Giacomo Leopardi a Roma, di Federico De Angelis

Del cielo stellato

Elio-Germano-Giacomo-Leopardi Elio Germano interpreta Giacomo Leopardi

Un maestoso portale, al numero 32 di Via Caetani, consente l’accesso ad uno dei più artistici cortili romani: a tutta prima si ha l’effetto d’un grandioso museo all’aperto, così dotato di statue e di rilievi sporgenti dalle pareti; siamo appena entrati nella splendida corte di Palazzo Mattei di Giove, che sorge a lato della chiesa di S. Caterina dei Funari. Situato tra Via delle Botteghe Oscure e il Ghetto, fu progettato nel 1598 dal Moderno per Asdrubale Mattei, patrizio romano di vasta cultura e dal gusto raffinato, ed è considerato uno degli edifici più riusciti dell’architettura barocca romana.  La storia del palazzo è di particolare interesse per il nostro argomento, in quanto a un certo punto s’incrocia con quella di Giacomo Leopardi e del suo soggiorno romano. Detta in breve: dopo l’estinzione della linea maschile dei Mattei di Giove, il palazzo venne ereditato da Marianna…

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Giacomo Leopardi e la ricerca del massimo piacere possibile: il telescopio puntato su Campo dei Fiori, di Michele Rossitti

LA PRESENZA DI ÈRATO

a_1_01Si tratta di un incubo, uno dei tanti che possono riemergere frequenti negli anni sensibili di un bambino delicato: la caduta della luna sulla terra. E Leopardi nella matura giovinezza lo guarda e racconta con un sorriso carico di humor e scetticismo. Rimane operante il brivido di rapimento intimo, venerabile stupore che gli suscita la contemplazione della pluralità nella sua veste selenica e siderale. La conclusione de Lo spavento notturno è affidata alla canzonatura di Melisso, altro volto di un Leopardi irridente dissolvitore di miti e favole. Uomo pratico cattura il lato assurdo e comico di quell’incubo infantile ma ad Alceta affida la confessione. Attraverso il “n’agghiacciava”, alla comparsa della luna che si scolla inavvertitamente, si avvicina al suolo e cresce fino a diventare una secchia che rovina al suolo e vomita sbuffi di lapilli o ancor più alla vista di paurosa cavità rimasta in cielo, cratere vulcanico senza ugola…

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Marco Onofrio. Relazione su “Echi e sussurri” di Giorgina Busca Gernetti durante la presentazione del libro alla Camerata dei Poeti di Firenze

ECHI E SUSSURRI safe_image[4]imagesOOZ91OGR

 

Fino agli anni ’70 del Novecento ci si rivolgeva al poeta per scrutare il segreto della vita: il poeta era ancora il “sacro mediatore” del senso ultimo delle cose. Poi è venuta meno ogni “aura” romantica. Oggi non c’è più spazio per il Sublime. Eppure un autore grande e certamente estraneo alle facili ingenuità, Giorgio Caproni, si ostinava a definire il poeta un “minatore” poiché si cala a fondo nelle “segrete gallerie dell’anima”, da cui attinge i “nodi di luce” che, sotto la superficie dove appaiono diversissimi tra individuo e individuo, sono comuni a tutti. Tutti i rami dell’“albero”, cioè, vengono dalla stessa radice. È laggiù che ritorna il poeta, e da laggiù risale la suggestione della sua parola. Paul Celan ne Il meridiano parla di “vie creaturali”, cioè di poesia come figura, direzione, respiro: una specie di “ritorno a casa”.

Ebbene, si prenda ad esempio Echi e sussurri di Giorgina Busca Gernetti (Polistampa, 2015, pp. 120, Euro 10). Nulla in questo libro è casuale: né l’architettura delle parti, né gli eserga da Rilke che le precedono, né la disposizione delle liriche, né il titolo. Si ponga attenzione proprio al titolo. Gli “echi” alludono all’eterno ritorno, alla ricorrenza dei cicli e delle stagioni, al palpito cosmico; i “sussurri” alludono alla vocazione linguistica del reale – tra svelarsi semiotico e ritrarsi simbolico, tra incanto e disincanto, tra sentimento e ragione. L’assunto “filosofico” di base è che Tutto comunica incessantemente: ogni cosa libera nel vuoto la propria immagine, lo stampo del proprio volto, l’irradiazione delle proprie energie. Giorgina Busca Gernetti è una “sognatrice dell’essere” attraverso il divenire, l’impermanenza, la metamorfosi perenne. E nel cuore della metamorfosi c’è il Logos, il plesso infinito delle direzioni, l’apertura cosmica dell’uomo vitruviano. La poesia è dunque uno spazio epifanico: uno schermo dove scorrono le figure del nascente che sorgono mentre quelle moriture scompaiono, e tutto si rimpasta e si trasforma incessantemente. Penetrando oltre la crosta fallace delle superfici, si capisce l’appartenenza di ogni minimo dettaglio al “radioso disegno”. I fili della trama sono strettamente annodati: tout se tient. Il poeta deve raggiungere il silenzio che lo attende oltre sovrastrutture, inganni, false voci dell’io: azzerare le interferenze per ritrovare la “traccia infinita” del Dio perduto, cioè – con le parole di Pablo Neruda – l’«antica sorgente che abbracciava l’uomo intero, la sua apertura, la sua abbondanza traboccante». Insomma: il Sublime che la modernità e soprattutto la post-modernità hanno impropriamente soffocato.

Per tornare alla condizione olimpica del mondo classico occorre una salute “incorrotta” alla quale agganciare il canto, ma soprattutto una grande disposizione all’ascolto: trasformarsi in “orecchi che ascoltano” l’Essere fin nella struttura segreta del silenzio: voci impercettibili, brividi, fremiti, riverberi, pulviscoli. Le antenne sopracute del poeta captano la microfisica dell’invisibile e raggiungono le sfumature infinitesime del vuoto. Ecco perché la seduzione della Notte, che eliminando col buio la vista fisica accende la visione metafisica.

ALLA NOTTE (lettura della poesia da parte dell’Autrice)

La notte è sacra, madre, amica: è spoliazione dell’inessenziale e, dunque, varco per raggiungere l’essenza. Giorgina Busca Gernetti vuole annullarsi nell’alveo originario della notte, in una sorta di regressione uterina che simboleggia la rinascita della luce attraverso la tenebra (mezzanotte è quando il giorno comincia). La tenebra è condicio sine qua non per raggiungere la luce dell’essere, così come l’opacità della materia lo è per la limpidezza dello spirito, e la memoria lo è per l’innocenza originaria. La memoria in questo libro viene declinata secondo due possibilità: è strumento di conoscenza, ovvero filtro di chiarificazione autologica; è veicolo trasumanante, fino al ricordo senza tempo della condizione prenatale. Giorgina Busca Gernetti ha sensibilissime corde elegiache, e risuonano spesso di nostalgia metafisica: sogna di andare “oltre le bianche nuvole” per raggiungere la verità, tornando alla condizione di pienezza perduta. In questo c’è una pulsione ulissiaca guidata dal “nostos”, che è anche il ritorno a casa di cui parla Celan. Ma è un Ulisse che si manifesta sotto forma di Orfeo. Il poeta perde costantemente la sua Euridice (cioè l’apertura del mondo che si articola tutta in ogni istante, irripetibile e caduco), ma è proprio perdendola che può farla apparire attraverso la parola. Per questo il poeta è l’ape dell’invisibile, da cui secerne il miele stellare del canto. È la parola poetica che consente alle cose di manifestarsi. Le visioni sorgono, nel canto orfico, da una sorgente arcana e profonda, dimorante nei pressi dell’essere. Le cose “ascendono” nel canto del poeta, sorgono nel suono illuminate.

Giorgina Busca Gernetti penetra oltre la gabbia delle superfici, donde emerge la complessità aporetica del reale, e lì si abbandona al cuore pulsante delle cose così come sono. Laggiù il poeta si fa ventriloquo della divinità che abita il mondo: trascrive il soffio epifanico delle energie che guidano la sua voce, con fedeltà necessaria: come sotto dettatura. Viene subito in mente la risposta di Dante a Bonagiunta Orbicciani da Lucca (Purg. 24): “I’mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando.” Da lì, come sappiamo, nasce il “dolce stil novo” che rivoluziona gli impianti noetici e stilistici della poesia europea. Questa sincerità “totale” pone la casa del poeta al centro delle verità dell’universo, e implica una devozione all’Essere che le poetiche del “disincanto” modernista e postmoderno hanno completamente e colpevolmente smarrito. Giorgina Busca Gernetti ha il coraggio di proporre un itinerario poetico dirompente e inattuale, nella misura in cui non rinuncia a priori alla dicibilità del mondo, alla fede nella parola, alla possibilità di affrontare con efficacia, lasciando una traccia, i temi più importanti. La vocazione orfica è diretta conseguenza dell’ascolto, e del fatto che le cose sono piene di musica, anzi: sono esse stesse “musica”: le rote degli astri, l’aria-sinfonia, l’arpeggiare melodico del vento, il salmodiare delle onde marine, la musica serenante delle spighe, i campi di papaveri squillanti, etc.:

Voci difformi in arcana armonia
che solo nel mio animo si svela
e risveglia sopite sensazioni,
corrispondenze segrete tra i suoni.

Il mondo è un sacrario di suoni che manifestano le energie cosmiche della materia, e da tutte queste “corrispondenze segrete” si libera l’arcana armonia dello spirito, infuso ab origine dentro l’universo. I portati della materia, più o meno accidentali, sono “trampolini” dai quali il poeta prende slancio per tuffarsi nel mistero che alberga oltre la superficie delle cose. La tensione poetica di Giorgina Busca Gernetti è spesso orientata al cupio dissolvi: l’amore immenso, misterioso e commovente scolpito nella Natura la spinge a con-fondersi ai colori, diventare luce, unirsi all’abbraccio del mare, dimenticarsi, dimenticare tutto. Ecco il tempio azzurro del Mediterraneo. Il meriggio assolato dell’Ellade. L’ora divina e panica delle apparizioni. Le immagini elleniche che riattualizzano l’eternità del mito.

SULL’ACROPOLI D’ATENE

(…)

Dimenticare tutto, abbandonarmi
e perdermi nel favoloso Mito
sbocciato come un fiore in tempo antico,
ma vivo e palpitante nel mio animo:
sacro Mito immortale.

Mythos, Mythos, Mythos

Vibra in questi versi una splendida sintesi creativa della cultura poetica occidentale: il mondo classico, parte riattinto per esperienza diretta e intuitiva, parte filtrato per rielaborazione classicistica; il modello leopardiano della poesia-pensiero; l’Ellade d’impronta germanica (Hölderlin, Nietzsche, Rilke); il dialogo fra le tenebre nordiche e la grande luce mediterranea (l’autrice stessa è di origine padana); il decadentismo europeo; gli echi dannunziani e pascoliani, etc. È una suggestione simbolica da cui emerge, infine, Orfeo come simbolo di consonanza e intersezione dell’uomo nel cosmo, nella misura in cui mette in equilibrio dinamico natura e cultura, mito e storia, divinità e umana fragilità.

L’ETERNO CANTO DI ORFEO

Ovunque è poesia. Ovunque guardi
con animo commosso ed occhio attento
al più piccolo fiore tra le pietre
sbocciato a stento, ma con vital forza
d’aprirsi un varco, d’innalzarsi al cielo,
c’è poesia fiorente intorno ai petali
come intenso profumo in primavera.

Orfeo risorto, non mai morto Orfeo.
Perenne il canto suo nella natura,
nel cielo, nelle stelle, nella luna
piena, calante, oppure nuova e tacita
nella valle, o crescente sopra i colli
come sottile falce all’orizzonte.
Ovunque è poesia. Eterno è Orfeo.

Il canto di Giorgina Busca Gernetti nasce dalla natura profonda delle cose e raccoglie tutta la cultura che siamo per riconsegnarla infine alla natura, oltrepassata su un piano evolutivo superiore. Poeti di questa tempra aiutano a riaggiustare lo sguardo, a capire che la bellezza può vincere la morte; che insomma la poesia non può finire giacché è il respiro stesso della vita, e in quanto tale è – come dice Ungaretti – «il mondo l’umanità la propria vita fioriti dalla parola la limpida meraviglia di un delirante fermento».

Marco Onofrio

 

Le presenti Note critiche, pubblicate nel blog Del cielo stellato della Edilet di Roma,  ripercorrono la Relazione pronunciata da Marco Onofrio durante la presentazione del libro Echi e sussurri  nella Camerata dei Poeti di Firenze il 9 divembre 2015

 

 

 

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Sull’arte di Gogol’. Nota critica di Marco Onofrio

LA PRESENZA DI ÈRATO

Nikolaj_Gogol_1 N. V. Gogol’

Purtroppo non conosco la lingua russa, come vorrei e dovrei per leggerlo in originale, ma considero Nicolaj Vasil’evič Gogol’ (1809-1852) un grande, grandissimo scrittore: uno dei miei preferiti. Uno di quei giganti sommersi della cui statura ci si rende tanto più conto in retrospettiva e come in controluce, anche attraverso i riflessi che proietta sulle altre vette emergenti e sull’atmosfera stessa di un’epoca storica di cruciale importanza, in cui si fondano le basi dell’estetica e della grande arte borghese, di respiro europeo, da cui proviene il migliore ‘900 letterario, e che ancora oggi ci appartiene. Scrive, con mirabile sintesi, Fëdor Dostoevskij: «Siamo tutti usciti da Il cappotto di Gogol’». Il suo scavo realistico nell’uomo, finalizzato alla ricerca etica della verità, conduce alla constatazione che quella verità è per lo più paradossale, spesso indecidibile, aporetica, piena di assurdo. C’è un retrogusto amaro che si mescola all’ironia, alla caricatura…

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Per una lettura de “La danse” di Henri Matisse. Note critiche di Marco Onofrio

LA PRESENZA DI ÈRATO

matisse-la-danse

Il celebre quadro “La danse” (1910), di Henri Matisse, è una rappresentazione simbolica del posto che l’uomo occupa nel mondo, incidendo percorsi evolutivi tra le sfere concentriche della Natura e della Storia. Sopra un globo terrestre, sinteticamente colorato di verde, danzano in circolo cinque donne, atteggiandosi in varie libere figure. È una danza non professionale, non “esibita” (come accade con le ballerine di Degas), ma una danza tribale dal significato mitico-cosmico. Le stesse donne sono dipinte in modo sommario e primitivo. La danza si realizza come equilibrio dinamico di forze in atto, processo fragile in divenire, ritmo ascendente che sorge dagli elementi stessi del quadro (tra linea e volume delle forme). Le figure tendono al volo – la danza vorrebbe sospendersi in aria – e prendono slancio dalla resistenza elastica del globo. La spinta parte dalla terrae culmina nel circolo delle braccia, interrotto e continuamente ripreso.

Nulla…

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I viaggi in Italia di Rabindranàth Tagore, “letti” e raccontati da Marco Onofrio

LA PRESENZA DI ÈRATO

rabindranath-tagore-1Fu il primo scrittore orientale a vincere il Premio Nobel per la Letteratura, nel 1913. Poeta, educatore, filantropo, l’indiano RabindranàthTagore ebbe fin da giovane frequentissimi contatti con l’Europa: prima per studiarne e assimilarne le culture; poi, divenuto celebre, per tenervi conferenze e agevolare l’incontro, il dialogo e il reciproco fecondarsi tra Occidente (avamposto della modernità) e Oriente (baluardo del tradizionalismo). Tagore racchiude in sé e nella propria opera il contrasto e, nel contempo, le possibilità di sintesi positiva tra gli opposti e apparentemente inconciliabili versanti di quei mondi (che sono anche “modi” di guardare alle cose): da una parte il progresso, la ragione, la scienza, la tecnica, la produzione; dall’altra la conservazione, la fede, la spiritualità, il ritualismo, la stasi economica e sociale.

Il “bardo dell’India moderna” elaborò una religione universalistica di stampo panteistico, «fondata sul principio dell’amore e della reciproca comprensione fra tutti gli uomini della terra» (Jevolella)…

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Epicuro, Lettera a Meneceo

LA PRESENZA DI ÈRATO

epicuroEpicuro,filosofo greco (341-270 a.C.), democriteo nella concezione della natura, coltivò l’amicizia e l’insegnamento, che considerò i beni supremi per l’uomo. Nel 306 aprì un cenacolo, chiamato Il Giardino,ad Atene, che divenne uno dei principali centri di cultura del suo tempo. Il suo insegnamento morale ha come scopo il raggiungimento della felicità. La vita dell’uomo si scandisce tra due poli: piacere e dolore. L’ignoranza della vera natura delle cose, da cui derivano turbamenti e superstizioni, appunto perché turba l’anima, è sensazione dolorosa. La liberazione dell’ignoranza, la comprensione della natura delle cose è tranquillità, equilibrio: è piacevole sensazione. Bene e male debbono ricondursi a ciò che essi sono: sensazioni e stati d’animo, dolorosi o piacevoli. Così lo stesso piacere, portato alla massima intensità è turbamento, per cui il piacere acuto e violento è dolore. Qualora si ottenga misurato equilibrio interiore si ha il piacere più puro, armonia interiore, ragionevole serenità. Il…

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Riflessioni sull’arte del tradurre, di Marco Onofrio

LA PRESENZA DI ÈRATO

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Questo è un tema “di sempre”, con cui ogni presente della storia ha dovuto confrontarsi; e tuttavia – oggi più che mai – implica una riflessione, collaterale e inevitabile, sul ruolo dei classici nella cultura contemporanea: e dunque sui confini assegnabili alla tradizione, attraverso le forme e le dinamiche della sua stessa “censibilità”. Che cosa è ancora degno di essere, o diventare, un “classico”? secondo quali criteri? e che rapporto c’è, di volta in volta, tra il classico acquisito e il contemporaneo? come si definiscono l’uno in ragione dell’altro? È evidente che la traduzione dei classici, se ancora è possibile o ha senso per “quelli che siamo diventati”, assurge a pietra angolare di qualunque altra traduzione, e consente di assegnare il giusto valore, in una scala di proporzioni e aggiustamenti reciproci, agli attori del dialogo infinito di cui, nella catena generazionale, si nutre la cultura allo specchio dei secoli.

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Del cielo stellato: il senso dell’esperienza umana attraverso le parole della letteratura

Del cielo stellato

cielo-stellato

«Come per tutti, anche per me il cielo stellato è, in primo luogo, uno spettacolo affascinante. Affascinante e inquietante. Purtroppo, in città, il cielo stellato non esiste più. Ma quando mi trovo in montagna, o in campagna, le seimila stelle visibili a occhio nudo (che tante sarebbero stando alle enciclopedie), oltre che incantarmi mi danno, vertiginoso, il senso dell’universo in cui mi trovo, io infinitesimo abitante d’un infinitesimo pianeta perso nelle spirali delle galassie. Perché non seimila mi sembrano le stelle, ma milioni, miliardi, come del resto sono in realtà. Fra questi milioni di astri ci sono io: io che così mi sento non sotto tale cielo ma in tale cielo. Il che mi fa a un tempo “soffrire, esultare e gioire”. Soffrire, pensando alla mia piccolezza. Esultare, pensando che anch’io, come ho detto, sono in cielo, parte – ancorché minima – dell’universo visibile e invisibile. Gioire, per la fortuna…

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Marco Onofrio, Commento a SEI POESIE di Giorgina Busca Gernetti dal libro “Echi e Sussurri”, Polistampa, “Sagittaria”, Firenze 2015

 

Giorgina Busca Gernetti è una “sognatrice dell’essere” che cerca l’eterno nel tempo, e questo è il movimento del suo sguardo: inseguendo la chioma della sua stella, affonda gli occhi in cielo e scopre l’iridescente complessità che innerva ogni atomo del mondo. Le materie e le energie innumerevoli della totalità – orizzonte sempre irraggiungibile – vengono da lei articolate sotto forma di scansione puntuale dei singoli portati, cioè di analisi infinitesime delle sfumature, di appercezione dei passaggi nevralgici, di lettura delle soglie critiche, e così ricondotte – attraverso le innumerevoli stratificazioni dello sguardo – ad essere poesia, nella condensazione eidetica ed epistemica dell’esperienza che il percorso delle sessantaquattro composizioni raccolte in questa nuova silloge (Polistampa, 2015, pp. 120, Euro 10) svolge e racchiude, a mo’ di sintesi esemplare.

Il segnacolo di questo percorso è già nel titolo. Gli echi ci introducono al cosmo dell’“eterno ritorno”, ovvero a un’idea fondamentale di immutabilità ciclica nell’impermanenza. C’è un residuo ontologico al fondo del perenne divenire, per cui «tutto scorre come un fiume», ma ciò che è accaduto è incancellabile (neanche Dio può far sì che non sia accaduto): resta e ritorna per sempre. I sussurri alludono alla vocazione linguistica (tra lo svelarsi semiotico e il ritrarsi simbolico) del reale, per cui tutto comunica incessantemente, liberando l’essenza del proprio essere ed emettendo il segnale della sua presenza, nella conferma temporale dello spazio. Il vento, ad esempio, è «affabulante», racconta le fatiche degli uomini, la sofferenza eterna della vita. E le stelle sono «trama di miti / intessuta d’eterno»: linguaggio cifrato di «segni arcani» che «effondono una casta / ineffabile quiete» e, insieme, un brivido di orrore. Il presupposto della poesia è la disposizione all’ascolto. Occorre raggiungere il silenzio, cioè staccarsi dalle sovrastrutture, gli inganni, le false voci dell’io. Svuotarsi delle interferenze. Trasformarsi in «orecchi che ascoltano», come scrive Rilke citato in apertura di libro: solo così è possibile ritrovare la «traccia infinita» del «Dio perduto». Il silenzio, in realtà, è pieno di magie segrete da sfogliare come infiorescenze, «voci impercettibili», brividi, fremiti, riverberi. Il silenzio parla e sussurra con le «mute vibrazioni del tempo» che il poeta percepisce e raccoglie, iniettandole dentro le parole. Ecco perché il percorso poetico nasce dalla notte (“Fiori della notte” si intitola la prima sezione) intesa come spoliazione, sprofondamento, varco per raggiungere l’essenza. La notte è sacra, è madre, è amica. La poetessa aspira ad annullarsi nel suo alveo originario, in guisa di regressione uterina: «Accoglimi nel seno / del tuo corpo materno, sacra notte». La notte, inoltre, è un simbolo spirituale che esprime, suggestivamente, un’ascesa dentro la discesa: occorre affrontare e attraversare l’ombra per placare le «tenebre dell’anima», poiché «solo nel buio» può spalancarsi la radura luminosa dell’essenza. È nel buio, peraltro, che «germina il seme»: «la gemma nel buio / la vita dalla morte attende». Impossibile rinascere, se prima non si è disposti a morire. Giacché la realtà è impastata di metamorfosi, è un caleidoscopio di energie impegnate nella trasmutazione eterna della materia. La “machina” del divenire è come la bocca di un’immensa impastatrice che tutto rimescola incessantemente: «Tutto trascorre dalla vita a morte / da morte a vita forse in altra forma» in un ritmo cosmico di «vita e morte, rinascita e ancor morte», come il ciclo delle stagioni. Al centro di questa metamorfosi c’è il Logos, il plesso nodale che raccorda le energie e il raggio multiverso delle loro direzioni. È la divina necessità: «la mole / che grava sulle cose», le regge da dentro e le fa andare come devono. La stessa forza per cui nella clessidra i «granelli di sabbia non si fermano. / Non c’è parola magica / per interrompere quel flusso tragico / della vita che fugge inesorabile». Lo sguardo del poeta funge da raccordo olistico tra le figure del nascente che sorgono («tenera foglia danzante nel vento»; «parola che sboccia»; «vibrante a nuova vita») e quelle moriture che scompaiono («Si sta spegnendo quella luce fioca»; «eco vanescente»): le ricompone in superiore armonia dialettica, oltre il conflitto dei loro contrari.

ORFEO e EURIDICE rilievo Napoli

ORFEO e EURIDICE rilievo Napoli

La lirica di Giorgina Busca Gernetti ha incisa, negli apici del suo “entusiasmo” panico e del suo ardore creativo, una radice “epica”, di apertura cosmica e meditazione metafisica, che utilizza la parola per consentire alle cose di manifestarsi, di incarnarsi in suono. Il mondo appare alle parole in ragione della loro capacità di circoscrivere “un” mondo, anzi: di farsi mondo. Le cose salgono vivide dalla pagina poiché distillate dopo lunga macerazione e raccolte nel pieno della loro maturità. È un tipo di canto che raggiunge la potenza delle sue visioni attingendole da una sorgente arcana e profonda, dimorante nei pressi dell’Essere, oltre la soglia dei sentieri fallaci, il rumore delle chiacchiere, la crosta delle inutili apparenze. Sfondare la superficie significa addentrarsi nel regno polisemico della complessità, senza dirimerne le aporie o fugarne le ambivalenze. Cade per conseguenza la barriera divisoria tra dentro e fuori, ricordo e sogno, soggetto e mondo. È allora che, da lì in poi, si esplora il buio. Si affrontano baratri. Si percepiscono misteri. Si raccolgono sgomenti. Il fuoco mentale è uno specchio interiore che rende traslucido lo sguardo e dona la forza di sfiorare corde profondissime, per musiche sublimi. Le cose “ascendono” nel canto del poeta, sorgono nel suono illuminate. In questo libro si celebra ampiamente la potenza trasfigurante del canto, che il poeta non inventa a capriccio, ma raccoglie dal cuore stesso delle cose, e ascolta, e trascrive con fedeltà necessaria, come sotto dettatura, impossibilitato a fare altrimenti. La musica «nasce nell’animo» come un «soffio divino» che «sfiora labbra ridenti». Il poeta deve abbandonarsi confidente al cuore delle cose, se vuole che esse gli porgano il cuore – per confidenza, per sovrabbondanza di energie.

Si avverte l’amore sconfinato che Giorgina Busca Gernetti, forse a contrappeso dell’origine padana, nutre per la dimensione geografica e storica del Mediterraneo. Natura e cultura in accordo di “echi”, racchiuse e oltrepassate nella superiore sintesi umana. Ecco il vento, il sole, l’acqua (elemento primordiale, «grembo materno», origine «fremente di forza / vitale»), e la bellezza sublime del mare, dove l’anima «si ridesta / alla serenità, alla dolcezza» e il cielo benigno «sorride e avvolge il mondo»; e allora il «meriggio dell’Ellade assolata», l’ora divina e panica delle apparizioni, e l’infinita solitudine di Capo Sounion, già cantato da Byron; e la Grecia del Mito – Corinto, Micene, Olimpia – che ha posto le pietre angolari dell’Occidente, con il fascino dell’antichità, lo splendore dei secoli, le rovine che parlano al tempo di memento mori, significando la loro eternità. L’attrazione per il mondo classico non è solo questione di gusto, di educazione estetica, ma obbedisce a un impulso etico fondamentale: la ricerca della pace, dell’armonia, del “ritorno a casa” («Vorrei avere anch’io una mia Itaca») alla fine della deriva «verso oscuro abisso», laddove invece esistere è «vagare senza rotta certa». E allora «dimenticare la disarmonia / (…) abbandonarmi / e perdermi nel favoloso Mito» che non è qualcosa di remoto e irrecuperabile, ma un nucleo «palpitante» poiché eternamente vivo dentro noi. C’è un movimento doppio e talvolta simultaneo, sul “nastro trasportatore” della percezione poetica: se il presente sprofonda fino alle scaturigini del mito, il mito può a sua volta emergere dal presente, attualizzandosi nell’attimo del suo manifestarsi. Come quando l’autrice si sente chiamare tra la folla della Plaka ad Atene: «Giorgina, vieni! Sono Menelao». C’è un sospiro nostalgico senza tempo all’origine del porsi sospeso di questa scrittura, in equilibrio precario tra incanto e disincanto. Gli echi e i sussurri del mondo con cui si entra in risonanza conducono alla «quiete assorta» del presagio, a un “allarme” di stupefazione. Emergono irradiazioni oniriche, figure, epifanie, «sagome traslucide», attraverso cui ha modo di apparire il «colore del sogno», la «mistica parvenza», «l’incanto di magico oblio», l’«estatica felicità». La percezione oscilla tra l’«eco del ricordo» e il «sogno del presente», entrambe le dimensioni trasumananti, apportatrici di gioia e profondità. Ma la luce apollinea è turbata dall’inquietudine delle «voci difformi»: l’«arcana armonia» è tanto più efficace e convincente quanto maggiore è la lotta sostenuta per con-tenere la dialettica degli opposti (la vera cultura classica nasce dall’agonismo).

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E il retroterra “classico” e “letterario” (con gli infiniti echi di letture assimilate) non soffoca il vitalismo innato della voce poetica, con la sua impronta inconfondibile, ma anzi la fortifica, dandole corpo e peso di memoria, attraverso un ritmo interiore che solidifica l’apertura in fondamento. L’armonia finale non è un guscio prezioso sovrapposto da fuori, ma il frutto organico di una conquista umana, esercitata nell’arduo tirocinio dello stile. Con questo libro di classico nitore, intriso di umori romantici distillati e plasmato al fuoco liquido di una passione purissima, Giorgina Busca Gernetti propone un itinerario poetico dirompente e felicemente inattuale, nella misura in cui non rinuncia a priori alla dicibilità del mondo, alla fede nella parola, alla possibilità di affrontare con efficacia, lasciando una traccia, i temi più importanti. Ed essere inattuali, in tempi di insulso minimalismo, è forse quanto di meglio possa augurarsi oggi un poeta.

Marco Onofrio, tratto dalla Prefazione al volume   

Pubblicato nel blog L’Ombra delle Parole il 14 ottobre 2015

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“Caro nipotino mio” di Umberto Eco, da L’Espresso, dicembre 2014

LA PRESENZA DI ÈRATO

SPETT.UMBERTO ECO A NAPOLI(SUD FOTO SERGIO SIANO) (FOTO SERGIO SIANO)

Caro nipotino mio,

non vorrei che questa lettera natalizia suonasse troppo deamicisiana, ed esibisse consigli circa l’amore per i nostri simili, per la patria, per il mondo, e cose del genere. Non vi daresti ascolto e, al momento di metterla in pratica (tu adulto e io trapassato) il sistema di valori sarà così cambiato che probabilmente le mie raccomandazioni risulterebbero datate.

Quindi vorrei soffermarmi su una sola raccomandazione, che sarai in grado di mettere in pratica anche ora, mentre navighi sul tuo iPad, né commetterò l’errore di sconsigliartelo, non tanto perché sembrerei un nonno barbogio ma perché lo faccio anch’io. Al massimo posso raccomandarti, se per caso capiti sulle centinaia di siti porno che mostrano il rapporto tra due esseri umani, o tra un essere umano e un animale, in mille modi, cerca di non credere che il sesso sia quello, tra l’altro abbastanza monotono, perché…

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8 aprile 1341: Francesco Petrarca “laureato” a Roma, di Marco Onofrio

LA PRESENZA DI ÈRATO

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«Coscientemente voluto, pazientemente preparato e sollecitato dallo stesso Petrarca», come nota Riccardo Scrivano in “Letteratura e conoscenza”, l’episodio dell’incoronazione in Campidoglio è certamente il più spettacolare e simbolico di una vita già molto significativa – malgrado i 37 anni ancora da compiere – quanto a onori, pubblici riconoscimenti e fasti mondani. Secondo la versione ufficiale, “accomodata” e divulgata dal protagonista medesimo, tutto avrebbe inizio l’anno prima. È il mattino del 1° settembre 1340 e Petrarca passeggia per i boschi di Valchiusa, nei pressi di Avignone, quando gli viene recapitata una lettera del Senato di Roma, che lo invita nella Città Eterna per il solenne conferimento dell’alloro poetico (una specie di premio Nobel dell’epoca). Poche ore più tardi lo stesso invito gli giunge dall’università di Parigi. Si legge nell’epistola latina “Posteritati”: «Soggiornavo in quei luoghi quando – sembra una favola! – mi arrivarono nella medesima giornata due lettere, dal senato di…

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Conte Marcello Falletti di Villafalletto. Preside dell’Accademia de’ Nobili. Recensione a “Echi e sussurri”, Polistampa, “Sagittaria”, Firenze 2015


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da: L’ERACLIANO No. 213-215 Ott./Nov./Dic. 2015

APOPHORETA

ECHI E SUSSURRI di Giorgina Busca Gernetti, Sagittaria opera, a cura di Franco Manescalchi, prefazione di Marco Onofrio, Edizioni Polistampa, Firenze 2015, pp. 116, € 10,00.

La vasta opera di Giorgina Busca Gernetti ha da sempre trovato spazio nelle pagine di questa nostra rubrica non esclusivamente per un mero gesto di amicizia, ma proprio per le profonde qualità di scrittrice che da sempre abbiamo riscontrato.
Nata a Piacnza, si è laureata, con lode, in Lettere Classiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ed è stata docente di Letteratura Italiana e Latina nel Liceo Classico di Gallarate (VA), dove risiede. Ha studiato, inoltre, pianoforte nel Conservatorio Musicale piacentino. Fin dall’adolescenza ha iniziato a comporre liriche e la prima pubblicazione risale al 1998.
Questi “Echi e Sussurri” arrivano a noi dopo un lungo e consistente itinerario letterario che l’ha portata a raccogliere consensi, onori, riconoscimenti in tutta la nazione e fuori; collocandola nell’empireo dei maggiori di questi nostri ultimi tempi.
Il corposo volume, dopo una dotta Prefazione di Marco Onofrio, diviso in cinque parti, si apre con: Fiori della notte; Alba dell’anima; proseguendo con: Seduzioni; Immagini elleniche; Il canto di Orfeo, si chiude con alcune note biografiche.Mi piace aprire questa recensione con quanto scritto nell’incipit della prefazione, condividendone pienamente l’assunto: «Giorgina Busca Gernetti è una “sognatrice dell’essere”; ma non si perita di appartenere anche al divenire, scandagliando le profondità nascoste dalla maschera apparente. Cerca l’eterno nel tempo, e questo è il movimento del suo sguardo: inseguendo la chioma della sua stella, affonda gli occhi in cielo e scopre l’iridescente complessità che innerva ogni atomo del mondo». Una “sognatrice”, utopista, come da sempre, appare chi scrive poesie; dove nel proprio mondo, quasi irreale, cerca di portare quelli che sanno leggere e amare ogni singolo verso: per non dire che cerca di condurvi l’umanità intera. Questo è il primo impatto con la poetica della nostra Autrice, fondato, anzi ben piantato in una profonda formazione classica che lentamente si addentra nei meandri di realtà quotidiane, rendendola attuale e presente. Da un irreale che rasenta l’onirico, lentamente traspare una viva attualità che mostra di saper conoscere e interpretare con vivo interesse; fino a trasfonderla in uno, verso questi “Echi e Sussurri” che diventano: grida e invocazioni.(Alla luna) Dimmi, candida luna / che tacita ascolti pensosa / parole di pena, d’angoscia: / qual sorte m’attende alla meta? // È lunga la strada alle spalle, / ma breve dinanzi ai miei passi. / È ormai breve, lo sento. // Non temo “quel” passo, lo sai, / mia candida vergine luna, / ma volgo la mente dubbiosa / alla sorte che afferra / chi giunge alla Soglia fatale, / senza ritorno. // Sarò foglia, ruscello, / farfalla che muta i colori / nella luce cangiante / dell’aria in un giorno d’estate? // Sarò un nulla nel Nulla? // Dimmi, pallida luna / che tutto contempli e comprendi: / oltre la Soglia permane l’angoscia / che giorni terreni avvelena? // La quiete, la pace io attendo, / il Nulla, piuttosto, nell’Oltre, / purché svanisca quest’atra amarezza, / quest’angoscia che l’anima tormenta. Leopardiani tormenti assillano, cercando soluzioni a chimeriche attese che da sempre tormentano la mente umana: nell’illusoria speranza di ritrovarvi risposta, anche attraverso inanimate creature che affascinano, attirando con aleatoria prodigiosità.
Una moderna ansietà pervade quasi tutto il volume, fino a trasformarsi in appassionata visione che anima: vita, persone, luoghi, miti, misteri e realtà di una peregrinazione affrontata con coraggiosa vitalità, tanto da giungere a non sperate destinazioni che, solamente un vero poeta, pur restando eterno sognatore, insegue, continuando a sperare per il resto dei suoi simili.
(L’eterno canto di Orfeo) Ovunque è poesia. Ovunque guardi / con animo commosso ed occhio attento / al più piccolo fiore tra le pietre / sbocciato a stento, ma con vital forza / d’aprirsi un varco, d’innalzarsi al cielo, / c’è poesia fiorente intorno ai petali / come intenso profumo in primavera. // Orfeo risorto, non mai morto Orfeo. / Perenne il canto suo nella natura, / nel cielo, nelle stelle, nella luna / piena, calante, oppure nuova e tacita / nella valle, o crescente sopra i colli / come sottile falce all’orizzonte. / Ovunque è poesia. Eterno è Orfeo.
Eterno il mito, così com’è l’astro notturno che attira, fascinosamente, l’animo sognatore di chi scopre che tutta la vita continua ad essere: costante poesia. Quella poesia che è l’essenza stessa di Giorgina Busca Gernetti che, pur addentrandosi, non più silenziosamente, in perenni quesiti, rivela esaurienti risposte. Facendolo con l’eleganza del verso elegiaco ma straordinariamente moderno, altrettanto gioioso e fortemente penetrante da farsi apprezzare fin dai primi versi.
“Echi e sussurri” da assaporare voracemente e da ruminare lungamente; fino a scoprirne il singolare fascino di una eterna e costante melodia che avvolge ogni fibra, ridonando vigore e valore, a indiscussi sentimenti che sembrano essere, quotidianamente, scomparsi e che solamente pochi ma veri poeti, oggi, sanno affidarci. Conserviamoli come grandi tesori, non imprigionati in freddi e inanimati forzieri, ma trasfondendoli come eterno fuoco di una vitale fiamma che sembra spegnersi sempre di più.
Giorgina fa, abilmente, del verso una condizione, un’essenza primaria, come se fosse ossigeno vitale: “…Tu, voce mia, sai dire ciò che l’animo / sente soffrendo o fremendo di gioia. […] Amica mia, restami accanto ancora / nei giorni buî del mio disinganno, / spente le vaghe illusioni di luce. / Tu, degli affanni mia consolatrice, / con il miele dei versi il mio dolore / lenisci e sana, mio divino farmaco. […]; ricollocando, l’arte poetica, a quel primario stato che, da sempre ha avuto, nell’animo fortemente ispirato dei grandi del nostro passato.
«In questo libro si celebra ampiamente la potenza trasfigurante del canto, – ha, giustamente, scritto Onofrio – che il poeta non inventa a capriccio, ma raccoglie dal cuore stesso delle cose, e ascolta, e trascrive con fedeltà necessaria, come sotto dettatura, impossibilitato a fare altrimenti. La musica “nasce nell’animo” come un “soffio divino” che “sfiora labbra ridenti”. Il poeta deve abbandonarsi confidente al cuore delle cose, se vuole che esse gli porgano il cuore – per confidenza, per sovrabbondanza di energie. Chi rimane chiuso nella gabbia gelida dell’intelletto resta ognora precluso ai doni della rivelazione(pp. 12-13)».
Non casualmente, la nostra Autrice, è anche buona musicista; per questo le sue ispirazioni godono di una singolare melodia che non resta affatto rinserrata in gelide stie, ma prorompe magistralmente verso eterogenei lidi che ne sanno conquistare e apprezzare tutto l’immenso valore.

Marcello Falletti di Villafalletto

Conte Preside dell’Accademia de’ Nobili

Recensione  pubblicata sulla rivista L’Eracliano

e nella pagina FB dell’Accademia de’ Nobili

 

 

 

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Stefano Valentini. Recensione al libro di poesia “Echi e sussurri” di Giorgina Busca Gernetti, Polistampa “Sagittaria”, Firenze 2015

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Giorgina Busca Gernetti,  ECHI E SUSSURRI

Polistampa, Sagittaria, Firenze, 2015

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L’ ottimo e colto saggio di Marco Ono­frio, in apertura di volume, indirizza il lettore nel cuore stesso dell’opera di Gior­gina Busca Gernetti, quando con perfetta sintesi afferma: “cerca I’eterno nel tempo, e questo è iI movimento del suo sguardo”. Sono questi, infatti, i cardini fondamentali di un’opera tanto sfaccettata quanto co­erente e unitaria: non a caso un esper­to come Franco Manescalchi ha scritto che Busca Gernetti “riesce a fare cultura e poesia nello stesso tempo”. L’armonia del verso, classicamente formata e nutrita, e la (splendida) veste d’un pensiero ordinato e solido, proposta d’una visione del mondo fornita di radici profon­de di conoscenza e prospettiva. “Echi” che ci vengono dai classici e dalle nostre radici identitarie, “sussurri” come suggestioni, segni, indicazioni, guide, intendimenti. II libro è trinato di riferimenti, rifusi però tutti in un contesto originale e personale, senza ombra nè rischio di calco. Si apre con un esplicito omaggio alla sera foscolia­na, cui seguono meditazioni di respiro metafisico. La vita umana è “un disperdersi vano I di lieve polvere che il vento ignaro I solleva e via con sè lungi rapina”. Ne consegue un atteggiamento di fiera solitudine (“Essere soli. Averne il coraggio,/ resistere, serrati dentro un carcere”) che non è sdegno, ma riparo “alle lusinghe del mon­do ingannevoie”. Magnifiche le poesie dedicate a Cesare Pavese e capolavoro soprattutto quella ispirata alla sua tomba, tra le colline “dolci e rotonde come le mammelle / d’una donna che attende nella casa / cullando II figlioletto”, immagine struggente se si pensa al destino del grande cantore delle Langhe. Ma I’intero libro è ma­lioso ed evocativo, teso tra esilio e appartenenza, tra amore per la vita e sofferto ritegno. I dubbi dell’autrice, devotissima alla sua arte, rinnovano quelli che hanno accompagnato molti grandi poeti e pensatori: “Dolente anima mia, I sola non sei in questa sofferenza I di tormentati esuli”, secondo un gioco di specchi, corrispondenze e rimandi tra I’autrice e chi I’ha preceduta. La sezione “Seduzio­ni” racchiude gioielli dedicati a luoghi, innanzitutto marini, nei quali si fa più scoperto il vissuto biografico e affettivo dell’au­trice e l’anima “forse si ridesta l alla serenità, alla dolcezza / smarrite nell’oscure traversie / dei giorni”, tra “voci difformi in arcana armonia”; emerge, anche, una spiccata abilità descrittiva, quasi pittorica. II vento è “spirito vivente che riecheggia / ciò che ascolta nel suo vagare intrepido / di terra in terra, le voci iterando, / le parole d’amore e di lamento”. Siamo al colmo della pace, ogni turbamento è sciolto: “Nel verde la mia ani­ma s’immerge / e s’annulla in un magico naufragio”, la mente germoglia nuovi pensieri “non più di luce muta / nè deserta di gioia”. Nel sonetto dedicato alla nebbia, può persino risultare “magico I’incanto” dovuto a “quest’assenza / di forma certa, salda, indubitabile”, a valorizzare anche l’incertezza caratteri­stica di questi nostri tempi. Di fronte al Po, testimone della sua infanzia, “una goccia e un istante dell’eterno, / un nulla dentro il tutto immenso e vago”, proprio come i nostri personali ricordi. Toccanti le poesie in memoria degli amati animali) – un canarino, un topolino, un cane boxer – intrise della “leale confidenza / tra esseri che mai si tradiranno”. La sezione “Immagini elleniche” ospita dodici poesie ispirate dai luoghi classici greci con i loro miti, che consolano le angosce presenti e passate (la morte in guerra del padre dell’autrice, prima che lei nascesse): “dimenticare la disar­monia l della mia oscura vita l nell’armonia divina dell’Acropoli”. La fantasticheria di (ri)vivere al tempo di “una gente / che forse è Ombra, ma in eterno vive” stabilisce un originale ponte tra Grecia antica e presente, in una riflessione che parte dalla culla della civiltà per approdare alle rive dell’oggi. Corinto con il mito di Medea, Micene e Ifigenìa, Olimpia e gli atleti in “gara con it Tempo / che le cose distrugge e non può spegnere / la voce del poeta”, (Pindaro), I’amato mare di Hydra nuotando “felice tra le onde”, Itaca e Ulisse, Lesbo e Saffo. II poemetto conclusivo “II Canto di Orfeo”, elegante riscrittura del mitoe forse più amato e struggente d’ogni epoca, cul­mina nell’idea del canto che valica il tempo (“Perenne il canto suo nella natura /…/ Ovunque è poesia. Eterno è Orfeo”) chiosando un libro che merita di essere annoverato tra i più belli e significativi di questi anni.

Stefano Valentini

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Recensione pubblicata su La Nuova Tribuna Letterarian. n.121/1016

 

 

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COMPUTER IN RIPARAZIONE

notizi2[1]

 

COMPUTER QUASI A POSTO. Chi lo usa meno.

 

 

 

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