascolta nel suo vagare intrepido». Si scrive per vivere: la poesia è una delle forme più alte e autentiche di vivere l’esistenza.

Giorgina Busca Gernetti interpreta un tipo di canto che raggiunge la potenza delle sue visioni attingendole da una sorgente arcana e profonda, dimorante nei pressi dell’Essere, oltre la soglia dei sentieri fallaci, il rumore delle chiacchiere, la crosta delle inutili apparenze. Sfondare la superficie significa addentrarsi nel regno polisemico della complessità, senza dirimerne le aporie o fugarne le ambivalenze. Cade per conseguenza la barriera divisoria tra dentro e fuori, ricordo e sogno, soggetto e mondo. È allora che, da lì in poi, si esplora il buio. Si affrontano baratri. Si percepiscono misteri. Si raccolgono sgomenti. Il fuoco mentale è uno specchio interiore che rende traslucido lo sguardo e dona la forza di sfiorare corde profondissime, per musiche sublimi. Le cose “ascendono” nel canto del poeta, sorgono nel suono illuminate.

In questo libro si celebra ampiamente la potenza trasfigurante del canto, che il poeta non inventa a capriccio, ma raccoglie dal cuore stesso delle cose, e ascolta, e trascrive con fedeltà necessaria, come sotto dettatura, impossibilitato a fare altrimenti. La musica «nasce nell’animo» come un «soffio divino» che «sfiora labbra ridenti». Il poeta deve abbandonarsi confidente al cuore delle cose, se vuole che esse gli porgano il cuore – per confidenza, per sovrabbondanza di energie. Chi rimane chiuso nella gabbia gelida dell’intelletto resta ognora precluso ai doni della rivelazione. Ecco prevalere il cupio dissolvi sullo slancio metafisico (o forse coincidere entrambi in unica tensione?), da cui il bisogno irrefrenabile di con-fondersi ai colori (quelli del cielo e del mare: «nell’azzurro / e nell’indaco puro m’abbandono»; o quello vegetale della terra: «Nel verde la mia anima s’immerge / e s’annulla in un magico naufragio»), di unirsi all’abbraccio del mare «m’annullo, mi trasformo / quasi marina creatura io fossi / per la divina equorea metamorfosi»), di «dimenticare tutto» nella luce dell’Acropoli di Atene.

Si avverte l’amore sconfinato che Giorgina Busca Gernetti, forse a contrappeso dell’origine padana, nutre per la dimensione geografica e storica del Mediterraneo. Natura e cultura in accordo di “echi”, racchiuse e oltrepassate nella superiore sintesi umana. Ecco il vento, il sole, l’acqua (elemento primordiale, «grembo materno», origine «fremente di forza / vitale»), e la bellezza sublime del mare, dove l’anima «si ridesta / alla serenità, alla dolcezza» e il cielo benigno «sorride e avvolge il mondo»; e allora il «meriggio dell’Ellade assolata», l’ora divina e panica delle apparizioni, e l’infinita solitudine di Capo Sounion, già cantato da Byron; e la Grecia del Mito – Corinto, Micene, Olimpia – che ha posto le pietre angolari dell’Occidente, con il fascino dell’antichità, lo splendore dei secoli, le rovine che parlano al tempo di memento mori («ogni pietra (…) / mi ammonisce / che tutto ha fine, tutto divien polvere») significando la loro eternità («La sacra Olimpia (…) / è solo bianca polvere che il vento / nel silenzio disperde. // Ma nel silenzio echeggiano parole / eterne»).

L’attrazione per il mondo classico non è solo questione di gusto, di educazione estetica, ma obbedisce a un impulso etico fondamentale: la ricerca della pace, dell’armonia, del “ritorno a casa” («Vorrei avere anch’io una mia Itaca») alla fine della deriva «verso oscuro abisso», laddove invece esistere è «vagare senza rotta certa». E allora «dimenticare la disarmonia / (…) abbandonarmi / e perdermi nel favoloso Mito» che non è qualcosa di remoto e irrecuperabile, ma un nucleo «palpitante» poiché eternamente vivo dentro noi. C’è un movimento doppio e talvolta simultaneo, sul “nastro trasportatore” della percezione poetica: se il presente sprofonda fino alle scaturigini del mito, il mito può a sua volta emergere dal presente, attualizzandosi nell’attimo del suo manifestarsi. Come quando l’autrice si sente chiamare tra la folla della Plaka ad Atene: «Giorgina, vieni! Sono Menelao». C’è un sospiro nostalgico senza tempo all’origine del porsi sospeso di questa scrittura, in equilibrio precario tra incanto e disincanto. Gli echi e i sussurri del mondo con cui si entra in risonanza conducono alla «quiete assorta» del presagio, a un “allarme” di stupefazione. Emergono irradiazioni oniriche, figure, epifanie, «sagome traslucide», attraverso cui ha modo di apparire il «colore del sogno», la «mistica parvenza», «l’incanto di magico oblio», l’«estatica felicità». La percezione oscilla tra l’«eco del ricordo» e il «sogno del presente», entrambe le dimensioni trasumananti, apportatrici di gioia e profondità. Ma la luce apollinea è turbata dall’inquietudine delle «voci difformi»: l’«arcana armonia» è tanto più efficace e convincente quanto maggiore è la lotta sostenuta per con-tenere la dialettica degli opposti (la vera cultura classica nasce dall’agonismo).

Niente potrebbe rivelarsi, tuttavia, se l’autrice non confidasse nella natura orfica della poesia, ovvero nella capacità da parte del poeta-seduttore di cogliere la pulsione musicale delle cose, per cui le cose – ascoltandole con passione – sciolgono spontaneamente (come i capelli una donna, prima di fare l’amore) il loro “canto”, il suono metafisico che ne traduce la presenza e ne diffonde ovunque l’energia. Ecco dunque l’«arcana musica» degli astri, l’«aria-sinfonia» della luce atmosferica, l’«arpeggiare melodioso» del vento sul mare, il «lento / ritmato salmodiare» delle onde sul bagnasciuga, lo sciacquio che mormora «parole dolci-amare», e la «musica serenante» delle spighe «ondeggianti nel vento carezzevole», e i campi di papaveri «squillanti». Il tempo che tutto divora e che di ogni cosa cancella anche le tracce, non può e non deve impedire il godimento della bellezza, della vita nella pienezza dei suoi aspetti buoni e dolci (pur fra tanti calici amari), poiché spetta anzitutto alla bellezza, da ultimo, vincere la morte. Il tempo impera tiranno su ogni cosa dell’universo, eppure – con tutto ciò – non è in grado di «spegnere / la voce del poeta». Non a caso il libro si conclude con una sezione interamente dedicata alla celebrazione del potere orfico della parola, l’«eterno canto di Orfeo», musica dolcissima e profonda, poesia d’amore e morte, che avvince la natura e vince il tempo: «Ovunque è poesia. Ovunque guardi / con animo commosso ed occhio attento / (…) // Orfeo risorto, non mai morto Orfeo. / Perenne il canto suo nella natura, / nel cielo, nelle stelle, nella luna / (…) Ovunque è poesia. Eterno è Orfeo». Orfeo è simbolo di consonanza e intersezione dell’uomo nel cosmo, poiché mette in equilibrio natura e cultura: la natura canta dal momento che il poeta canta, ovvero gli consente di cantare giacché lui a sua volta gliene dà modo.

Credere in Orfeo significa mettere in gioco “tutta la natura” insieme a “tutta la cultura”: per questo l’autrice, che tende alla coltissima naturalezza del suo particolare «dolce stile eterno» (vale a dire alla quintessenza del linguaggio poetico italiano) può permettersi, senza stonare, cultismi e arcaismi come [iemale] [germine] [lungi] [dianzi] [atra] [rubescenti] [virenti] [sacerrimo] [pelago], e varie forme apocopate di parole più comuni; non si tratta di veli esornativi, né tanto meno di ostentazioni professorali, quanto piuttosto di attributi storici di precisione, utili ad armare e rendere saporosa, prensile e sempre aderente, una lingua priva di impacci, che procede diritta allo scopo, nulla al ver detraendo, dove sembrano ricapitolarsi e rivivere secoli di storia e di cultura. Il respiro naturale di tale dimensione poetica è – verrebbe da dire “ovviamente” – l’endecasillabo, sia pur giocato sulle pause d’interpunzione e sulle spezzature sintattiche, e alternato ad altri versi funzionali. Il retroterra “classico” e “letterario” (con gli infiniti echi di letture assimilate) non soffoca il vitalismo innato della voce poetica, con la sua impronta inconfondibile, ma anzi la fortifica, dandole corpo e peso di memoria, attraverso un ritmo interiore che solidifica l’apertura in fondamento. L’armonia finale non è un guscio prezioso sovrapposto da fuori, ma il frutto organico di una conquista umana, esercitata nell’arduo tirocinio dello stile.

Con questo libro di classico nitore, intriso di umori romantici distillati e plasmato al fuoco liquido di una passione purissima, Giorgina Busca Gernetti propone un itinerario poetico dirompente e felicemente inattuale, nella misura in cui non rinuncia a priori alla dicibilità del mondo, alla fede nella parola, alla possibilità di affrontare con efficacia, lasciando una traccia, i temi più importanti. Ed essere inattuali, in tempi di insulso minimalismo, è forse quanto di meglio possa augurarsi oggi un poeta.

Marco Onofrio   

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Informazioni su Giorgina Busca Gernetti

Amo la poesia, la musica classica, la danza classica, il canto lirico, l'arte, l'archeologia, i fiori, gli animali e il mare. Compongo poesie fin dall'adolescenza, benché abbia iniziato tardi a pubblicarle. Scrivo anche racconti, recensioni o saggi artistico-letterari. Sono nata a Piacenza e mi sono laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Sono stata docente d’Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate, città dove tuttora vivo. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio Musicale di Piacenza. Sono socia di Centri culturali prestigiosi come il “Pannunzio” di Torino, “Novecento Poesia” di Firenze e l’“Accademia Internazionale d’Arte Moderna” di Roma. Ho pubblicato per Genesi di Torino i libri di poesia "Asfodeli" (1998), "La luna e la memoria" (2000), "Ombra della sera" (2002) e "Parole d’ombraluce" (2006); per le Edizioni del Leone di Venezia il libro "Onda per onda" con prefazione di Paolo Ruffilli (2007); per Youcanprint il libro di poesie d'amore "Amores" con introduzione dal "Simposio" di Platone (2014). Mi sono state pubblicate come 1° premio quattro sillogi di poesie: "Nell’isola dei miti", ALAPAF, Bagheria 1999; "La luna e la memoria", Edizioni del Cenacolo, La Spezia 2000, poi confluita nell’omonimo libro maggiore; "La memoria e la parola", ETS – Il Portone Letteraria, Pisa 2005; "L’anima e il lago", con prefazione di Giuseppe Panella della Scuola Normale Superiore di Pisa, Pomezia-Notizie, Pomezia 2010; seconda edizione con Nota dell'autrice e Rassegna critica per Youcanprint, Lecce 2012 . Il mio saggio critico "Itinerario verso il 27 agosto 1950" è stato pubblicato nel 2009 dal Centro “Pannunzio”, nei suoi “Annali” 2008/2009, per il Centenario della nascita di Cesare Pavese. Per la Puntoacapo Editrice di Novi Ligure ho pubblicato nel 2011 un inserto di sette racconti nell’Almanacco Dedalus n. 1 ("Sette storie al femminile"). Nel 2012 ho pubblicato in volume singolo il saggio pavesiano "Itinerario verso il 27 agosto 1950" per le Edizioni Youcanprint di Lecce. Le "Sette storie al femminile", con Prefazione di A.G. Pessina e Nota dell'Autrice, sono uscite in volume individuale per Youcanprint, Lecce 2013. Nel 2014 ho pubblicato per Youcanprint il libro di poesie tutte d'amore intitolato "Amores", con introduzione di Platone dal "Simposio". Nel 2015 è uscito per Polistampa, collana "Sagittaria", il mio libro di poesia "Echi e sussurri", con prefazione del prof. Marco Onofrio e postfazione-nota editoriale del prof. Franco Manescalchi. Bellissime recensioni Mie poesie, talora tradotte in varie lingue straniere, qualche racconto e saggio artistico-letterario figurano in riviste e antologie anche per la scuola. Sono stata inclusa in alcune storie della letteratura contemporanea e in varie opere di critica letteraria. Eminenti critici hanno espresso giudizi di consenso sulla mia poesia e narrativa. *************** Questo blog non è una "testata" giornalistica e non è aggiornato con regolare periodicità. Privo dei due requisiti che lo dovrebbero contraddistinguere, non può pertanto considerarsi un "prodotto editoriale" ex lege 7/3/2001, n.62. Non è quindi soggetto alle disposizioni e agli obblighi previsti dagli art.2 e art.5 della Legge n.47/1948.
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2 risposte a Marco Onofrio, Prefazione al libro di poesia “Echi e sussurri”, Polistampa, Firenze 2015

  1. Carissima Barbara, ti ringrazio per il graditissimo commento che mi conferma la bravura di Marco Onofrio, poeta finissimo, abile narratore, critico letterario acuto e sensibile al punto da avermi capita nei miei versi più a fondo di quanto mi capisca io stessa. Ricambio la stima e ti abbraccio
    Giorgina

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  2. dimmibarbie ha detto:

    Prefazione preziosa, notevolissima …
    Un augurio speciale per questa nuova creazione poetica, cara Giorgina,
    ti abbraccio con stima,
    Barbara

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