Saggezza antica: 15 motti latini

Del cielo stellato

romaniNulli est homini perpetuum bonum.
[Nessun uomo può avere un bene perpetuo].

(Plauto)

Minime sibi quisque notus est, et difficillime de se quisque sentit.
[Ognuno di noi conosce pochissimo se stesso, e difficilissimamente sa giudicarsi]

(Cicerone)

Aquila non captat muscas.
[L’aquila non si cura delle mosche]

(Apostolio)

Romanus sedendo vincet.
[Il Romano vince sedendo]

(Varrone)

Si parva licet componere magnis.
[Se è lecito paragonare le piccole cose alle grandi]

(Virgilio)

Omnia orta occidunt, et aucta senescunt.
[Tutte le cose nate muoiono, e quelle cresciute invecchiano]

(Sallustio)

Ingratus est qui beneficium accepisse negat, quod accepit;
ingratus qui dissimulat; ingratior qui non reddit;
ingratissimus omnium, qui oblitus.
[È ingrato chi nega il beneficio ricevuto;
ingrato chi lo dissimula; più ingrato chi non lo restituisce;
il più ingrato di tutti chi lo dimentica]

(Seneca)

Assidua eminentis fortunae comes est…

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Loris Maria Marchetti. Un pensiero sul libro di poesia “Echi e sussurri” di Giorgina Busca Gernetti

ECHI E SUSSURRI safe_image[4]

 

Gentile Amica,

(…)

Ringrazio per l’invio di “Echi e sussurri”, elegante e colto dialogo in versi con spiriti magni (maximi) della poesia e della musica.

Con i saluti più cordiali

Loris Maria Marchetti

Torino, 9 gennaio 2016

*

Giorgina Busca Gernetti, Echi e sussurri, Polistampa, Sagittaria, Firenze 2015

 

 

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Eugen Galasso. Recensione a “Echi e sussurri”, Polistampa, “Sagittaria”, Firenze 2015

ECHI E SUSSURRI safe_image[4]

 

 

EUGEN GALASSO. RECENSIONE a ECHI E SUSSURRI

di Giorgina Busca Gernetti

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Classicista, già docente di letteratura italiana e latina al Liceo Classico di Gallarate (lei

è piacentina, però), Giorgina Busca Gernetti non ha bisogno di alcuna presentazione, dato che da anni pubblica raccolte poetiche di notevolissimo spessore.

Qui, con un titolo complessivo quasi (per fortuna solo “quasi”, vista l’atroce prospettiva dell’opera in questione dell’autore svedese) bergmaniano («Sussurri e grida», come noto), la poetessa articola il libro in cinque sezioni («Fiori della notte», «Alba dell’anima», «Seduzioni», «Immaginì elleniche», «Il canto di Orfeo»), decisamente dense, come densa è la bella prefazione di Marco Onofrio e la postfazione del curatore Franco Manescalchi.

Mai come in altre raccolte poetiche qui l’autrice dichiara i suoi referenti “favoriti”: la c1assicità greco-latina (più greca che latina, invero), ovviamente, ma anche Rainer Maria Rilke (i cui versi introducono ogni sezione), riletto in modo tutt’altro che apologeticamente “confessionale” ma come poeta del dubbio e della speranza (l’angelo – forse “l’angelo necessario,” per dirla con Massimo Cacciari, ma l’espressione è un verso del grande poeta statunitense Wallace Stevens), come poeta del Dio-tutto, panteisticamente inteso, includente dunque in pieno la natura (line Bruno-Spinoza- Schelling, se vogliamo, non Hegel, che disprezza l'”ammirare Dio nelle cose naturali”), ma anche un grande incompreso e déraciné della poesia italiana e non solo, Cesare Pavese, al quale però idealmente dice: «Non ti seguo nel Nulla, Cesare mio» ( «Pagina mia», dedicata a Cesare Pavese, op.cit., p.45), oltre a quell’altro grande “escluso” dalla cultura, in specie da quella paludato-codina, che è Lord George Byron, cui dedica «Capo Sounion», con il verso straordinario del grande romantico inglese «let me sing and dìe» («lasciami cantare e morire») in esergo.

Poesia dell’illustrazione e della descrizione, ma che ritrova sempre \’intima essenza della poesia e del poetico, come nel lungo viaggio poetico attraverso Hellàs, attraverso quanto la Grecia antica (quella moderna, monarchica, poi della terribile dittatura dei colonnelli, di Tsipras e di Varoufakis, delle interferenze dell’UE interessano meno, chi scrive questa nota ma fortunatamente anche Giorgina) offre ancora a chi la visita e ammira-adora da sempre.

Poesia (ma qui a chi scrive sorge un problema: quello di non ripetere cose già scritte in altre occasioni) di significante, di classica scrittura poetica (basterebbe, nella citata poesia su e per Byron il verso «Serse sconfitto piange il sogno infranto», in «Capo – Sounion», op.cit., p.91), dove l’allitterazione introduce musicalmente, quasi tirteicamente, l’evento, ma anche sempre di significati, densi, profondi, come quando si chiede se «Vita o esistenza? ». («Dubbio», op.cit., p.31) invitando infine a un dolce escapismo salutare: «Anima mia, rifugiati nel sogno», ibidem), dove il dilemma para-shakespeariano («To be or not to be, that is the question» in “Harnlet», Atto Terzo, Scena Prima, soliloquio di Hamlet) si distende nella dimensione del sogno, da sempre ventilata, dalla cultura classica “occidentale” e da quella orientale, antica e non, approdando a «La vida es sueño»,. di Pedro Calderon de la Barca, senza dimenticare una riflessione poetica (il vero “pensiero poetante”, in realtà) sulla vita stessa («Bios» e non «Zoè», dovremmo dire grecamente) di grande efficacia: «Impietosa clessidra questa vita», in «La clessìdra», op.cit.p.21).

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Eugen Galasso

Giorgina Busca Gemetti. «Echi e sussurri». Firenze. Edizioni Polistampa, 2015, pp.124, € 10

Recensione pubblicata nella rivista culturale LATMAG di Bolzano, n. 74 / 2016

 

 

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Ivano Mugnaini. Recensione al libro di poesia “Echi e sussurri”, Polistampa, “Sagittaria”, Firenze 2015

 

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Echi e sussurri, di Giorgina Busca Gernetti

Nota di lettura di Ivano Mugnaini

Il titolo del libro contiene un primo segno, un’indicazione, una rotta per orientarci in un mondo multiforme, fatto di zone geografiche interiori ed esteriori, epoche e luoghi diversi e un sistema speculare e sofisticato che consente di osservare un medesimo punto da diverse angolazioni, confrontando i lati di una stessa luna, individuando analogie e confronti, spostamenti di asse, rotazioni e rivoluzioni. Alla fine, dagli accostamenti e dalle sovrapposizioni di un’ampia gamma di istantanee, simboli, metafore e oggetti del vivere concreto, ricaviamo una visione d’insieme, un quadro in cui ogni singolo attimo è, simultaneamente, se stesso e una progressione diacronica, realtà e simbolo, verità e poesia.

            Gli echi a cui fa riferimento il titolo rappresentano la persistenza, i sussurri la lievità. Il riferimento a una dimensione acustica richiama l’atto e potremmo l’arte dell’ascolto, l’esercizio del sentire, e non è un caso che il verbo “sentire” connoti sia la percezione di suoni e voci sia l’interiorizzazione delle sensazioni e degli stati d’animo. Così come il suono percorre lo spazio e ne assume la forma e la consistenza, così, allo stessa maniera, i versi di questo volume riassumono e ricalcano cadenze, ritmi, canti, e quindi liriche antiche, trasportandoli prima nel mondo interiore dell’autrice poi facendoli riecheggiare, mutati, resi attuali, nel presente. In un sussurro che è espressione della volontà di non profanare la sacralità della poesia, le radici antiche della melodia, e, al contempo, ricerca di intimità, di un’espressione  raccolta, sincera.

            All’ingresso del libro, sulla porta, a darci il primo saluto e a far da viatico, troviamo Rilke, e, al suo fianco, Orfeo. L’epigrafe, tratta dai Sonetti ad Orfeo, ci ricorda che siamo orecchi che ascoltano, e il riferimento alla dimensione acustica è ulteriormente ribadito, ma aggiungendovi la concretezza vivida di un corpo lacerato, le bocche che divorano le membra del sacro, del divino. Orfeo è il canto, la poesia. Il tempo, il dolore, la ferocia, lo fanno a pezzi. Questo libro, come ogni libro di versi scritti con autentica partecipazione, è, in fondo, un progetto di ricomposizione, una ricucitura paziente. Le parole sono carne lacerata, tessere di un mosaico che, per confronti e scarti, vanno ricollocate nella posizione adeguata.

            I primi strumenti utilizzati da Giorgina Busca Gernetti, la lente e il compasso, sono il linguaggio e il modello. Il mondo classico è il punto di riferimento privilegiato. Sia per gli studi dell’autrice, per la sua attività di insegnante, ma anche e soprattutto per sua naturale inclinazione. Ben lungi da essere una fuga dalla realtà, o un’improbabile ricerca di un’Arcadia, la classicità qui diventa un metodo di confronto e di esplorazione, una bussola antica per muoversi nelle acque del presente, dell’oggi. La prima lirica, “Alla sera”, è indicativa in quest’ottica: vi sono echi e cadenze foscoliane, a loro volta radicate in arcipelaghi di suoni a cadenze elleniche, ma alla fine il discorso è del tutto individuale, così come la collocazione nel distico finale delle parole scritte in corsivo: sull’orme/ che vanno al nulla eterno. Ineludibili, perentorie. Il sussurro si fa grido, negazione assoluta. Porta chiusa, come accadrà regolarmente in questa sezione iniziale del libro, a speranze e illusioni. La sera sfocia, qui, nel nero uniforme della notte. Poco più avanti, nella poesia “La clessidra”, si ha l’impressione di ascoltare versi tradotti dal Monti, i grandi poemi omerici riecheggiano, per accenti e cadenze. Ma è negato spazio, qui ed ora, perfino alla speranza ultima dea, non c’è nemmeno l’attesa di un intervento benevolo di qualche nume che abbia simpatia o pietà per i dispersi tra le onde e nei gorghi. Il viaggio ha come sbocco: “un baratro oscuro, un nero abisso”. E, staccato, isolato anch’esso, solo e abbandonato, il verso finale: “Abisso che sprofonda in un abisso”. Possente, assoluta privazione. In questa prima parte del libro non c’è luce, porto o terraferma su cui sbarcare, non c’è fato che possa mutare gli accadimenti in bene. Neppure la poesia  può fare da riva o da sponda su cui gettarsi per salvarsi. La poesia è nell’abisso, qui. Anzi, è l’abisso. Eppure, per ritrovarsi, ha bisogno di perdersi, di annegare. Senza sconti, né scorciatoie retoriche.

            Vi sono nel libro alcuni vocaboli ricorrenti. Fanno da chiave di interpretazione e da pietre miliari. Li ritroviamo nelle diverse fasi, nei capitoli ideali di questo racconto in versi. E in ogni sezione sono identiche e mutate, come se ciascuna racchiudesse in sé il momento in cui viene pronunciata ma anche il prima e il dopo, gli eventi e i mutamenti che ne costituiscono, momento per momento, l’essenza. Tra queste parole chiave ne emergono una serie: “luce”, “solitudine”, “silenzio”, tanto per citarne alcune, considerando sempre, assieme ad esse, tutta l’area semantica coinvolta, i sinonimi e i contrari. I chiaroscuri, è il caso di dirlo, le tonalità, le ombre, i riflessi, gli sprazzi di chiarore si oppongono al buio.

            Nella lirica “Abisso”, sempre contenuta nella prima parte, la luce viene definita “ingannevole”, aggiungendo una connotazione che nega, o almeno sposta l’asse verso risvolti psicologici, non meramente visivi. Nella lirica accanto, solo un passo oltre, una considerazione perentoria: “Essere soli. Averne il coraggio”. Itaca è lontana. Qui è ancora chimera, porto puramente immaginario. Ciò che persiste, e che l’autrice annota senza edulcorarlo, è “Silenzio intorno, buia solitudine”. A differenza di molte liriche consolatorie di vari poeti di diverse epoche, la Gernetti trova il coraggio di descrivere l’assenza, darle voce e corpo: “Non c’è finestra nel muro del carcere./ Solo un’erta parete invalicabile”. Il “no” montaliano, qui è più assoluto, non mitigato neppure dalla consapevolezza amara della coscienza dell’inesprimibile. Qui l’espressione esiste, ma solo nella funzione della descrizione del vuoto. Un vuoto privo di sbocchi vitali. La sola consistenza è quella del muro che opprime.

            Entra in scena, nella pagina a fianco, un altro compagno di viaggio dell’autrice, Cesare Pavese. Rilke fa da padrone di casa, in questo libro, aprendo con la sua riflessione in versi ciascuna delle sezioni che lo compongono. Cesare Pavese è un’altra figura di riferimento, specchio nello specchio di parole e immagini, ricordi e dimensione onirica. “Ho dato poesia agli uomini”. È questa la frase di Pavese che l’autrice pone a sigillo della sua lirica dal titolo “La tomba”. L’accostamento è di per sé emblematico. Un grido muto, eppure lacerante. Con Pavese l’autrice identifica una fratellanza profonda, manifestata in modo sobriamente addolorato, come forse lo stesso scrittore piemontese avrebbe gradito. “Un uomo solo verso un altro solo”, è la fulminante sintesi. Quasi un epitaffio che accomuna il trascorrere crudo del tempo, “la scorza rugosa, gialliccia, increspata/ come ingiallita pagina”. Il poeta non dissemina parole, il poeta è le sue parole. Quindi così come la sua vita è la sua pagina, la sua tomba è scorza ingiallita. E, alla fine di tutto, ogni ricerca di senso sfocia in silenzio e solitudine. Perché la vera domanda, la ricerca più costante di Pavese è stata l’amore. Mai realmente trovato, enigma mai risolto. Da qui il buio, l’oscurità della vita che conduce dopo migliaia di corse e rincorse solamente nel gorgo dove si scende, muti. Luce, voce e significato dell’esistere qui ancora latitano. Prevale il loro contrario. E neppure guardandosi alle spalle si vede qualcosa. Perfino ieri è un vocabolo spento. Non c’è neppure una leopardiana o pascoliana consolazione in una favolosa fanciullezza, del mondo o dell’individuo.

            Da qui la riflessione dell’autrice che arriva a pensare che sia auspicabile anche per lei un silenzio eterno. Viene negato quindi anche l’atto stesso del dire, fosse pure per negare, per manifestare il nulla. Contraddizione di termini di sicuro interesse: per poter negare il senso della parola e perfino della stessa poesia necessitano parole e versi. La negazione nega se stessa. E da qui, da questo corto circuito, prende vita, nella lirica di pagina 29, il primo varco, una fessura nel muro: l’accettazione di una condivisione, fosse pure la condivisione del dolore: “dolente anima mia/ sola non sei in questa sofferenza/ di tormentati esuli”.

            Il “cupio  dissolvi”, è un passo ulteriore e necessario. L’esplorazione del mondo del sogno è una tappa fondamentale: l’essere diventa impalpabile, si perde la dimensione corporea, il corpo è “veste/ vuota” e lo spirito “vaga libero/ oltre le bianche nuvole”. Il muro invalicabile è superato, seppure nell’ambito dell’irrealtà, dell’esistere immaginario. Si ragiona, nelle liriche di pagina 32 e 33 sul legame tra sonno e sogno, con gli innumerevoli rimandi letterari tra cui spicca l’immenso Amleto, la sua meditazione sulla volontà e la paura di inoltrarsi nel più ignoto dei territori. La risposta è una non risposta, coerentemente: domina, con una ricorrenza ossessiva, quasi un mantra al contrario, la parola “silenzio”.

            La prima sezione si chiude con omaggi a odi memorabili, “Alla luna” e “Alla notte”. Spazia, l’autrice, in diverse epoche e nazioni. Ma ogni riferimento è rivissuto e attualizzato, non è mai meramente estetico o esornativo.

            Nella sezione successiva un Angelo, con la sua presenza tangibile, con il suo corpo, muta di colpo la notte in luce. Gli stessi oggetti, potremmo dire le stesse parole -oggettivate che un istante prima erano e trasmettevano oscurità qui si e ci rischiarano. E compaiono, all’istante, vocaboli prima ignoti, impensabili: sereno, chiaria, risveglio, lieve, rugiada. La luce è impegnata in un duello con la notte che ancora vorrebbe persistere, e con lei, il dubbio, e il nulla. È, questa, la fase dei contrasti, delle lotte, dei chiaroscuri: “Io sono tutto e nulla”, osserva la Gernetti, e, con cadenze che assumono ritmi da rito religioso di passaggio, dà voce ad un salmo di purificazione, come se il buio, gradualmente potesse e dovesse essere lavato via. E quando ritorna Pavese, l’invocazione a lui è diversa: “Cesare mio. Riprendo la mia penna/ la parola che sboccia nel mio animo/ vibrante a nuova vita”. La sezione si chiude con un accostamento di termini che prima sembrava impensabile: la poesia, come pioggia, torna ad irrorare “amorosi sentimenti”.

            Da qui si può ripartire, il viaggio diventa reale, i luoghi concreti. Ma l’incontro con il mondo impone nuove domande, dubbi, incertezze. Riemerge il punto interrogativo. Perfino nella bellezza della natura, di fronte al mare di Capo Palinuro, viene fatto di chiedersi “Solo nel buio luce?”. Torna anche la consapevolezza che ogni luogo, dentro e fuori, è duplice, bifronte. Come la Maremma, terra di morte e bellezza, resina odorosa e malaria. La vita, qui e ovunque, è fiore ed è roccia. Il mutare della luce porta di volta in volta a intuizioni e sensazioni contrastanti, e, nel momento descritto, a “l’amore per la vita, pur se effimera”. Luce e tramonto, il mare nero, e una citazione petrarchesca “solo e pensoso”. La poesia qui si abbandona alla comprensione dei contrasti, ossia del non comprensibile, se non nella irriducibile duplicità. La musica è quella del vento sul mare: contiene innumerevoli voci e suoni, amore e lamento.

            “Tutta di verde mi voglio vestire”, scriveva D’Annunzio. E, seppure per qualche istante, anche l’autrice si abbandona al vento e alla musica, una sensazione panica accompagnata dalle note di Das Lied in Grünen di Schubert e dai colori degli iris di Monet. Qui è Penelope, che, per un po’, si abbandona all’ebbrezza del naufragio, scordando tutto, perfino Ulisse. E il suo sogno diventa meridiano, ad occhi aperti. Resta la nostalgia per la terra dell’infanzia, ma l’animo aspira a fondersi con l’infinito.  In questi frangenti il ricordo dell’autrice va ai papaveri dell’infanzia. “Li componevo”, scrive, ed è un abbinamento con la poesia in grado di dare corpo e colore alla memoria. Un ricordo che qui può farsi lineare, quasi fanciullesco, nei versi dedicati agli animali con cui si è instaurato un dialogo basato su una naturalezza atavica, lontana dalle miserie dell’età adulta.

            Nella sezione “Immagini elleniche” la Grecia descritta è patrimonio di ricordi e miti, ma anche e soprattutto punto di riferimento costante, pane quotidiano, della mente e del cuore. È patria elettiva, non solo per gli studi e per gli infiniti spunti letterari e filosofici. La Grecia è una voce che sussurra e chiama a sé, ed è meraviglia la sensazione di non sentirsi stranieri. I personaggi della Storia si affiancano a quelli del Mito e tutti diventano figure familiari, parenti, fratelli, consolazione e ferita dell’animo, in un dialogo immaginario eppure vivissimo. “Vita e morte, rinascita e ancor morte”. È la sintesi dei secoli del mondo classico, ma è anche un sunto delle varie zone ed epoche emotive di cui è costituito questo libro: luce e buio, sogno e veglia, morte e rinascita costanti. Non è un caso, che solo qui, nel suo amnios ideale, nel mondo ellenico, l’autrice incontri una certezza, sola come un’isola in un vasto mare: “un’aureola di luce/ risplende nella gara contro il Tempo/ che le cose distrugge e non può spegnere/ la voce del poeta”.

            Tutto ciò a dispetto (o forse proprio in virtù) della consapevolezza dell’assenza ineluttabile di certezze: “Vorrei avere anch’io una mia Itaca,/ una meta sicura del mio vivere,/ del mio vagare senza rotta certa/ alla deriva verso oscuro abisso”. Itaca è solo un’ipotesi, come la luce, come il mare, come il tragitto. E, quasi senza dolore, l’autrice si rivolge alla mitica poetessa greca dicendole: “Anch’io, dolce mia Saffo, vorrei essere morta!”.

            Come in una composizione ad anello la sezione finale si ricollega alla prima. Confermando anche l’elaborato complesso di contrapposizioni a cui si è fatto cenno sopra, e il gioco di chiaroscuri che illuminano per preziosi istanti attimi di comprensione e di verità. “Il canto di Orfeo” apre e chiude il libro. Nel canto, nell’ascesa, un nuovo inizio. Il silenzio, il segno, la metamorfosi. La voce, sembra  sussurrarci con vivida forza Giorgina Busca Gernetti nelle liriche di questo suo intenso libro, può spegnersi nel fitto buio di una notte eterna, ma, nel sangue di Orfeo, nella lotta per la bellezza di un libero poetico canto, c’è un urlo di trionfo. Nonostante tutto, “Ovunque è poesia. Eterno è Orfeo”.

                                                                                                                                 Ivano Mugnaini

 

Giorgina Busca Gernetti, Echi e sussurri, Edizioni Polistampa, collana Sagittaria, Firenze 2015

Ivano Mugnaini è eccellente critico, narratore e poeta

Pubblicato dall’Autore in La recherche come articolo, secondo le regole dell’Amministrazione

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Pascoli e i simboli della poesia, di Giorgio Bàrberi Squarotti (III)

Del cielo stellato

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da “Pascoli, la bicicletta e il libro” (EdiLet, 2012)

Ironicamente, il Pascoli chiama con il nome di Fiore il ragazzo che ha collaborato a tagliare il pedale dell’alloro. Il vero fiore, oggi, è il cavolfiore e il giovane contadino, che pur tanto lavora ed è “buono”, disprezza l’alloro fino a spiantarlo. Il Pascoli riprende l’immagine del lauro-Dafne: «Tu più non c’eri, o vergine fugace». Dafne è scomparsa (non trasformata in lauro, ma annullata) e, con lei, la poesia con tutti i suoi emblemi e le sue glorie. La distruzione o i segni dell’irrimediabile decadenza e della degradazione della bellezza dell’arte, di tutte le arti, hanno come riscontro le verdure produttive: dopo “L’alloro” pascoliano altri cavoli sono descritti con disperata tragicità nel viaggio sulla Brenta di Stelio Efrena e Perdita verso Venezia, ne Il fuoco dannunziano, e vedono trascorrere davanti ai loro occhi le ville venete del passato nobile e glorioso…

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Pascoli e i simboli della poesia, di Giorgio Bàrberi Squarotti (II)

Del cielo stellato

Giovanni_Pascoli_2

da “Pascoli, la bicicletta e il libro” (EdiLet, 2012)

Molto più limpido e netto è “Il cacciatore”, ma, al tempo stesso, fondamentalmente ambiguo. Il cacciatore non è il simbolo del poeta, che coglie al volo, nel cielo, l’idea, il messaggio di verità, la lucida parola: al contrario ne è la negazione. È come il fuco de “I due fuchi”. Più brutalmente, egli nega il canto, lo cancella o, meglio, lo uccide, per trasformarlo in un bene materiale, e neppure gli serve alla cena, cioè neppure ha qualche utilità, perché altro contiene in sé il canto, che è puro e gratuito dono di parola e verso, cioè poesia: «Frulla un tratto l’idea nell’aria immota: / canta nel cielo. Il cacciator la vede, / l’ode; la segue: il cuor dentro gli nuota». Il frullo rimanda all’uccello alto nel cielo, nell’aria immota, che canta: il cielo è la poesia, “l’idea”, come un’immaginata e…

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Pascoli e i simboli della poesia, di Giorgio Bàrberi Squarotti (I)

Del cielo stellato

PASCOLI Giovanni Pascoli visto da Franco Zampetti

da “Pascoli, la bicicletta e il libro” (EdiLet, 2012)

Per una prima sequenza di rappresentazioni allegoriche del rapporto fra il poeta e la società e la storia, il Pascoli raccoglie testi scritti i primi due nel 1887 e i secondi due nel 1892-1893 sotto il titolo complessivo “Le pene del Poeta”; e vale la pena di precisarne ulteriormente il significato e le forme, non senza ricordare che, fino ancora ai Poemiitalici, insistente pur nelle molte variazioni è l’identificazione di aspetti della natura (alberi, fiori, uccelli, ecc.) e di situazioni ed eventi e personaggi anche illustri (Paolo Uccello, per esempio) nella sorte del poeta, di sé poeta, vittima dolorosa e sprezzata o, almeno, poco considerata da chi, invece, bada soltanto al guadagno, ai vantaggi concreti, là dove la poesia, anche quella che sembra parlare di minimi argomenti (di myricae, appunto), rappresenta, ma…

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Federico Calderara. Recensione a “Echi e sussurri” in “Bacherontius”, Santa Margherita Ligure (GE), aprile 2016

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Giorgina Busca Gernetti, “Echi e sussurri”, pagg. 124, Edizioni Polistampa, Firenze 2015, euro 10

Raccolta significativa per una stimata poetessa che racchiude in queste pagine un condensato della sua poesia. “Fiori della notte”, poesie che esplorano la solitudine, la contemplazione silenziosa, l’eco di passate tenerezze. “Alba dell’anima”, una serie di liriche luminose che fugano melanconie e angosce. “Seduzioni”, una sezione paesaggistica, a tratti arcadica tra memorie, natura, terre e genti. “Immagini elleniche”: qui traspare tutta la formazione classica dell’autrice che si abbevera alle fonti universali, al tessuto fatto di miti e divinità che altro non sono se non la prima mappatura dell’inconscio ed è per questo che riemergono vivi anche oggi con la forza intatta del mito. “Il canto di Orfeo” è la prosecuzione della precedente sezione. Questa disanima della silloge fornisce un “inventario poetico” ma non la forza della scrittura che brilla in questa riflessione sulla poesia:  «Tu serbi e rendi eterne le memorie / che nel passato la mente ritrova; / tu vive e colorite le sai rendere / il tempo sconfiggendo con il canto».

Una raccolta molto compatta e intensa che nel suo interno contiene praticamente tutte le suggestioni della poesia e dell’arte.

Federico Calderara

Recensione pubblicata nella rivista Bacherontius, Santa Margherita Ligure (Genova) nel numero di aprile 2016

 Per tutti i libri le recensioni sono di una sola colonna per impostazione de Il Giardino delle Muse, Rubrica di recensione libraria a cura di Federico Calderara

 

 

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Cesare Pavese: “Il campo di granturco” (1941)

Del cielo stellato

A road leads deep into a  Kansas cornfield in late July.

Il giorno che mi fermai ai piedi di un campo di granturco e ascoltai il fruscìo dei lunghi steli mossi nell’aria, ricordai qualcosa che da tempo avevo dimenticato. Dietro il campo, una terra in salita, c’era il cielo vuoto. «Quest’è un luogo da ritornarci», dissi, e scappai quasi subito, sulla bicicletta, come se dovessi portare la notizia a qualcuno che stesse lontano. Ero io che stavo lontano, lontano da tutti i campi di granturco e da tutti i cieli vuoti. Quel giorno fu un campo; avrebbe potuto essere una roccia impendente sopra una strada, un albero isolato alla svolta di un colle, una vite sul ciglio di un balzo. Certi colloqui remoti si rapprendono e concretano nel tempo in figure naturali. Queste figure io non le scelgo: sanno esse sorgere, trovarsi sulla mia strada al momento giusto, quando meno ci penso. Non c’è persona di mia conoscenza che abbia un…

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Giacomo Leopardi a Roma, di Federico De Angelis

Del cielo stellato

Elio-Germano-Giacomo-Leopardi Elio Germano interpreta Giacomo Leopardi

Un maestoso portale, al numero 32 di Via Caetani, consente l’accesso ad uno dei più artistici cortili romani: a tutta prima si ha l’effetto d’un grandioso museo all’aperto, così dotato di statue e di rilievi sporgenti dalle pareti; siamo appena entrati nella splendida corte di Palazzo Mattei di Giove, che sorge a lato della chiesa di S. Caterina dei Funari. Situato tra Via delle Botteghe Oscure e il Ghetto, fu progettato nel 1598 dal Moderno per Asdrubale Mattei, patrizio romano di vasta cultura e dal gusto raffinato, ed è considerato uno degli edifici più riusciti dell’architettura barocca romana.  La storia del palazzo è di particolare interesse per il nostro argomento, in quanto a un certo punto s’incrocia con quella di Giacomo Leopardi e del suo soggiorno romano. Detta in breve: dopo l’estinzione della linea maschile dei Mattei di Giove, il palazzo venne ereditato da Marianna…

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Giacomo Leopardi e la ricerca del massimo piacere possibile: il telescopio puntato su Campo dei Fiori, di Michele Rossitti

LA PRESENZA DI ÈRATO

a_1_01Si tratta di un incubo, uno dei tanti che possono riemergere frequenti negli anni sensibili di un bambino delicato: la caduta della luna sulla terra. E Leopardi nella matura giovinezza lo guarda e racconta con un sorriso carico di humor e scetticismo. Rimane operante il brivido di rapimento intimo, venerabile stupore che gli suscita la contemplazione della pluralità nella sua veste selenica e siderale. La conclusione de Lo spavento notturno è affidata alla canzonatura di Melisso, altro volto di un Leopardi irridente dissolvitore di miti e favole. Uomo pratico cattura il lato assurdo e comico di quell’incubo infantile ma ad Alceta affida la confessione. Attraverso il “n’agghiacciava”, alla comparsa della luna che si scolla inavvertitamente, si avvicina al suolo e cresce fino a diventare una secchia che rovina al suolo e vomita sbuffi di lapilli o ancor più alla vista di paurosa cavità rimasta in cielo, cratere vulcanico senza ugola…

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Marco Onofrio. Relazione su “Echi e sussurri” di Giorgina Busca Gernetti durante la presentazione del libro alla Camerata dei Poeti di Firenze

ECHI E SUSSURRI safe_image[4]imagesOOZ91OGR

 

Fino agli anni ’70 del Novecento ci si rivolgeva al poeta per scrutare il segreto della vita: il poeta era ancora il “sacro mediatore” del senso ultimo delle cose. Poi è venuta meno ogni “aura” romantica. Oggi non c’è più spazio per il Sublime. Eppure un autore grande e certamente estraneo alle facili ingenuità, Giorgio Caproni, si ostinava a definire il poeta un “minatore” poiché si cala a fondo nelle “segrete gallerie dell’anima”, da cui attinge i “nodi di luce” che, sotto la superficie dove appaiono diversissimi tra individuo e individuo, sono comuni a tutti. Tutti i rami dell’“albero”, cioè, vengono dalla stessa radice. È laggiù che ritorna il poeta, e da laggiù risale la suggestione della sua parola. Paul Celan ne Il meridiano parla di “vie creaturali”, cioè di poesia come figura, direzione, respiro: una specie di “ritorno a casa”.

Ebbene, si prenda ad esempio Echi e sussurri di Giorgina Busca Gernetti (Polistampa, 2015, pp. 120, Euro 10). Nulla in questo libro è casuale: né l’architettura delle parti, né gli eserga da Rilke che le precedono, né la disposizione delle liriche, né il titolo. Si ponga attenzione proprio al titolo. Gli “echi” alludono all’eterno ritorno, alla ricorrenza dei cicli e delle stagioni, al palpito cosmico; i “sussurri” alludono alla vocazione linguistica del reale – tra svelarsi semiotico e ritrarsi simbolico, tra incanto e disincanto, tra sentimento e ragione. L’assunto “filosofico” di base è che Tutto comunica incessantemente: ogni cosa libera nel vuoto la propria immagine, lo stampo del proprio volto, l’irradiazione delle proprie energie. Giorgina Busca Gernetti è una “sognatrice dell’essere” attraverso il divenire, l’impermanenza, la metamorfosi perenne. E nel cuore della metamorfosi c’è il Logos, il plesso infinito delle direzioni, l’apertura cosmica dell’uomo vitruviano. La poesia è dunque uno spazio epifanico: uno schermo dove scorrono le figure del nascente che sorgono mentre quelle moriture scompaiono, e tutto si rimpasta e si trasforma incessantemente. Penetrando oltre la crosta fallace delle superfici, si capisce l’appartenenza di ogni minimo dettaglio al “radioso disegno”. I fili della trama sono strettamente annodati: tout se tient. Il poeta deve raggiungere il silenzio che lo attende oltre sovrastrutture, inganni, false voci dell’io: azzerare le interferenze per ritrovare la “traccia infinita” del Dio perduto, cioè – con le parole di Pablo Neruda – l’«antica sorgente che abbracciava l’uomo intero, la sua apertura, la sua abbondanza traboccante». Insomma: il Sublime che la modernità e soprattutto la post-modernità hanno impropriamente soffocato.

Per tornare alla condizione olimpica del mondo classico occorre una salute “incorrotta” alla quale agganciare il canto, ma soprattutto una grande disposizione all’ascolto: trasformarsi in “orecchi che ascoltano” l’Essere fin nella struttura segreta del silenzio: voci impercettibili, brividi, fremiti, riverberi, pulviscoli. Le antenne sopracute del poeta captano la microfisica dell’invisibile e raggiungono le sfumature infinitesime del vuoto. Ecco perché la seduzione della Notte, che eliminando col buio la vista fisica accende la visione metafisica.

ALLA NOTTE (lettura della poesia da parte dell’Autrice)

La notte è sacra, madre, amica: è spoliazione dell’inessenziale e, dunque, varco per raggiungere l’essenza. Giorgina Busca Gernetti vuole annullarsi nell’alveo originario della notte, in una sorta di regressione uterina che simboleggia la rinascita della luce attraverso la tenebra (mezzanotte è quando il giorno comincia). La tenebra è condicio sine qua non per raggiungere la luce dell’essere, così come l’opacità della materia lo è per la limpidezza dello spirito, e la memoria lo è per l’innocenza originaria. La memoria in questo libro viene declinata secondo due possibilità: è strumento di conoscenza, ovvero filtro di chiarificazione autologica; è veicolo trasumanante, fino al ricordo senza tempo della condizione prenatale. Giorgina Busca Gernetti ha sensibilissime corde elegiache, e risuonano spesso di nostalgia metafisica: sogna di andare “oltre le bianche nuvole” per raggiungere la verità, tornando alla condizione di pienezza perduta. In questo c’è una pulsione ulissiaca guidata dal “nostos”, che è anche il ritorno a casa di cui parla Celan. Ma è un Ulisse che si manifesta sotto forma di Orfeo. Il poeta perde costantemente la sua Euridice (cioè l’apertura del mondo che si articola tutta in ogni istante, irripetibile e caduco), ma è proprio perdendola che può farla apparire attraverso la parola. Per questo il poeta è l’ape dell’invisibile, da cui secerne il miele stellare del canto. È la parola poetica che consente alle cose di manifestarsi. Le visioni sorgono, nel canto orfico, da una sorgente arcana e profonda, dimorante nei pressi dell’essere. Le cose “ascendono” nel canto del poeta, sorgono nel suono illuminate.

Giorgina Busca Gernetti penetra oltre la gabbia delle superfici, donde emerge la complessità aporetica del reale, e lì si abbandona al cuore pulsante delle cose così come sono. Laggiù il poeta si fa ventriloquo della divinità che abita il mondo: trascrive il soffio epifanico delle energie che guidano la sua voce, con fedeltà necessaria: come sotto dettatura. Viene subito in mente la risposta di Dante a Bonagiunta Orbicciani da Lucca (Purg. 24): “I’mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando.” Da lì, come sappiamo, nasce il “dolce stil novo” che rivoluziona gli impianti noetici e stilistici della poesia europea. Questa sincerità “totale” pone la casa del poeta al centro delle verità dell’universo, e implica una devozione all’Essere che le poetiche del “disincanto” modernista e postmoderno hanno completamente e colpevolmente smarrito. Giorgina Busca Gernetti ha il coraggio di proporre un itinerario poetico dirompente e inattuale, nella misura in cui non rinuncia a priori alla dicibilità del mondo, alla fede nella parola, alla possibilità di affrontare con efficacia, lasciando una traccia, i temi più importanti. La vocazione orfica è diretta conseguenza dell’ascolto, e del fatto che le cose sono piene di musica, anzi: sono esse stesse “musica”: le rote degli astri, l’aria-sinfonia, l’arpeggiare melodico del vento, il salmodiare delle onde marine, la musica serenante delle spighe, i campi di papaveri squillanti, etc.:

Voci difformi in arcana armonia
che solo nel mio animo si svela
e risveglia sopite sensazioni,
corrispondenze segrete tra i suoni.

Il mondo è un sacrario di suoni che manifestano le energie cosmiche della materia, e da tutte queste “corrispondenze segrete” si libera l’arcana armonia dello spirito, infuso ab origine dentro l’universo. I portati della materia, più o meno accidentali, sono “trampolini” dai quali il poeta prende slancio per tuffarsi nel mistero che alberga oltre la superficie delle cose. La tensione poetica di Giorgina Busca Gernetti è spesso orientata al cupio dissolvi: l’amore immenso, misterioso e commovente scolpito nella Natura la spinge a con-fondersi ai colori, diventare luce, unirsi all’abbraccio del mare, dimenticarsi, dimenticare tutto. Ecco il tempio azzurro del Mediterraneo. Il meriggio assolato dell’Ellade. L’ora divina e panica delle apparizioni. Le immagini elleniche che riattualizzano l’eternità del mito.

SULL’ACROPOLI D’ATENE

(…)

Dimenticare tutto, abbandonarmi
e perdermi nel favoloso Mito
sbocciato come un fiore in tempo antico,
ma vivo e palpitante nel mio animo:
sacro Mito immortale.

Mythos, Mythos, Mythos

Vibra in questi versi una splendida sintesi creativa della cultura poetica occidentale: il mondo classico, parte riattinto per esperienza diretta e intuitiva, parte filtrato per rielaborazione classicistica; il modello leopardiano della poesia-pensiero; l’Ellade d’impronta germanica (Hölderlin, Nietzsche, Rilke); il dialogo fra le tenebre nordiche e la grande luce mediterranea (l’autrice stessa è di origine padana); il decadentismo europeo; gli echi dannunziani e pascoliani, etc. È una suggestione simbolica da cui emerge, infine, Orfeo come simbolo di consonanza e intersezione dell’uomo nel cosmo, nella misura in cui mette in equilibrio dinamico natura e cultura, mito e storia, divinità e umana fragilità.

L’ETERNO CANTO DI ORFEO

Ovunque è poesia. Ovunque guardi
con animo commosso ed occhio attento
al più piccolo fiore tra le pietre
sbocciato a stento, ma con vital forza
d’aprirsi un varco, d’innalzarsi al cielo,
c’è poesia fiorente intorno ai petali
come intenso profumo in primavera.

Orfeo risorto, non mai morto Orfeo.
Perenne il canto suo nella natura,
nel cielo, nelle stelle, nella luna
piena, calante, oppure nuova e tacita
nella valle, o crescente sopra i colli
come sottile falce all’orizzonte.
Ovunque è poesia. Eterno è Orfeo.

Il canto di Giorgina Busca Gernetti nasce dalla natura profonda delle cose e raccoglie tutta la cultura che siamo per riconsegnarla infine alla natura, oltrepassata su un piano evolutivo superiore. Poeti di questa tempra aiutano a riaggiustare lo sguardo, a capire che la bellezza può vincere la morte; che insomma la poesia non può finire giacché è il respiro stesso della vita, e in quanto tale è – come dice Ungaretti – «il mondo l’umanità la propria vita fioriti dalla parola la limpida meraviglia di un delirante fermento».

Marco Onofrio

 

Le presenti Note critiche, pubblicate nel blog Del cielo stellato della Edilet di Roma,  ripercorrono la Relazione pronunciata da Marco Onofrio durante la presentazione del libro Echi e sussurri  nella Camerata dei Poeti di Firenze il 9 divembre 2015

 

 

 

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Sull’arte di Gogol’. Nota critica di Marco Onofrio

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Nikolaj_Gogol_1 N. V. Gogol’

Purtroppo non conosco la lingua russa, come vorrei e dovrei per leggerlo in originale, ma considero Nicolaj Vasil’evič Gogol’ (1809-1852) un grande, grandissimo scrittore: uno dei miei preferiti. Uno di quei giganti sommersi della cui statura ci si rende tanto più conto in retrospettiva e come in controluce, anche attraverso i riflessi che proietta sulle altre vette emergenti e sull’atmosfera stessa di un’epoca storica di cruciale importanza, in cui si fondano le basi dell’estetica e della grande arte borghese, di respiro europeo, da cui proviene il migliore ‘900 letterario, e che ancora oggi ci appartiene. Scrive, con mirabile sintesi, Fëdor Dostoevskij: «Siamo tutti usciti da Il cappotto di Gogol’». Il suo scavo realistico nell’uomo, finalizzato alla ricerca etica della verità, conduce alla constatazione che quella verità è per lo più paradossale, spesso indecidibile, aporetica, piena di assurdo. C’è un retrogusto amaro che si mescola all’ironia, alla caricatura…

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Per una lettura de “La danse” di Henri Matisse. Note critiche di Marco Onofrio

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matisse-la-danse

Il celebre quadro “La danse” (1910), di Henri Matisse, è una rappresentazione simbolica del posto che l’uomo occupa nel mondo, incidendo percorsi evolutivi tra le sfere concentriche della Natura e della Storia. Sopra un globo terrestre, sinteticamente colorato di verde, danzano in circolo cinque donne, atteggiandosi in varie libere figure. È una danza non professionale, non “esibita” (come accade con le ballerine di Degas), ma una danza tribale dal significato mitico-cosmico. Le stesse donne sono dipinte in modo sommario e primitivo. La danza si realizza come equilibrio dinamico di forze in atto, processo fragile in divenire, ritmo ascendente che sorge dagli elementi stessi del quadro (tra linea e volume delle forme). Le figure tendono al volo – la danza vorrebbe sospendersi in aria – e prendono slancio dalla resistenza elastica del globo. La spinta parte dalla terrae culmina nel circolo delle braccia, interrotto e continuamente ripreso.

Nulla…

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I viaggi in Italia di Rabindranàth Tagore, “letti” e raccontati da Marco Onofrio

LA PRESENZA DI ÈRATO

rabindranath-tagore-1Fu il primo scrittore orientale a vincere il Premio Nobel per la Letteratura, nel 1913. Poeta, educatore, filantropo, l’indiano RabindranàthTagore ebbe fin da giovane frequentissimi contatti con l’Europa: prima per studiarne e assimilarne le culture; poi, divenuto celebre, per tenervi conferenze e agevolare l’incontro, il dialogo e il reciproco fecondarsi tra Occidente (avamposto della modernità) e Oriente (baluardo del tradizionalismo). Tagore racchiude in sé e nella propria opera il contrasto e, nel contempo, le possibilità di sintesi positiva tra gli opposti e apparentemente inconciliabili versanti di quei mondi (che sono anche “modi” di guardare alle cose): da una parte il progresso, la ragione, la scienza, la tecnica, la produzione; dall’altra la conservazione, la fede, la spiritualità, il ritualismo, la stasi economica e sociale.

Il “bardo dell’India moderna” elaborò una religione universalistica di stampo panteistico, «fondata sul principio dell’amore e della reciproca comprensione fra tutti gli uomini della terra» (Jevolella)…

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